Iran, primo nemico di al Qaeda [è ora di cambiare registro]

Giovedì scorso, per caso, guardo l’intervista fatta da ‘Le Iene’ a Bilal Radouane Al-Masri, jihadista sunnita-salafita che opera in Siria. Un combattente qualunque, ma certamente convinto che quello in Siria sia sopratutto uno scontro intra-islamico, l’ennesimo episodio di quella eterna Fitna (scontro) tra sunniti e sciiti.
All’occhio dell’italiano medio che vede ‘Le Iene’, Al-Masri appare ovviamente come quello che di fatto è: un terrorista, musulmano (si, con la virgola). Lo si sente ostentare il suo messianismo, guardare fisso in un punto mentre ripete un frammento (inesatto, peraltro) di una sura coranica, promettere l’apocalisse, lanciare ordinari strali d’odio contro l’Occidente, contro la dittatura di Bashar Al-Assad e contro chiunque lo difenda.
Poi, a domanda “Qual è il vostro grande nemico?”, Al-Masri risponde senza esitazione: “Il nostro grande nemico è l’Iran”.
Nulla di sorprendente per chi nutre un qualche interesse per la geopolitica e per l’area che noi convenzionalmente chiamiamo Medio oriente. I salafiti considerano gli sciiti (ampiamente maggioritari in Iran) degli eretici, dei non-musulmani, dei kuffar; considerano poi l’Iran un pericoloso polo strategico e culturale, che minaccerebbe l’ Umma nella sua integrità e la allontanerebbe dal ‘vero islam’.
L’Iran è il principale rivale dell’Arabia Saudita, che dei gruppi salafiti è il principale sostenitore. Sono però sicuro che a molti, quella affermazione di Al-Masri sia sembrata strana. “Ma come, l’Iran?? Il paese dove vige la sharia, dove si urlano parole d’odio contro gli Usa e Israele? Il paese fondato in buona parte sul concetto di rifiuto della cultura occidentale? Ma non sono amici, dei terroristi islamici??”, avrà suonato più o meno così la reazione dello spettatore ienino. Qualcuno di loro mi ha anche chiamato per dirmelo, e per domandarmi cosa pensassi di questa apparente ‘stranezza’.
Non c’è nulla di strano. Strana è solo quella propaganda occidentale – che le contingenze ora vogliono anche anti-iraniana, oltre che islamofoba – che insiste sul fuorviante refrain ‘Iran sponsor del terrorismo’, quando un minimo approfondimento ci fa capire che non c’è un paese in MO che spende così tanto per la cultura (che è sicuramente un parziale antidoto all’affiliazione terroristica, seppur non completamente efficace), per la sicurezza, per la lotta al terrorismo sul campo e al narcotraffico ad esso connesso (la frontiera afghana-iraniana-pakistana e la lingua di terra dove passa la maggior parte dell’oppio al mondo) come l’Iran.
La pericolosa equazione sopracitata muove dall’erroneo presupposto secondo cui, ad esempio, Hezbollah – movimento politico militare, nato per respingere una invasione del territorio libanese, che l’Iran sostiene – sarebbe equiparabile ad Al-Qaeda – che altro non è che una internazionale mafiosa all’interno del vasto e variegato mondo islamico.
Dal punto di vista dei fatti concreti, gli Stati uniti e Israele non fanno molto per nascondere una allarmante evidenza: nella “scala dei nemici”, Hezbollah viene infinitamente prima di Al Qaeda.
Tre giorni fa succede un’altra cosa, che ovviamente passa inosservata tra i media mainstream. I sunniti-salafiti di Jaish al-Adl (Esercito della Giustizia) violano presumibilmente la frontiera pakistana ed entrano nel Balucistan iraniano, attaccando un posto di blocco e uccidendo una quindicina di guardie di frontiera iraniane.
Attentati di questa portata non sono rari in questa turbolenta regione (ma è raro che vengano menzionati sui media occidentali alla sezione Esteri, a volte nemmeno in un trafiletto, a differenza di quanto accadrebbe se 15 guardie spagnole fossero uccise da terroristi provenienti dal Marocco), da anni al centro di rivendicazioni separatiste e dell’attività terroristica di un gruppo in particolare: Jundullah, considerata strettamente connessa ad Al Qaeda (la cui impalcatura ideologica è, d’altronde, molto simile a quella dei gruppi salafiti in genere) e da decenni il più grave problema di sicurezza per la Repubblica islamica dell’Iran.
Il gruppo Jaish al-Adl è una emanazione di Jundullah, ovviamente.
Lo sa molto bene non solo il Pakistan (e il suo Servizio d’intelligence, quello decisivo nella creazione di Al Qaeda e nell’affermazione dei Talebani in Afghanistan nel 1996), a cui Teheran ha infatti chiesto due giorni fa di “controllare più efficacemente le frontiere”, ma anche i suoi alleati Stati Uniti e Israele.
Quest’ultima, in particolare, ha spesso utilizzato i guerriglieri di Jundullah per gli attentati ai danni di scienziati iraniani impegnati nello sviluppo del programma nucleare nazionale e più in generale per destabilizzare il regime di Teheran nell’ambito della strategia volta al ‘regime change’. Anche la Cia ha ammesso contatti con Jundullah, sempre essenzialmente in funzione anti-iraniana.
