GodSaveSouthSudan. Ricordi da Rumbek, oggi al centro dell’inferno

Esattamente tre anni fa, proprio in questi giorni, mi trovavo a Rumbek, capoluogo della Regione dei Lakes, all’interno di quella che al tempo era ancora la parte meridionale del Sudan. Di lì a un mese si sarebbe tenuto il referendum d’indipendenza che a luglio 2011 avrebbe portato all’ufficiale divisione tra Sudan e Sud Sudan. Oggi il Sud Sudan è in guerra e Rumbek si trova più o meno nel suo epicentro. Queste foto le ho scattate in un cattlecamp immerso nella savana a pochi chilometri dal capoluogo dei Lakes, che già di per se’ è un piccolo villaggio fatto di capanne costruite con lo sterco.

Come vedete, tutti o quasi hanno un Ak-47: il programma di disarmo delle Nazioni Unite attuato dopo la fine della guerra civile non ha funzionato granché. Un evidente segnale in tal senso – mi raccontavano autorità sud sudanesi – era che dopo il conflitto con Khartum formalmente conclusosi nel 2005 gran parte dei soldati dell’Splm (l’esercito sud sudanese) invece che restituire le armi tendeva quasi sempre a scambiarle con bestiame (vacche), vero metro di misura della ricchezza e in un certo senso della civiltà per tutti i principali gruppi tribali che abitano il Sud Sudan. Gli abitanti dei cattlecamps – sostanzialmente pastori nomadi della savana – avevano e hanno necessità di proteggere le loro vacche dai ladri di bestiame, per cui sono disposti a venderne qualcuna per avere armi. E’ la loro vita, proteggere le vacche.

Purtroppo, questa descrizione è riduttiva e riferita solo ad un segmento della società sudsudanese, ma mi ricorda quanto quel che sta accadendo in Sud Sudan – 1000 morti solo in questa settimana, a seguito dei ‘disordini’ successivi ad un tentativo di colpo di stato – fosse tristemente nell’aria ancor prima che il Sud Sudan ottenesse quella (giusta) indipendenza. Si veniva da decenni di guerra civile letteralmente scolpiti sulla pelle di una popolazione che già sapeva che l’indipendenza implicava solo la progressiva (tutt’altro che sicura) regolazione dei problemi con Khartum, ma non certo di quelli interni. In Sud Sudan esistono molte identità tribali – per giunta in conflitto tra loro – ma è tutta da verificare l’esistenza di quella nazionale.

Ora mi immagino questi ragazzi – che facevano a gara per mettersi in posa davanti al bovino più possente e strabuzzavano gli occhi di fronte alla loro immagine immortalata da una macchina fotografica digitale, un’immagine che fino a quel momento avevano visto solo riflessa sull’acqua di un torrente – nascosti tra i cespugli mentre si sparano tra di loro. Vigili e preoccupati, oltre che dai proiettili ‘nemici’, dagli assalti notturni dei leoni. Dal morso di un serpente. Dal veleno di scorpioni grandi come scarpe da trekking.

Pochi minuti dopo aver scattato queste foto – sulla via del ritorno a bordo di una jeep – ho assistito in lontananza all’esecuzione a sangue freddo di un ladro di bestiame, colto in flagrante. Cinquanta metri da me, non di più. Ricordo nitidamente come la cosa mi scioccò tutto sommato meno del previsto. Era passato un mese dal mio arrivo in Sud Sudan e la militarizzazione di un’area sottosviluppata trasmetteva sensazioni sinistre, ogni tanto. Il misfatto, non raro, era largamente prevedibile. Come un giorno di pioggia: poteva accadere, chiunque lo sapeva.

In tre mesi di permanenza in Sud Sudan, due cose non erano mai mancate al paesaggio quotidiano: vacche e Ak-47. In mano tanto ai soldati – spesso lasciati a se stessi, ubriachi e minorenni – quanto ai civili. I racconti dei ragazzi reduci dalla guerra civile e pronti a cominciarne o proseguirne altre – una col nord per il controllo della regione petrolifera di Abiyei e le altre interetniche per il controllo del potere – erano all’ordine del giorno e quasi tutti dello stesso tenore. Pochi tra i miei interlocutori associavano l’indipendenza alla pace, purtroppo.

