Il mercato del lavoro di Allah: problemi strutturali e il suggerimento del Corano (Altitude – www.altd.it e Huffpost)

Sul quotidiano degli Emirati The National Frank Kane rivela che durante una sessione privata tra leader mediorientali al recente World Economic Forum (Wef) di Davos uno dei partecipanti avrebbe affermato: “Negli ultimi tre anni nel mondo arabo abbiamo assistito a rivolte con motivazioni economiche. Il problema non è poter eleggere qualcuno, bensì poter costruire”.

Di fatto, intendeva dire che le agitazioni degli ultimi anni sono da ascrivere al fallimento delle politiche economiche dei paesi interessati, più che ad una richiesta di maggiore democrazia. Non è dato sapere chi abbia pronunciato questa frase, ma non sarebbe così azzardato attribuirla ad uno dei regnanti della Penisola araba. Al Saud (Arabia saudita), Al Nahayan (Emirati Arabi Uniti) e Al Khalifa (Bahrein) non sembrano avere come priorità l’allargamento dei diritti civili e politici e, d’altra parte, le rivolte che si sono verificate nei Paesi del Golfo sono state quelle represse più efficacemente rispetto a quelle dei paesi del Nordafrica.

L’area mediorientale, con l’eccezione della Siria, dello Yemen e dell’Iraq, si sta lentamente riprendendo dopo le turbolenze degli ultimi anni ma la stampa occidentale sembra avere difficoltà a cambiare registro anche quando sarebbe utile per una migliore comprensione dei fatti che riguardano quei paesi. In pochi parlano della mancanza di lavoro, delle difficoltà dei giovani protagonisti delle rivolte. Le tensioni e le derive fondamentaliste non nascono per caso. Sono in gran parte spiegabili con i problemi strutturali irrisolti, le condizioni di disagio e la mancanza di prospettive di gran parte della popolazione. Si può discutere l’ affermazione dell’anonimo leader arabo a Davos ma è difficile sostenere che la disoccupazione non sia una questione chiave nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.

I dati del recente Global Employment trends 2014 dell’International Labour Office (ILO) di Ginevra indicano che le cifre relative alla disoccupazione non sono lontane da quelle dei paesi che se la passano peggio nell’Unione europea (Spagna, Grecia, Italia e Portogallo) e, va ricordato, i tassi di disoccupazione ufficiali dell’area Mena sono in molti casi sotto stimati rispetto alla situazione reale. Qualche cifra: al momento del colpo di stato in Egitto, paese di 80 milioni di persone con un’età media di 35 anni, l’82% dei giovani tra 15 e 29 anni risultava disoccupato mentre il tasso di disoccupazione complessivo toccava il 13%. A fine 2013 il tasso di disoccupazione giovanile era del 25%.

In Tunisia, dove è stata approvata da poco una nuova Costituzione e dove il confronto tra partiti islamisti e secolari, che destava preoccupazioni in Occidente, non ha portato né al collasso del sistema ne’ al ripristino dello status quo, la disoccupazione giovanile era a fine 2013 al 42%, contro il 30% registrato in Giordania ed Arabia saudita. Come se non bastasse, le proiezioni dell’Ilo segnalano per il 2018 una ulteriore crescita.

Le cause della disoccupazione sono strutturali e sono state aggravate dal clima di instabilità politica di questi ultimi anni. Prima del 2008 i paesi Mena non se la passavano bene ma avevano un flusso importante di investimenti esteri provenienti dai paesi occidentali e dai paesi del Golfo, un settore turistico in crescita che assicurava valuta pregiata e una valvola di sfogo importante costituita dall’emigrazione sia in Europa che nei paesi più ricchi dell’area (Paesi del Golfo, Libia).

Con la crisi globale unita alla gestione politica quantomeno maldestra del dossier mediorientale molte delle opportunità sono venute meno e ciò ha contribuito a far saltare i patti sociali interni, fragili quanto si vuole ma operanti, su cui si reggevano quelle società. Le rivoluzioni, a volte di matrice interna a volte sostenute dall’esterno, si sono propagate a tutti i paesi del Nord Africa e nel Medio Oriente (anche se la crisi siriana dovrebbe essere considerata un caso a parte) con gli effetti destabilizzanti che sono noti.