A smascherare questo segreto di Pulcinella ( 9/10 tra gli spettatori delle Iene, nn certo sprovveduti in media, nn scommetterebbe un centesimo su questa appurata partnership, mentre scommetterebbero 100 euro sul fatto, falso, che l’Iran voglia dotarsi di una bomba atomica) ci pensò lo stesso ex leader di Jundullah, Abdolmalek Rigi, che dopo essere stato arrestato e prima di essere stato condannato a morte nel 2010 rivelò di aver ricevuto il supporto americano. Rigi disse una cosa molto importante al tempo: “Gli americani mi hanno detto che il loro problema è l’Iran, perchè ‘sta andando per conto suo’. Non al Qaeda o i Taliban, ma l’Iran.”
Vero o falso, Rigi – nemmeno lui – non aveva certo detto una cosa nuova. Mentre i media raccontano di una “Guerra al terrorismo” – che nonostante tutto dovrebbe essere l’impalcatura comune e imprescindibile su cui reggere la strategia e la vision dell’Occidente – che va avanti a volte nel silenzio a volte nel fragore di spettacolari operazioni, in pochi notano le contraddizioni e le insidie di una tale scelta politica e degli effetti collaterali che derivano dal sottacerne i motivi, o dal fare finta che non esistano.
Il nemico degli Usa, solo in parte per “riflesso israeliano”, è l’Iran, che è il primo nemico di Al Qaeda così come il primo competitor dell’Arabia Saudita, principale alleato statunitense nella regione dopo Israele.
In una tale situazione, viene naturale chiedersi quali validi argomenti, rispetto al tema “Guerra al terrorismo”, gli americani e l’Occidente possono usare nei ‘consessi internazionali’ per giustificare la propria posizione sul problema del terrorismo internazionale qaedista (che nel frattempo – in attesa di colpire nuovamente l’Occidente – ha infestato l’Africa, in cui prima dell’11 settembre era un problema nettamente secondario e marginale per il continente).
Viene da pensare a come possano articolare la propria strategia anti-terroristica rispetto a quella dei loro omologhi iraniani (descritti spesso come loschi attentatori della pace mondiale), che invece spendono denaro e uomini per cercare di debellare le varie metastasi qaediste che si sono formate negli ultimi anni nell’area che va dalla Penisola Araba al confine orientale pakistano.
Il problema di fondo è che la coerenza è una qualità troppo importante, sopratutto nelle relazioni internazionali. Nell’era del’informazione perennemente on air, nulla si dimentica. Ogni paese costruisce la propria narrazione, ma l’importante è farlo partendo da dati reali e non da assunti ideologici. Perchè le proprie posizioni vanno difese, e nelle democrazie andrebbero anche giustificate in accordo con valori etici condivisi, senza dire bugie.
Ogni giorno che Usa e Occidente scelgono di contrapporsi all’Iran, scegliendo, un po’ per convenienza (più facile negoziare con i ricchi sauditi che trattano il paese come un Tamagotchi, che farlo con un paese complesso come l’Iran, dove si tengono elezioni e la popolazione altamente istruita conosce bene la storia) un po’ per sacro vincolo all’estabilishment israeliano, i sauditi come partner, fanno fare un passo indietro al mondo nella corsa alla fine di ogni terrorismo internazionale. Ogni giorno in più di sanzioni sanguinose ai danni della Repubblica islamica iraniana è un regalo alle formazioni qaediste in giro per il globo.
Qualcosa, con l’avvicinamento più o meno reale tra Obama e il presidente iraniano Rowhani, sembra stia cambiando. Si parla di un raffreddamento, ad oggi molto teorico, dei rapporti tra Usa e Arabia Saudita e addirittura di una parziale (parzialissima) presa di distanza tra Washington e Tel aviv, certamente non contenti dello scambio di tweets tra il presidente americano e quello dell’Iran risalente a tre settimane fa.
Arrivati qui, e mi scuso la prolissità, non dovrebbe essere complicato anche per un ‘digiuno di politica internazionale’ capire che forse – in un mondo ideale – sarebbe addirittura auspicabile un rovesciamento delle alleanze: per sconfiggere Al-Qaeda sarebbe opportuno allearsi l’Iran.
Ma sappiamo – e qui inevitabilmente sconfiniamo nella demagogia per lo stesso motivo per cui è così complesso ripulire la narrazione dei media da tutte le bugie che vengono proposte come verità – che una cosa del genere non è possibile, finchè la politica estera americana verrà pesantemente influenzata (legittimo, per carità) dalle elites politico-finanziarie (AIPAC su tutte) che fanno gli interessi di un paese occidentale (Israele) che si trova a decine di migliaia di km da Washington. E in una area che occidentale non è.