Quello ricominciato in modo così evidente in Sud Sudan è un conflitto che dubito si concluderà nel breve periodo, perché non è circoscritto alle acrobazie politico-militari di quel criminale di guerra che risponde al nome del comandante Riek Machar (ex vicepresidente e celebre per esser stato l’autore del massacro di Bor del 1991) ma rischia di (ri)mettere in moto una spirale di conflitti tribali difficilmente controllabili.

Nel frattempo – come in un inopportuno e malinconico gioco delle probabilità – io posso solo chiedermi se Daniel, Memut, Zakarya, Samuel, Philip e tanti altri fratelli sud sudanesi siano vivi, morti o in fuga l’uno dall’altro.

Nascondetevi ragazzi, salvatevi.

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Una questione di percezioni: storia del precario accordo sul nucleare iraniano

Lo scorso 12 dicembre, il dipartimento del Tesoro americano ha imposto un altro round di sanzioni ai danni di 19 aziende iraniane. Non si tratterebbe di una violazione dell’accordo di Ginevra ma l’iniziativa ha provocato un’immediata reazione, non solo da parte iraniana: “Quella degli Stati Uniti è una decisione che va contro lo spirito del documento (l’accordo sul nucleare, ndr)”, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, facendosi in parte interprete del disappunto iraniano espresso nei giorni seguenti dal ministro degli Esteri Zarif. Quella del dipartimento del Tesoro appare in effetti una mossa discutibile e politicamente irresponsabile.

Meno di un mese fa l’Iran e il gruppo 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania) hanno siglato a Ginevra un’intesa sul programma nucleare di Teheran. L’intesa prevede che per sei mesi l’Iran ponga un limite all’arricchimento dell’uranio, non costruisca altre centrali e permetta l’ingresso degli ispettori AIEA nelle infrastrutture nucleari in ogni momento. In cambio, l’Iran vedrà riconosciuto il proprio diritto all’arricchimento dell’uranio e otterrà lo sblocco dei fondi alimentati dagli introiti delle esportazioni di greggio attualmente congelati in alcune banche occidentali. Un ulteriore sollievo per l’Iran  è costituito dall’alleggerimento del regime delle sanzioni e dall’impegno preso dal 5+1 a non proporne di nuove.

Per comprendere come si è arrivati a questo accordo, che segnerebbe un avvicinamento  tra Washington e Teheran, è utile fare qualche passo indietro.

Il 6 luglio del 2007 Mohammad Javad Zarif (l’attuale ministro degli Esteri iraniano) rassegnava le sue dimissioni da rappresentante dell’Iran presso le Nazioni Unite. Quel gesto segnava la fine di una stagione di politica internazionale per l’Iran. L’ennesimo funzionario dell’era Khatami – terminata nel giugno 2005 – lasciava il suo incarico. Due anni prima, a metà agosto 2005, anche il Capo del Consiglio Supremo di  Sicurezza Nazionale si era dimesso a causa di profonde divergenze con la nuova amministrazione. Il suo nome era Hassan Rouhani.

Nel 2005, le elezioni presidenziali iraniane avevano infatti dato al paese un presidente molto diverso dai precedenti. Mahmoud Ahmadinejad era il primo laico (se si escludono brevissime esperienze nei primi anni della rivoluzione del ’79) e il primo a non provenire dalle stanze più alte dell’establishment clerico-militare. Un laico che manifestava una chiara indisponibilità nei confronti dell’Occidente e che utilizzava toni spesso aggressivi, in controtendenza con i suoi predecessori. Non era solo il presidente che cambiava. Erano cambiati, prima ancora, i sentimenti di molti iraniani.

Ahmadinejad, uomo semplice venuto dalla provincia, vinse le elezioni del 2005 a sorpresa e per molte ragioni, in qualche modo indotte dalla delusione delle classi medie e medio-alte per il fallimento delle politiche dell’amministrazione Khatami e dalla contestuale volontà della Guida Suprema e dell’establishment di cambiare l’approccio in politica estera, “troppo accomodante con l’Occidente”.