Tra questi effetti c’è il mutamento della geografia delle opportunità di lavoro. Possiamo individuare due gruppi di paesi. Al primo appartengono le cosiddette “petromonarchie”. Sono i paesi che stanno meglio (stavano, nel caso della Libia), sempre alla ricerca di impieghi profittevoli in giro per il mondo, importano manodopera dai paesi circostanti ma hanno investito relativamente poco nei settori diversi da quello strettamente legato all’estrazione del petrolio o del gas. Il secondo gruppo è quello dei paesi non petroliferi. Sono paesi che contavano sul turismo (ora ai minimi termini), sulle rimesse degli emigrati e sui trasferimenti (che richiedono spesso contropartite “politiche”) da parte dei paesi del golfo ma la crisi economica e l’instabilità politica hanno cambiato radicalmente il quadro.

L’economia è poco sviluppata: nell’ultimo decennio l’area Mena è cresciuta ad un ritmo del 2% annuo, una crescita insufficiente a fronteggiare l’aumento della popolazione e della forza lavoro. Vale la pena ricordare che tra il 1970 e il 2010, la popolazione dell’area si è quasi triplicata, passando da 128 a 359 milioni. Nel 2050 è previsto che raggiunga i 600 milioni.

In realtà in una prima fase i paesi Mena avevano risentito meno della crisi finanziaria globale iniziata nel 2008. Per due motivi: il primo riguarda i bassi livelli di reddito e l’abitudine al disagio che è una caratteristica di quelle aree se ci si riferisce alla storia moderna e contemporanea. Il secondo, meno considerato dai commentatori, riguarda l’uso degli strumenti della finanza islamica che vietando determinate forme di investimento e riducono anche i rischi connessi

In molti casi questi paesi non hanno potuto contare sulla valvola di sfogo del lavoro nei paesi vicini dovendo anzi fare i conti con un massiccio rientro di migranti dai paesi “turbolenti”, la pubblica amministrazione già ipertrofica non riesce più ad assorbire l’ offerta di lavoro scolarizzata che cerca tranquillità e privilegi. In molti casi per ragioni di bilancio sono stati ridotti gli investimenti in istruzione e welfare, sempre più presidiati dai movimenti politico-religiosi come la Fratellanza Musulmana. Nei suoi decenni di clandestinità la Fratellanza, attiva in quasi tutti i paesi del Nordafrica e del Levante, si è vista di fatto concedere (più o meno volentieri) dai governi la possibilità di sviluppare uno “stato parallelo”, in grado di fornire servizi essenziali alle fasce della popolazione più deboli, non raggiunte da quelli statali.

I paesi del golfo continuano invece ad assicurare prestazioni di welfare apprezzabili, viste anche le risorse a disposizione e le caratteristiche demografiche. Il Qatar (2 milioni di abitanti e il più alto reddito pro capite del mondo) garantisce un vitalizio ai propri cittadini con i proventi dell’export di petrolio. Ciò spiegherebbe perché i qatarioti non cercano lavoro e lasciano volentieri l’incombenza agli stranieri. Questa politica orientata al mantenimento del consenso la si può riscontrare, in forme diverse, in tutte le petromonarchie dell’area

Il problema della disoccupazione “intellettuale” convive in alcuni casi con quello della scarsità di forza lavoro. In Arabia saudita, primo esportatore al mondo di petrolio, mancano le opportunità di lavoro per i giovani più scolarizzati e nello stesso tempo si fa largo uso di manodopera straniera (pakistana, bengalese, filippina ma anche egiziana) ma il fenomeno dell’over qualification dei giovani riguarda anche altri paesi. In Tunisia, nonostante le riforme strutturali del dopo-Bourghiba degli anni 90 e gli ingenti investimenti nell’istruzione il mercato del lavoro non riesce ad assorbire l’offerta di lavoro più qualificata talchè a fine 2013, il tasso di disoccupazione tra i laureati era pari al 40%.