Se il riavvicinamento fosse reale ed effettivo, molte cose dovrebbero cambiare. A cominciare da tutto il vocabolario che abbiamo costruito nel tracciare un quadro di quel che è accaduto in Medioriente nell’ultimo secolo e mezzo. A cominciare dal chiamare le cose con il proprio nome. A cominciare dal non distinguere tra morti di serie A e di serie B, e a cominciare dal non considerare quest’ultima affermazione demagogica. Finchè sembrerà tale, significa che le bugie mainstream sono ancora troppo radicate nelle nostre coscienze.
Spero che più persone possibili abbiano visto il frammento di intervista in cui Al-Masri a “Le Iene” confida chi sia il “grande Nemico” suo e del terrorismo internazionale, e che si chiedano il perchè, che cerchino di informarsi, incuriosirsi autonomamente e farsi delle domande. Mi auguro – paradossalmente – che dopo quell’intervista ci sia qualcuno che si sia detto: “Ma davvero l’Iran? Che strano!”.
Infine, se il riavvicinamento tra Iran e Occidente fosse tale, mi auguro che Obama abbia redarguito Sharif (…) e le autorità pakistane alleate ( e, di nuovo, i suoi servizi segreti che certamente sono informati dei movimenti alla frontiera), invitandole al rafforzamento del controllo sui confini. Un po’ come dovrebbe fare con Tel aviv rispetto ad un buon numero di argomenti.
Mi auguro anche che da Washington sia stato mandato un messaggio di condoglianze (per le scuse, ormai anche gli iraniani hanno rinunciato a vedersele corrisposte) per la morte dei 16 soldati iraniani, come si farebbe con qualunque paese al mondo, sopratutto con quelli con cui si dichiara di voler aprire un “dialogo nel mutuo rispetto”. Recuperare la coerenza, con cui si possono gettare le basi per un dialogo paritario tra paesi e civiltà diverse.
Perchè, sia ben chiaro, oggi, questa coerenza manca tragicamente, ed il problema è che si tende a sottovalutare la memoria delle persone, sopratutto delle persone ‘diverse’ da noi. Invece questa memoria si costruisce col tempo, ovunque. Le informazioni, come detto, rimangono: nei racconti delle persone, sui giornali, sul web. E la memoria degli iraniani è costellata di Nostri tragici errori nei loro confronti, di Nostre cancerogene ingerenze e di Nostri doppi giochi, in ossequio alla degenerazione di quel mantra che è “il nemico del mio nemico è mio amico”. Costellata anche da espliciti rifiuti di collaborazione in funzione anti-qaedista, come quello che Bush jr. recapitò all’ex presidente iraniano Khatami nel 2002, quando quest’ultimo offirva il suo appoggio nella ricerca dei mandanti degli attentanti dell’11/9. Sono certo che anche questa è una notizia ‘di nicchia’, sconosciuti ai più.
Da molti punti di vista (e se ci fosse ancora il poco diplomatico Ahmadinejad), l’Iran potrebbe accusare indirettamente Stati uniti e Israele per l’attentato di tre giorni fa, allo stesso modo in cui Israele e Usa accusano sistematicamente l’Iran per le operazioni militari di Hezbollah contro Tel aviv.
Teheran non lo fa sia perchè ha preso seriamente questa nuova occasione di “dialogo tra civiltà” e sia perchè non ha interesse a ricercare nuove tensioni, essendo il suo principale obiettivo l’annullamento del regime di sanzioni ai suoi danni.
Ma sarebbe, comunque, davvero ora di cambiare registro. Quando vedrò in un servizio del Tg1 (si fa per dire) la notizia che “diciassette guardie di frontiera iraniane sono state ammazzate nel corso di una azione terroristica” allo stesso modo in cui vedrei un servizio dello stesso tenore se gli eventi si verificassero in Canada, avrò certamente l’impressione che qualcosa stia cambiando, che qualcuno si stia veramente avvicinando a qualcun altro e che lo inizi a considerare come un suo pari e non un suo sottoposto.
Non un paese o una entità da “tenere sotto controllo”, che deve “mostrare spirito di cooperazione” (e che ne è della cooperazione occidentale quando vengono ammazzati scienziati iraniani dal Mossad?) ma un paese che merita rispetto come gli altri.
Magari un giorno arriveremo ad ascoltare le parole di un jihadista mangia-cuori, ma alla domanda su chi sia il suo più grande nemico lo anticiperemo affermando sicuri: “L’Iran!”.
E a quel punto penseremo a tutte le occasioni che abbiamo perso per creare reali problemi all’internazionale qaedista, che nulla ha a che vedere con l’Islam e molto con la dinamica mafiosa, nulla a che vedere con l’Iran e molto a che vedere con i paesi del Golfo alleati degli Usa e nemici dell’Iran.
Ma i miei auguri e i miei propositi sono, oltre che irrilevanti, palesemente e tristemente retorici.
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Cosa succede in Giordania