Il tramonto di  Khatami era iniziato già nel 2002. L’11 settembre 2001, mentre in Afghanistan l’Iran sostiene le minoranze Hazara (sciiti) perseguitate dai talebani, gli Stati Uniti fanno i conti con gli attentati che in una mattinata provocano migliaia di vittime tra Washington e New York.

Dopo l’11 settembre cambia tutto. Inizia la War on terror di G.W.Bush, nella quale l’obiettivo principale è Osama bin Laden e chiunque gli dia rifugio. I talebani afghani, fino a qualche tempo prima percepiti da Washington come utili al contenimento dell’influenza sovietica, diventano nemici in quanto ospitano Osama bin Laden.

Il 9 settembre 2001, due giorni prima dell’attentato alle Twin Towers, era stato inflitto un duro colpo alle resistenze anti-talebane in Afghanistan: era morto Ahmad Shah Massoud, detto “il leone del Panjshir”, vittima di un attentato. Mentre il mondo guardava incredulo alle immagini provenienti da New York, il conflitto in Afghanistan prendeva una direzione preoccupante. I talebani erano rafforzati dalla morte di Massoud, il loro principale competitor nel paese. La cosa preoccupava soprattutto l’Iran, che nella retorica talebana era ed è considerato un paese di eretici: secondo l’opinione dei talebani e di gran parte dei movimenti sunniti-takfiriti gli sciiti, che costituiscono circa il  95%  della popolazione iraniana, non possono essere considerati dei musulmani.

Ora che i talebani avevano fatto l’errore di dare rifugio a colui che aveva osato sfidare l’America sul suo territorio, le prospettive per l’Iran sembravano migliorare. Dopo vent’anni di gelo, l’amministrazione iraniana riformista contattò quella americana. Due obiettivi in uno: sconfiggere i talebani, nemico comune, e nello stesso tempo riprendere i rapporti con Washington dopo decenni di silenzio. L’Iran offrì così il proprio sostegno nella ricerca di bin Laden, compresa la messa a disposizione del proprio spazio aereo.

La risposta americana non fu quella che gli iraniani si aspettavano. Nel Discorso sullo Stato dell’Unione del gennaio 2002, G.W. Bush denunciò per la prima volta l’esistenza di un ‘Asse del Male’, composto essenzialmente da tre paesi: Iraq, Iran e Corea del Nord. A Teheran, dove i tentativi di apertura di Khatami si scontravano con i dubbi degli ambienti conservatori sull’affidabilità di Washington, quel discorso di Bush fece crollare la popolarità di Khatami e le possibilità di riavvicinamento tra Usa e Iran.

I conservatori iraniani avevano molte ragioni per essere alterati: essere messi sullo stesso piano della Corea del Nord, per un paese con una storia e una cultura millenarie, era un insulto. Era un insulto anche essere paragonati all’Iraq di Saddam, che vent’anni prima aveva attaccato l’Iran con il consenso occidentale e il sostegno statunitense. L’essere considerato uno stato canaglia nemico della pace era inaccettabile, visto che l’Iran non attaccava altri paesi da 300 anni.

Non erano solo i conservatori ad essere alterati. Buona parte della popolazione, preso atto della mancanza di considerazione da parte dell’Occidente, si convinse che l’Iran non dovesse più mostrare la mano tesa, ma bensì serrare i denti e andare per la sua strada, senza concessioni né compromessi, al limite dettando le proprie condizioni da una posizione percepita come legittima.

E’ in questo clima che si arrivò nel 2005 all’elezione di Ahmadinejad. Iniziava, nel frattempo, anche la querelle sul nucleare iraniano.

Uno dei principali motivi d’attrito tra l’amministrazione Khatami e la Guida Suprema fu la firma da parte del primo del protocollo aggiuntivo al Trattato di non proliferazione nucleare, avvenuta dopo le rivelazioni sull’esistenza degli impianti di Natanz e Arak, fino a quel momento segreti.

La firma di quel protocollo fu vista come una prova di debolezza che contribuì a seppellire il residuo credito interno di cui godevano i riformisti. Come membro del Trattato l’Iran avrebbe dovuto avere gli stessi diritti degli altri paesi firmatari, mentre il protocollo accettava di fatto un trattamento discriminatorio nei  suoi confronti. Tra le altre cose, erano previste ispezioni libere dei siti nucleari, oltre a quelle normalmente programmate nei siti nucleari degli altri Stati firmatari .