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Una situazione differente è quella che caratterizza Giordania ed Egitto, che non riescono a formare un numero sufficiente di giovani qualificati, anche per la qualità carente del sistema d’istruzione. L’insufficiente qualificazione dell’offerta di lavoro è il principale ostacolo che le imprese segnalano in Egitto, Libano, Siria e Giordania e secondo gli economisti della Banca mondiale Cagla Ozden e Maurice Shiff, lo shortage di competenze dei lavoratori locali determina vantaggi salariali per i più qualificati migranti di ritorno. Gli investimenti pubblici in istruzione per ragioni di bilancio tendono peraltro a ridursi in molti paesi MENA (vedi grafico).

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I dati sulla partecipazione al mercato del lavoro e sull’occupazione delle donne, inoltre, sono molto al di sotto di quelli degli uomini. E anche i tassi di disoccupazione non mostrano un quadro di pari opportunità. In Iran il tasso di disoccupazione delle donne laureate è quasi tre volte quello degli uomini, in Turchia quattro, in Arabia saudita otto.

Il mercato del lavoro e l’occupazione sono fortemente influenzati dall’andamento dell’economia e questa non è indifferente all’andamento degli investimenti esteri. Gli investimenti diretti esteri possono essere di due tipi. Quelli greenfield nell’agricoltura, nel manifatturiero, nel commercio e nel turismo hanno un impatto positivo sull’occupazione e tendono a generare spillover positivi sull’intera economia. Quelli realizzati attraverso fusioni e acquisizioni di aziende non fanno normalmente crescere l’occupazione nel breve periodo anche se accrescendo la produttività, possono favorire la riallocazione delle risorse (se non ci sono altri vincoli, come appunto lo shortage di competenze).

Nessuno di questi due tipi di investimento sembra aver avuto un impatto apprezzabile sull’occupazione nei Paesi Mena perché gli investimenti hanno riguardato in prevalenza settori capital-intensive come quello dell’energia. In Algeria, Tunisia ed Egitto gli investimenti diretti esteri nel settore energetico nell’ultimo decennio sono stati rispettivamente il 50%, il 61% ed il 45% del totale.

Le “petromonarchie” non investono sufficientemente nella diversificazione dell’apparato produttivo, perché il loro core business è la rendita ed il suo impiego ma la diversificazione appare necessaria anche perché il mercato dell’energia con la scoperta dello shale gas sta cambiando molto. Nei paesi non-esportatori di petrolio, gli investimenti diretti esteri sono indirizzati in misura rilevante ad altri settori capital-intensive.

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E’ il caso del Marocco e della Tunisia, dove oltre 1/ 3 degli investimenti diretti esteri tra il 2000 e il 2007 ha riguardato le telecomunicazioni. Riguardo alla distribuzione degli investimenti esteri i dati relativi al 2013 mostrano che il 44% degli investimenti esteri hanno interessato l’ Arabia Saudita. Non brillante la performance dei paesi del Nord Africa caratterizzati da disordini e instabilità dove il flusso complessivo degli investimenti è diminuito del 13%. Secondo gli analisti dell’ILO, investimenti esteri diversificati potrebbero determinare vantaggi per l’occupazione.

Vi sono tuttavia anche altri fattori che non convincono gli investitori stranieri: dazi e altre barriere commerciali, carenza di infrastrutture, inaffidabilità (e ora instabilità) dei governi. Guardando all’origine degli investimenti esteri i paesi non petroliferi ed esportatori di forza lavoro, hanno risentito pesantemente della crisi che si è aperta nel 2008 che ha caratterizzato Europa e Stati Uniti. L’ Europa, alle prese con una disoccupazione elevata e preoccupata per l’ondata migratoria da sud, non offre al momento grandi opportunità.

