Moqtada lascia, anzi no. Le fratture nel mondo sciita iracheno (Treccani)

Agli iracheni la notizia arriva la mattina del 16 febbraio, inaspettata come un ordigno: Muqtada al Sadr si ritira dalla vita politica irachena e dichiara di voler sciogliere il movimento sadrista, titolare di 40 seggi al Parlamento iracheno (e in controllo di diversi governatorati) e tra i principali antagonisti della coalizione del premier Nuri Al Maliki. A poco più di due mesi dalle elezioni presidenziali previste per il prossimo 30 aprile, l’imam sciita annuncia sul proprio sito internet che “da ora in avanti nessuna fazione mi rappresenterà, né nel governo né nel Parlamento, né fuori da questi due luoghi”. Si spinge addirittura oltre, annunciando la “chiusura di tutti gli uffici e le librerie a carattere sociale, politico o religioso affiliate al movimento”.

L’effetto domino è inesorabile: il giorno dopo, sei deputati del blocco Ahrar affiliato al movimento sadrista annunciano le loro dimissioni. Seguono alcuni funzionari provinciali. Altri si dichiarano “scioccati” e parlano di “tragedia per il movimento”. Dalla sua casa a Najaf, Muqtada spiega in diretta tv le ragioni della sua decisione.

“Questo paese è governato da lupi assetati di sangue (in riferimento al premier Al Maliki, ndr), strumenti nelle mani di Usa e Iran. (…) Gente che vuole dividere questo paese su linee settarie o religiose”. Poi continua: “la politica è divenuta la porta d’accesso all’ingiustizia, all’indifferenza, (…) e io devo difendere la reputazione della mia famiglia”. L’allusione è alla prestigiosa famiglia al-Sadr, che conta fra gli altri il fondatore del partito Da’wa, l’Ayatollah Muhammaq Baqir al-Sadr, il misterioso imam Musa al-Sadr, scomparso in Libia per mano del colonnello Gheddafi, e il padre dello stesso Muqtada, il defunto Grande Ayatollah Mohammed Sadeq Al-Sadr, personalità di grande influenza presso milioni di sciiti (ai tempi delle repressioni di Saddam). Il movimento sadrista sembra essere in crisi.

La corruzione di buona parte della classe politica è un problema endemico in Iraq ma per Muqtada la questione appare anche di ordine morale: indagini interne al movimento hanno fatto emergere che sei membri votarono alcuni mesi fa a favore della legge per innalzare gli stipendi dei parlamentari, contraddicendo la linea del movimento, che della giustizia sociale, la lotta alla corruzione e della difesa degli oppressi fa i suoi cavalli di battaglia. Negli uffici dei governatorati sadristi, poi, i casi di corruzione non mancano: il movimento non sembra più in grado di difendere la sua integrità e distinguersi dagli altri.

Muqtada è “deluso” e a nulla servono gli appelli di Ammar Al Hakim, leader dell’Islamic Council of Iraq alleato dei sadristi, o di altri leader sciiti come l’ex premier Iyad Allawi o addirittura sunniti come Osama al Nujaifi, affinchè receda dalla sua decisione. È un grande regalo per il premier Al Maliki, che a questo punto molti analisti ritengono abbia pochi ostacoli fra sé e la rielezione. Migliaia se non milioni di sciiti probabilmente dirotterebbero il loro voto sulla Da’wa. Ma è davvero così, Moqtada scompare?

Sebbene abbia studiato nella Hawza di Najaf (il più importante centro di studi sciiti assieme a quello di Qom in Iran), Muqtada al-Sadr non ha mai raggiunto il grado di mujtahid, né ha quindi i titoli per emettere fatwa. Ciò non gli ha impedito – un po’ per eredità paterna un po’ per vocazione – di diventare uno dei leader politico-religiosi più ascoltati del paese, soprattutto tra la comunità sciita. Un leader politico-religioso ma anche militare: molti ricorderanno il suo Esercito del Mahdi, creato per combattere le truppe statunitensi a partire dal 2003 e poi ufficialmente smantellato nel 2008.