Ahmadinejad cambiò approccio e contribuì con i suoi toni ad accrescere il clima di tensione, alimentato dalle promesse di strike ai danni delle centrali iraniane da parte di Israele.  Durante i suoi due mandati il protocollo aggiuntivo al Trattato di non proliferazione nucleare non è mai stato ratificato dal Parlamento e l’arricchimento dell’uranio – che da un punto di vista del diritto internazionale è legale e non è soggetto a limiti percentuali espliciti – è proseguito e un attacco israeliano per qualche mese del 2012 è sembrato inevitabile.

Appare comprensibile che dopo 8 anni di Ahmadinejad si arrivasse a Rouhani, che sa bene quanto sia importante mantenere l’equilibrio tra interesse nazionale e armonia internazionale. Si basa su questo presupposto il modo di concepire la politica estera – e di riflesso il negoziato sul nucleare – della nuova amministrazione, che è per molti versi simile a quella di Khatami.

Ricercare  intese che da una parte massimizzino l’interesse  nazionale (alleggerimento sanzioni, sblocco dei fondi) e dall’altra che siano in grado di non far apparire l’Iran in condizioni di debolezza o nella necessità di mostrarsi aggressivo. La stagione chiusa nel 2007 con le dimissioni di Zarif si è forse riaperta con l’accordo di Ginevra, ma le ultime sanzioni imposte dal dipartimento di Stato americano non favoriscono il dialogo.

Una parola è importante per capire le tensioni tra Iran e Occidente: “percezione”. Gran parte degli attriti a partire dagli anni ’90 sono stati causati da una asimmetria nella reciproca percezione. Mentre i media occidentali hanno sempre sottolineato che l’atteggiamento delle autorità iraniane non teneva minimamente conto delle preoccupazioni di Israele, poco o nulla si diceva di quelle iraniane: quelle di un paese “isolato”, circondato da basi americane situate nei paesi confinanti e percepite, visti i precedenti, come minaccia concreta.

Quelle di un paese con un passato costellato di tentativi di ingerenze esterne e alle prese con episodi di terrorismo di matrice sunnita all’interno dei propri confini. In questo quadro si può comprendere perché l’Iran cerchi misure di deterrenza per garantire la propria sicurezza.

I  media occidentali non parlano di queste preoccupazioni, che avrebbero aiutato a  comprendere  la contrapposizione politica e l’irrigidimento diplomatico delle autorità iraniane negli ultimi 15 anni. Un paese, nell’opinione di tutte le ultime amministrazioni americane dal ’79 in poi, con cui non trattare alla pari ma a cui fare eventualmente solo delle concessioni. Un paese inaffidabile e da lasciare nell’isolamento, che poi è anche ciò che desiderano gli ultra conservatori e gli oltranzisti a Teheran: con le sanzioni, le imprese legate ai Guardiani della Rivoluzione hanno guadagnato molto, monopolizzando ancor più il mercato interno  a ulteriore discapito dei piccoli imprenditori.

Il problema è che in Iran si pensa esattamente la stessa cosa:  l’aggressività è sempre stata stimolata dalla mancanza di fiducia nei confronti dell’Occidente e delle sue buone intenzioni. Come avevano scritto all’indomani dell’accordo di Ginevra gli analisti di Al-Monitor Daniel Kutzer, Hossein Mousavian e Thomas Pickering, “se gli Usa approvano un nuovo round di sanzioni, gli iraniani avranno ottimi motivi per ritenerlo il segnale che gli stessi Stati Uniti non sono interessati ad un reale accordo, ma piuttosto ad un regime change a Teheran”.

La nuova tornata di sanzioni confermerebbe questa percezione e rischia appunto di costituire un allarmante segnale. A chi giova? Certamente non alla stabilizzazione. Né, tantomeno, alla sconfitta del terrorismo islamico di matrice sunnita di Al-Qaeda e affiliati. Quello che da sempre, è tanto ostile agli Usa quanto all’Iran.