I leader mediorientali riunitisi a Davos temono che la disoccupazione diventi per la regione un problema strutturale. Per evitarlo occorrono riforme importanti e uno sviluppo economico equilibrato che può essere favorito dalla qualificazione e dal ridimensionamento di un settore pubblico, in molti casi, ipertrofico.

Una possibile strategia l’ha suggerita a Davos Mohammad Al-Ardhi, vicepresidente della Banca Centrale dell’Oman, la più atipica petromonarchia del Golfo. “Ci siamo cullati a lungo nel falso senso di sicurezza che ci da’ la ricchezza di risorse del nostro sottosuolo, e forse ancor più nella nostra percezione che queste risorse siano indispensabili per il resto del mondo. La scorsa settimana (a Davos, ndr) ci siamo però concentrati sulla creatività delle idee, sul pensiero e sull’innovazione – che sono tutti prodotti della mente umana. Il medioriente deve rendersi conto che la mente umana è il nostro asset più prezioso, non il petrolio”. Investire in conoscenza, in know how.

D’altronde, vorrà pur dire qualcosa se la parola che ricorre più volte nel Corano dopo Allah non è ne’ Muhammad, ne’ Islam ne’ tantomeno jihad, bensì ‘Ilm, che significa conoscenza. Dalla metà dell’ottavo secolo d.c e almeno per i successivi 500 anni, il califfato abbaside era l’area che vantava il maggior sviluppo economico, sociale, intellettuale al mondo. Baghdad – la capitale – era nota come la “Città della scienza” e tutte le principali novità scientifiche originavano dal mondo musulmano che, stimolato dall’approccio mutazilita predominante al tempo, favoriva lo studio di ogni disciplina scientifica e umanistica, considerate funzionali anche al rafforzamento della propria identità. Oggi le cose sono cambiate, come si può notare. Ma il Corano è pur sempre lo stesso.

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Hezbollah, cristiani libanesi e la sovranità del Libano

Sono settimane di continui attentati a Beirut, tutti perpetrati da Al-Qaeda ai danni dei quartieri del sud della capitale libanese, roccaforte di Hezbollah. Centinaia di morti. Molti considerano questi attentati ‘marginali’, li percepiscono come un ‘affare interno’ al mondo islamico, atti violenti di sunniti takfiriti ai danni degli sciiti che ai governi occidentali nn interessa proteggere per molte ragioni, tra cui l’aver di fatto effettuato una scelta di campo a favore del blocco sunnita (o parte di esso). Mi è quindi venuto in mente di andare a recuperare questo video.

http://www.youtube.com/watch?v=pdZgkGI5h0A

Le immagini – risalenti a qualche mese fa – sono quelle dell’imponente concerto della cantante libanese e cristiana Julia Boutros a Beirut. La seconda canzone (inizio 3:33) si intitola “Ahibaii” ( “i miei amati”) ed è un adattamento del testo di una lettera che Hassan Nasrallah, segretario di Hezbollah, scrisse nel 2006 ai soldati impegnati contro le truppe israeliane nel sud del Libano.

Comprensibilmente, si tratta di un brano dai toni retorici e nazionalistici, che racconta una storia di trionfi e vittorie schiaccianti che nella realtà dei fatti non sono propriamente avvenute. Ad ogni modo, è evidente la partecipazione emotiva a questo concerto, sia della Boutros che del pubblico.

Pubblico che in questa occasione, contrariamente a quanto un europeo medio (l’UE considera Hezbollah una organizzazione terroristica) penserebbe, non sembra essere composto nemmeno in minima parte da aficionados sciiti – tendenzialmente appartenenti alle classi sociali più povere e tradizionaliste – cioè l’elettorato di riferimento di Hezbollah stesso, movimento politico-religioso di orientamento sciita. Come si può vedere, sono tutti tendenzialmente ‘borghesi’: molti giovani, moltissimi cristiani tra gli over 50, poche ragazze velate (ergo, non tutte musulmane), poche barbe, tutti vestiti a puntino. I classici visi che piacciono in Occidente. D’altronde i bilgietti – mi dicono – costavano abbastanza.