Quella di Muqtada è stata in realtà una chiara operazione di marketing, tesa a pendere le distanze dagli elementi che avevano macchiato la “reputazione” del movimento e che celava a sua volta un’operazione di restyling di quest’ultimo. Lo si era forse già intuito il 18 febbraio, quando Muqtada aveva invitato gli iracheni a partecipare in massa alle prossime elezioni.

Il 20 febbraio il capo del blocco Ahrar Bahaa Arajii è stato sostiuito con Mushreq Naji ed è stato creato un nuovo comitato di direzione. Tra i suoi membri ci sono il governatore del Maysan Ali Dway Lazem e quello di Baghdad Ali Al Tamimi, entrambi menzionati come esempi di onestà da Moqtada nel discorso del 18 febbraio.

Una questione di reputazione. Un concetto che nella tradizione musulmana sciita duodecimana ha una particolare dimensione e importanza. Basti pensare che viene chiamato “esempio di emulazione” (Marja e-Taqlid) il Grande Ayatollah (il grado più elevato del clero informale sciita) che dimostra maggiore autorevolezza nel padroneggiare le materie giuridico-teologiche, si “costruisce” un pubblico più numeroso ai suoi seminari o nei sermoni, e raccoglie importanti somme di denaro attraverso le donazioni dei credenti che lo seguono in materia religioso-giuridica. Sebbene come accennato Muqtada non abbia di questi problemi dal punto di vista formale, diventa chiaro col senno di poi come il prendere le distanze – in modo teatrale nei modi e netto negli (apparenti) contenuti – dal movimento sia stata una mossa assai comprensibile.

D’altronde, Muqtada al Sadr non è l’Ayatollah Al Sistani, il principale punto di riferimento religioso per gli sciiti iracheni. Il clero sciita di Najaf negli ultimi decenni si è diviso in due gruppi principali, con metodi differenti di concepire la politica: il primo, soprannominato Hawza al-Samita (l’Hawza silenziosa), è rappresentato proprio da Al-Sistani, che ritiene che la religione e la politica debbano rimanere separate e si limita ad un ruolo consultivo, oltre che ovviamente a quello di guida spirituale. Il secondo, la Hawza al-natiqa (l’Hawza che critica), vede tra i suoi rappresentanti il padre di Muqtada (ideatore dei termini sopracitati), fatto assasinare da Saddam nel 1999, e anche Muqtada stesso. Quest’ultimo gruppo è appunto entrato in politica, con la fondazione del movimento sadrista.

Una simile divisione, a dire il vero, la si può riscontrare anche nell’altro importante centro sciita di studi religiosi, quello di Qom in Iran, e pone sul tavolo la questione della divisione interna a tutta l’orbita sciita. Il mondo musulmano, come ricorda in un ottimo libro l’accademico iraniano Vartan Gregorian, assomiglia più a un mosaico che a un monolite. Un certo grado di differenziazione interna è presente anche nel solo mondo sciita, che rispetto a quello sunnita ha una strutturazione più chiara e gerarchica del clero.

Spesso si legge che “il clero sciita controlla la politica iraniana e tiene le redini del paese”. Semantica a parte, l’affermazione rischia di non offrire un quadro completo: anche i membri del clero iraniano di Qom (e quello di Mashad) hanno opinioni tutt’altro che unanimi sul rapporto tra religione e politica e sull’opportunità o meno di partecipare attivamente a quest’ultima, in ossequio a quell’adagio che definisce l’Islam come din wa Dunya wa Dawla, religione, società e Stato.

Sorprenderà sapere che la dottrina del velayat e faqih (il governo del giusperito) ideata dall’Ayatollah Khomeini per governare l’Iran fu percepita come un’innovazione rispetto al modo di pensare il rapporto con la politica da parte dei religiosi sciiti, i più in vista dei quali durante la rivoluzione del 1979 erano a Najaf.