La Giordania attraversa uno dei momenti più complessi della sua storia recente. Da quasi due anni, sono pochi i venerdì (giorno festivo nei paesi musulmani) in cui nei pressi della moschea Al-Hussein di Amman, la capitale e la più popolosa città della Giordania, non viene organizzata una protesta contro il governo. A volte, le proteste assumono anche tenui connotati anti-monarchici. Queste manifestazioni hanno avuto il loro picco lo scorso novembre (dal 13 al 18), quando dopo cinque giorni di scontri tra le forze di sicurezza e i manifestanti ci contarono tre morti e ottantatre feriti.

Eppure la situazione rispetto agli altri paesi del Levante e del mondo arabo che hanno attraversato o stanno attraversando profonde fasi di cambiamento o di guerra (Siria, Egitto, Libia, Tunisia) rimane tutto sommato stabile. In pochi oggi credono che ci siano le condizioni per una primavera giordana, o addirittura per un rovesciamento dell’attuale status quo.

Anzitutto due fattori spiegano l’unicità della situazione giordana. La Giordania è l’unica monarchia dell’area priva di risorse naturali, e la sua tenuta economica dipende molto dall’aiuto estero (Arabia Saudita in primis) e dalla buona gestione del governo. Non c’è, come negli altri paesi del Golfo, la frequente possibilità di sfruttare i ricavi petroliferi per effettuare trasferimenti monetari o di risorse alla popolazione quando mostra segni di malcontento. Re Hussein in passato e oggi suo figlio, Abdullah II, sono sempre stati molto attenti a non promettere alla popolazione più di quanto non potesse essere ragionevolmente mantenuto, al contrario di quanto hanno fatto alcuni regimi militari che hanno governato a lungo in Medio oriente. Così, mentre ad esempio Saddam Hussein in Iraq, Zine Ben Ali in Tunisia e Hosni Mubarak in Egitto (ma non solo) promettevano alla popolazione “prosperità e prestigio internazionale”, i monarchi hashemiti in Giordania si sono sempre limitati al più sobrio impegno a “garantire una vita migliore per i giordani”, una frase utilizzata quasi come un mantra sopratutto da Re Hussein.

In secondo luogo, l’assetto in parte tribale del tessuto demografico giordano (come quello di tutte le monarchie del Golfo) ha contribuito allo storico radicamento del principio dinastico ereditario, praticato sin dai tempi del Califfato. Nel caso della monarchia hashemita di cui Re Abdullah II è rappresentante, l’accettazione del principio ereditario trova anche una sua legittimità ancestrale: il clan dei Banu Hashim (da cui, hashemiti) è infatti considerato diretto discendente della famiglia del Profeta Muhammad.

I giordani sono scesi e scendono in piazza per motivi economici, soprattutto a causa della crescente disoccupazione e della rimozione da parte del governo dei sussidi al carburante e in generale ai derivati del petrolio, che ha provocato un’impennata nei prezzi della benzina e del gas. Si tratta di una misura che il governo di Amman ha dovuto introdurre anche per vedersi concedere, lo scorso agosto, un prestito di 2 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale. C’è invece poco interesse da parte del popolo rispetto ai continui rimpasti governativi decisi negli ultimi anni dal re: l’ultimo, che ha portato alla nomina di Abdullah Ensour come primo ministro e alla diminuzione del numero dei ministeri, è avvenuto alla fine di marzo.