Con sommo dispiacere dei teorici (razzisti e islamofobi) e (in fondo) amanti del settarismo, la Folla Oceanica che alla Platea Jounieh di Beirut canta all’unisono le parole di Nasrallah – in Occidente considerato alla stregua di un Bin Laden qualunque – emozionandosi, sostituendo per alcuni momenti la splendida voce della Boutros, dovrebbe perlomeno far riflettere sul reale – enorme – consenso di cui gode Hezbollah in Libano, di cui è il principale difensore (l’esercito libanese – numericamente e qualitativamente – non è buono nemmeno per il Risiko, sopratutto se confrontato con l’esercito israeliano, mentre l’ala militare di Hezbollah è finanziata dall’Iran).

Un consenso che nasce durante un’invasione e una guerra, ormai più di 30anni fa, non dalla condivisione politica di un progetto, che comunque Hezbollah sa di non poter perseguire totalmente vista la natura demografica del Libano.

Possiamo anche ammettere che un cristiano non voterebbe mai per Hezbollah (cosa che invece avviene) alle elezioni politiche ma anche il più becero deigli anti-islamici non potrebbe/dovrebbe mai fare a meno di considerare che quello stesso cristiano, quel musulmano sunnita, quel druso, quel maronita libanese, quel curdo, è pronto a morire per difendere la legittimità e la posizione fondamentale di Hezbollah in Libano e nella regione, in funzione anti-sionista e anti-Qaedista. Chissà dove sarebbe il Libano oggi, senza Hezbollah. Chissà come sarebbe.

Noi continuiamo a considerarli terroristi o poco più – tutto mentre difendiamo processi democratici e il diritto dei popoli ad autodeterminarsi – e in ogni caso MAI degli interlocutori. Come se rappresentassero solo della gente irrilevante, dei poveracci, dei retrogradi. Come se i “veri libanesi, che sono occidentalizzati e amano la libertà”, se potessero si libererebbero subito di questo pericoloso gruppo di terroristi, che gli Usa e la Ue chiedono all’Iran di smettere di finanziare.

Ricordiamocelo quando parliamo di consenso, democrazia e rappresentatività. La canzone – in ogni caso – è semplicemente meravigliosa. Intasara Loubnaan!

 

D’improvviso l’Oman. La diplomazia del sultano Qaboos

Le monarchie della Penisola arabica appaiono spesso nell’immaginario comune come un unico soggetto politico in graduale ascesa nella politica internazionale. L’effettiva condivisione di valori, la crescente integrazione economico-politica, i legami di sangue tra i regnanti e l’atteggiamento dei monarchi rispetto alle rivolte arabe iniziate del 2011, hanno rafforzato ulteriormente questa sensazione. “I paesi sunniti del Golfo fanno blocco unico contro l’Iran sciita”.

C’è però un paese, nella Penisola, che è sempre stato più discreto degli altri. Un paese che da quando è divenuto indipendente dal Regno Unito nel 1971 ha sempre – silenziosamente – fatto pesare la propria relativa diversità. Si tratta dell’unico Sultanato del mondo arabo: l’Oman.

L’11 dicembre, un paio di settimane dopo l’accordo di Ginevra sul nucleare iraniano, si è svolto a Kuwait city il 34esimo summit del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). Durante il cerimoniale d’apertura, il segretario generale del GCC Abdullatif bin Rashid al Zayani definiva il momento “particolarmente delicato”. L’intesa di fine novembre tra Iran e i paesi del 5+1 (Russia, Cina, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania) non era stata certo accolta con giubilo dall’Arabia Saudita, che vedeva il suo principale rivale ideologico e strategico riavvicinarsi ad uno dei suoi maggiori alleati. Tutti gli altri paesi del Golfo hanno espresso più o meno le stesse preoccupazioni. Tutti, tranne l’Oman.