Tutt’ora il velayat-e faqih è in fase di discussione presso le hawza dei seminari di Qom e Najaf, nei quali è difficile individuare una posizione univoca sull’argomento. Non pochi mujtahid, a Qom come a Najaf, si oppongono al sistema di governo khomeneista perché ritengono che religione e politica debbano rimanere separate. L’obiettivo sostanziale di questa impostazione è che la reputazione dei mullah non subisca gli effetti collaterali della competizione politica: in sostanza, la religione va lasciata fuori dalla politica proprio per “proteggere” la religione stessa.

Se a Najaf l’ayatollah al-Sistani è certamente la figura di riferimento principale sia per gran parte dei fedeli che per molti degli altri mujtahid, a Qom dopo la morte di Khomeini (ma in certa misura anche quando era in vita) non c’è una sola figura di riferimento. I più importanti marja sono da considerare probabilmente Marakem-Shirazi, Khorasani, Golpeygani e Sanei, le cui opinioni sul velayat-e faqih e sulla partecipazione alla politica sono divergenti. Anche la Guida Suprema Khamenei ha una sua influente marja’iyya all’interno di Qom, che ovviamente tende a sostenere la legittimità a la perpetuazione del  vilayat-e faqih.

Dopo la caduta di Saddam Hussein, che aveva esercitato (re)pressioni sulla hawza di Najaf, molti dei mujtahid che dopo la rivoluzione del ‘79 si erano trasferiti a studiare nei più sicuri seminari di Qom, tornano in Iraq: l’esodo potrebbe preoccupare Khamenei e tutta quella parte di clero iraniano vicina all’estabilishment, che temerebbe l’aumento di popolarità di Najaf presso i fedeli, a scapito di Qom. Certo, l’arrivo di non pochi mujtahid sostenitori della velayat-e faqih potrebbe all’inverso favorire la leadership politico-religiosa iraniana.

Da Qom vengono infatti inviati a Najaf religiosi favorevoli al velayat-e faqih affinché esercitino influenza sulle marja’iyya locali. Ma la frattura più evidente riguarda anche la stretta attualità politica: secondo al-Sistani e la sua Silent Hawza, l’Esercito del Mahdi fondato da Moqtada al-Sadr nel 2003 per combattere le truppe Usa è illegittimo e non dovrebbe esistere; secondo Teheran, l’Esercito ha una funzione fondamentale e va sostenuto.

Il disaccordo si rinnova anni dopo in Siria: se l’Iran continua a sostenere lo storico alleato Bashar al Assad e partecipa in via indiretta alla guerra, da Najaf  hanno sempre ritenuto il jihad in Siria non ammissibile dal punto di vista islamico.

È in parte paradossale che Muqtada al-Sadr rappresenti come detto quella hawza critica che a Najaf spinge per una maggiore partecipazione politica dei mujtahid – come avviene in Iran – e allo stesso tempo sia uno dei più feroci critici dell’influenza iraniana (prodotta anche dal clero di Qom) sul governo di Al Maliki. Certo è che, come sostiene Dan Murphy analista di Csm Monitor, un Muqtada al-Sadr che lascia la politica in favore di un approccio più quietista – a là al-Sistani – sarebbe piuttosto innaturale e non in linea col suo percorso.

Dopo il rimpasto all’interno del movimento, il blocco Ahrar ha annunciato la propria partecipazione alle elezioni. Non è ancora dato sapere se Muqtada ne sarà il leader ufficiale o se agirà dalle retrovie (come qualche politico nostrano), mettendo a disposizione soldi e prestigio ed eventualmente mandando allo sbaraglio il cugino Jaafar al-Sadr, il cui nome circolava qualche giorno fa (nelle ore che hanno seguito l’annuncio di Muqtada) come possibile leader della coalizione.

Le mosse del prossimo mese saranno decisive: le elezioni di fine aprile si svolgeranno in un clima di massima tensione, visto che l’Iraq vive il periodo più sanguinoso dal 2008, con una guerra civile che quasi non fa più notizia. C’è però da scommettere che Muqtada al-Sadr – dalla retrovie o in prima linea – giocherà un ruolo decisivo. Altrimenti, non sarebbe Muqtada.

Advertisements