Uno studio condotto dal Dr. Asher Susser del Crown Center for Middle East Studies dell’Università di Brandeis (Massachussets, Usa) evidenzia tre elementi che contribuiscono a garantire la stabilità e la longevità della monarchia giordana.

Il primo è l’esistenza di una solida e potente elitè trans-giordana – i cosiddetti East bankers, in opposizione ai West bankers, cioè i palestinesi – a cui il Re assicura un certo grado di ‘protezione’. Sin dagli anni ’70 in Giordania è in atto un processo di giordanizzazione (Hardanna), attraverso il quale i palestinesi (circa la metà della popolazione) sono stati gradualmente rimossi dalle posizioni di potere sia in ambito governativo che militare, in favore appunto dei trans-giordani.

Così, oggi si è venuta a creare una divisione abbastanza chiara: il settore pubblico e l’apparato militare sono controllati dagli East bankers e quello privato dai West bankers. In Giordania c’è una sorta di contratto sociale non scritto tra Abdullah II e l’elite trans-giordana, che assicura la sua lealtà al Re in cambio di protezione. I più danneggiati dalla crisi, quindi, sono certamente i palestinesi.

Il secondo fattore è collegato al primo: il Re e l’elitè trans-giordana vengono protetti dal potente apparato di sicurezza del paese, condizione che rende sconveniente qualunque tentativo di messa in discussione dello status quo da parte di eventuali oppositori.

Il terzo è invece legato alla presenza di attori esterni interessati al mantenimento della stabilità del Paese. La monarchia hashemita in Giordana è l’unico regime ancora al potere tra quelli che si sono stabiliti durante gli anni ’20 nella zona della Mezzaluna fertile. Gli Stati Uniti, Israele e sopratutto l’Arabia Saudita – che vuole evitare esempi di emulazione – sono alleati preziosi per la Giordania. Inoltre l’eventuale caduta della monarchia di Re Abdullah II potrebbe favorire l’ascesa di partiti islamisti come il Fronte d’azione Islamico, guidato da Hamza Mansour, braccio politico dei Fratelli Musulmani in Giordania.

La richiesta di democratizzazione del sistema politico viene comunque sostenuta sia dagli East bankers, legati politicamente per lo più al movimento riformista Al-Jabha al-Wataniyya lil-islah capeggiato dall’ex ministro dell’Intelligence (Mukhabbarat) Ahmad Ubaydat, oggi all’opposizione, che dal Fronte d’azione islamico sostenuto sopratutto dai West bankers. Si tratta del movimento d’opposizione meglio organizzato, che gode in generale anche del più ampio consenso fra la popolazione. Anche il Fronte d’azione Islamico chiede un maggiore grado di democratizzazione e ha boicottato le ultime elezioni parlamentari dello scorso 23 gennaio (in cui l’affluenza è stata del 57% circa, alta per gli standard giordani), perché la legge elettorale sottorappresenta i distretti urbani, a maggioranza palestinese (con quelli rurali a maggioranza trans-giordana).

Il paradosso sta nel fatto che più gli East bankers chiedono un sistema maggiormente rappresentativo, più l’allargamento di questo sistema rischia di favorire il Fronte d’azione Islamico, generalmente sostenuto dai palestinesi, e i West bankers in generale.

La tenuta della monarchia di Abdullah II dipende sopratutto dagli ultimi due fattori tra quelli evidenziati dallo studio di Susser. La lealtà da parte dell’esercito è una costante nel mondo arabo-islamico, perché i rovesciamenti sono quasi sempre avvenuti quando le Forze armate ripensavano il loro sostegno nei confronti dell’estabilishment.

La consistenza del sostegno economico da parte di Usa e Arabia Saudita (e del Fondo Monetario Internazionale), poi, influenza la capacità della monarchia di assicurare il benessere della popolazione. Senza aiuti esteri, petrolio a buon mercato dai sauditi, la situazione sarebbe molto più problematica. Non è un caso che il periodo più travagliato per la Giordania, alla fine dello scorso anno, sia arrivato nel momento in cui i suoi partner (Arabia Saudita e Usa) hanno ridotto la portata dei loro aiuti finanziari per la precedenza data alle sfide interne (disoccupazione in crescita in entrambi in paesi) e il sostegno ai ribelli in Siria, in cima alle priorità nelle agende dei governi di Washington e Ryad.