Al summit del GCC in Kuwait i temi caldi erano la Siria e l’accordo di Ginevra. Si doveva discutere della proposta saudita di creare un comando militare interforze congiunto dei paesi del gruppo. In realtà da discutere c’era ben poco: tre giorni prima, al Forum di Manama che ha preceduto il Summit, il ministro degli Esteri dell’Oman Yusuf bin Alawi aveva già comunicato ai sorpresi colleghi qatarioti, emiratini, sauditi, kuwaitiani e bahreiniti la propria ferma contrarietà all’idea saudita. “Si tratta di un progetto che mira al confronto settario con l’Iran”, il commento di un ex diplomatico omanita alla Reuters. “La geografia ci impone di avere rapporti con l’Iran. E’ un paese musulmano situato sull’altro lato del Golfo, con cui dobbiamo ricercare la stabilità regionale”, ha rincarato la dose Anwar al-Rawas, professore alla Sultan Qaboos University di Muscat.

L’unione militare è stata poi annunciata al Summit in Kuwait, ma è chiaro a tutti che al momento sia impossibile realizzarla. Per i sauditi, dopo la doccia fredda di Ginevra, è l’ennesimo dato che segnala il ridimensionamento della capacità d’influenza regionale del regno.

Mappa dell'Oman

Quello di Manama non è il primo rifiuto degli omaniti, che due anni prima avevano già espresso la loro contrarietà ad un’idea simile in virtù dei buoni rapporti con Teheran. A quel tempo, il Sultano aveva già iniziato a preparare il terreno per i colloqui tra Stati Uniti e Iran avvenuti lo scorso settembre. Qualche giorno prima, ad agosto, Muscat e Teheran firmavano inoltre un accordo di 25 anni per l’importazione di gas dal valore complessivo di 60 miliardi di dollari.

Tutto ciò avveniva mentre l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti – come ricorda l’italiano Fabio Scacciavillani, economista del Fondo Sovrano Omanita – rimanevano e rimangono tra i principali partner commerciali dell’Oman. L’apertura all’Iran non implica chiusura rispetto ai sauditi: il 18 ottobre scorso Qaboos è stato uno dei primi leader mediorientali a congratularsi con Ryadh per la decisione di rinunciare al seggio presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

“La politica estera omanita è funzionale alla sua stabilità politica interna, e la stabilità politica dell’Oman si basa sulla stabilità regionale” . Basterebbero forse queste poche parole di Marc Valeri, esperto di Oman all’Università di Exeter, per spiegare la diplomazia del Sultano Qaboos bin Said al Said. Sin dagli anni ’80 – quando mediò il cessate il fuoco tra Iran e Iraq mentre le petromonarchie finanziavano l’esercito di Saddam Hussein – Qaboos prova ad agire da stabilizzatore regionale, a fare da ponte tra monarchie sunnite e Iran sciita, ma potenzialmente anche tra mondo islamico  e occidentale .

Nella recente classifica stilata ogni anno dal Royal Institute of Islamic studies di Amman, il Sultano omanita è la nona personalità di fede musulmana più influente al mondo. Non poco, per uno che non è né sciita né sunnita: Qaboos e la maggioranza degli omaniti sono infatti musulmani ibaditi, l’unico ramo ancora esistente della corrente kharigita e predominante nel solo Oman. Una sorta di “terza via dell’islam”, che anche dal punto di vista dottrinale concorre ad alimentare il clima di moderazione del Sultanato, alla ricerca – come altri paesi dell’area – di un modello endogeno e più o meno condiviso di ‘democrazia islamica’.

Nel novembre del 2010 l’ Undp classificava l’Oman come lo Stato che ha beneficiato del maggior sviluppo socio-economico negli ultimi 40 anni su 135 paesi considerati. Secondo il professor Abdallah Schleifer dell’American University of Cairo, l’Oman è “il paese meglio amministrato del mondo islamico e probabilmente del mondo intero” . L’anno successivo Robert Kaplan scriveva più o meno le stesse cose su Foreign Policy.

Se si scorrono gli indicatori economici del Sultanato – esteso poco più dell’Italia ma meno popolato di Roma – si nota che il debito estero è assente. La disponibilità del Fondo sovrano nazionale – l’Oman Investment Fund alimentato dai proventi del gas naturale di cui l’Oman è il primo esportatore tra i paesi non membri dell’Opec – ammonta a circa 100 miliardi di dollari. I cittadini omaniti, poco più di due milioni, possono usufruire di un sistema sanitario e d’istruzione gratuiti, oltre che di un maggior numero di diritti politici e civili rispetto ai paesi confinanti. Lo scorso 7 gennaio il Centro Nazionale per le Statistiche e l’informazione omanita (Ncsi) ha reso noto che nell’ultimo decennio il reddito familiare medio è aumentato dell’89%.

Lo scorso 6 gennaio è stato poi firmato a Muscat un importante accordo tra l’Oman e la British Petroleum per un imponente progetto di sfruttamento del giacimento di gas Khazzan-Makarem, situato nel governatorato di Al Dhahirah, con l’obiettivo primario di far fronte al crescente fabbisogno di elettricità nel paese.

L’accordo da 16 miliardi di dollari (in trent’anni) secondo la Us Energy Information Administration (Eia) avrà l’effetto di accrescere di un terzo la produzione di gas omanita, i cui ricavi costituiscono attualmente il 40% del Pil nazionale. Il 55% dei profitti del Khazzan Gas Project andranno al governo dell’Oman, il resto agli altri partner (Bp, con il 60% e 40% alla Oman Oil Company Exploration and Production, compagnia locale). La crescente proiezione commerciale internazionale dell’Oman, che guarda sempre a nord ma anche a est (India, dove il Sultano ha studiato, Iran, Giappone) e in Occidente, sembra quasi una naturale conseguenza della sua condotta diplomatica.

Il Sultano Qaboos, divorziato e senza figli e diretti successori, è stato definito da alcuni un idealista, quasi un principe illuminato guidato dai principi etici dell’islam ibadita. Un uomo sinceramente interessato alla modernizzazione del proprio paese, in cui convivono in pace sunniti, sciiti, ibaditi e altre minoranze, a nessuna delle quali è precluso l’accesso al welfare. Le proteste di tre anni fa – ridimensionate con aperture democratiche e rimpasti governativi – hanno insegnato a Qaboos a fare i conti col popolo.

Altri lo ritengono un abile e silenzioso stratega, come forse suggerisce metaforicamente la recente visita a Muscat del campione russo di scacchi Garry Kasparov per promuovere la fondazione di una lega di scacchi in Oman, dove il gioco è molto popolare.

Altri ancora ricordano come l’appassionato di musica classica – viaggia sempre con un’orchestra di 120 persone, divenuta un simbolo nazionale. E’ lo stesso Qaboos che non si fece scrupoli a rovesciare il padre Said bin Taimir con un colpo di stato.

Il suo ruolo nel riavvicinamento tra Washington e Teheran è stato fondamentale . Anche se a Ginevra non è mai apparso di fronte alle telecamere che hanno contribuito a rendere ormai delle celebrità i partecipanti all’accordo, tutti – e lui in primis – sanno che uno dei principali artefici è proprio il Sultano. Nonostante ciò, i rapporti con Ryadh – che continua a inondare le tv omanite di programmi a stampo wahabita, che parlano degli ibaditi come degli eretici! – e gli altri paesi del Golfo rimangono rilevanti da ogni punto di vista.

Lo smacco di Manama avrà forse rovinato i progetti di egemonia saudita indispettendo gli Al Saud ma è anche altrettanto probabile che possa essere servito a gettar altre basi, quelle di un raffreddamento della tensione tra Ryadh e Teheran (oggi molto lontano). Segnali di distensione anche da altri paesi del Golfo nei confronti dell’Iran sono già arrivati, in particolare dagli Emirati Arabi Uniti. L’Oman, se si vuole leggere il mondo islamico con la lente dell’eterno scontro tra sunniti e sciiti, non può – come detto – essere assegnato a nessuno dei due campi, ed è forse anche l’esistenza di una tale premessa ad aver consentito al Sultano di fare quello che fa da 30 anni: agire da mediatore.