La Giordania mette un (altro) piede nella crisi siriana

Due batterie di missili Patriot sarebbero in procinto di essere trasferite dal Qatar e dal Kuwait presso il confine giordano-siriano. Lo riferisce il Washington Times, citando una fonte anonima giordana. Venerdi 19 aprile gli Stati Uniti avrebbero accolto la richiesta delle autorità della Giordania di proteggere i propri confini dal fuoco incrociato tra le truppe governative di Bashar al- Assad e i ribelli dell’Esercito libero siriano. Gli scontri sono infatti particolarmente intensi nei pressi della città di Dara’a, che dista solo 40 chilometri dalla città ‘gemella’ di Ramtha, nel nord della Giordania. Sin da febbraio, tra i residenti di Ramtha si era diffuso il panico quando una densa nube di fumo si era levata sui cieli nei pressi della cittadina giordana e il rumore dei colpi di mortaio risuonava nei suoi quartieri settentrionali. Solo poche settimane fa, altre batterie di Patriot erano state piazzate lungo il confine turco- siriano per le stesse ragioni.

Nel frattempo, il Segretario della Difesa americano, Chuck Hagel, ha annunciato l’invio di circa 200 uomini delle truppe statunitensi a sostegno all’esercito giordano. «(Le truppe statunitensi, ndr ) sono le benvenute e serviranno a rafforzare le nostre capacità difensive alla luce del deterioramento della situazione in Siria», ha riferito il ministro dell’Informazione giordana Mohammad Momani all’Associated Press.

Il quotidiano francese Le Figaro riporta poi un’altra notizia, ripresa in seguito da altri quotidiani. La Giordania avrebbe infatti autorizzato Israele ad utilizzare il proprio spazio aereo – con la messa a disposizione di un corridoio che passerebbe sopra la capitale Amman – per condurre operazioni di monitoraggio (ed eventualmente anche militari) in territorio siriano. La decisione sarebbe stata presa a marzo, durante la visita di Barack Obama in Israele. «I Siriani e i Russi sono dotati di sistemi difensivi aerei, ma i velivoli israeliani sono difficili da rilevare e quindi virtualmente immuni ad ogni misura anti-aeree», avrebbe affermato una fonte anonima a Le Figaro. «I velivoli militari israeliani (droni, ndr) voleranno in notturna per minimizzare il rischio di essere individuati, e sono in grado di colpire obiettivi in qualunque parte della Siria», ha concluso la fonte. Se lo strike in Siria avvenisse, si tratterebbe dell’ennesima violazione dello Statuto delle Nazioni Unite. Le autorità israeliane esprimono preoccupazione per il presunto trasferimento di sistemi d’armamento dalla Siria nelle mani di Hezbollah.

Una preoccupazione che già ha avuto le sue conseguenze, quando il 31 gennaio gli aerei dell’ Israeli Defence Forces hanno colpito un convoglio vicino Damasco, sospettato di trasportare armi nelle mani del partito libanese guidato da Hassan Nasrallah. Nell’occasione è stato anche danneggiato un centro di ricerca scientifica siriano, che secondo le autorità israeliane serviva alla produzione di armi chimiche.

Nonostante le smentite, il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, una settimana dopo aveva implicitamente ammesso un certo grado di responsabilità. «Continuo a ripetere che, francamente, quando diciamo qualcosa lo facciamo sul serio. Crediamo che non dovrebbe essere permesso a Hezbollah di portare sistemi d’armamento avanzati in Libano», aveva affermato ad alcuni reporter tedeschi.

Se la notizia dell’apertura del ‘corridoio giordano’ fosse vera, saremmo di fronte ad un importante sviluppo, perché la concessione dello spazio aereo giordano permetterebbe a Tel Aviv di evitare di passare per quello libanese, dove si dovrebbero fare i conti con la prevedibile reazione dell’ala militare di Hezbollah. Inoltre, l’apertura del corridoio aereo renderebbe più esplicito il coinvolgimento della Giordania – già alle prese con una crisi economica e politica – nel conflitto siriano. Martedì 23 aprile, intanto, è arrivata la smentita di un funzionario governativo giordano ( citato da Russia Today e rimasto sotto anonimato ), che ha definito la notizia priva di fondamento. Il presidente siriano Bashar al-Assad non ha (ancora) rilasciato dichiarazioni in merito.

L’escalation della violenza in Siria ha dei riflessi sulla vicina Giordania, il più evidente dei quali – sin dall’inizio del conflitto – è l’ingente afflusso nella piccola monarchia araba di profughi siriani. Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, i rifugiati siriani sarebbero circa 445,000, di cui 390,000 registrati presso i campi profughi allestiti dall’agenzia delle Nazioni Unite. Una cifra enorme, considerato che la Giordania ha una popolazione di circa sei milioni di persone.

A Marzo, il Re Abdullah II si era incontrato in segreto con il presidente siriano Bashar al-Assad, per discutere dell’opportunità di porre freno all’afflusso di profughi in Giordania. Dal canto suo, in una intervista alla televisione ‘Al- Ikhbariya’, Assad la settimana scorsa aveva avvertito il governo di Amman sulla presenza di jihadisti in transito su territorio giordano e diretti proprio in Siria per combattere le truppe governative di Damasco. «Il fuoco al confine non cesserà e chiunque è consapevole che la Giordania è esposta (al conflitto, ndr) quanto la Siria», aveva affermato il presidente siriano».

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Il punto sulle forze navali dell’Iran

Nonostante la tensione nei rapporti tra Iran e Stati Uniti esista da circa 30 anni, i due paesi non sono mai stati in guerra. Oggi le possibilità di uno scontro tra Israele e Iran sono basse e strettamente collegate ad un possibile coinvolgimento di Washington. Se Israele dovesse attaccare le installazioni militari iraniane, l’Iran risponderebbe attaccando la Quinta flotta statunitense nel Golfo Persico e gli Stati Uniti entrerebbero automaticamente nel conflitto, sia per tutelare gli alleati israeliani che per proteggere le proprie forze navali nel Golfo. Il governo di Teheran ha più volte ribadito che se le forze aeree israeliane dovessero procedere allo strike sull’Iran, la Quinta flotta americana nel Golfo Persico subirebbe delle conseguenze. Senza provocazioni da una parte o dall’altra, comunque, il conflitto ad oggi rimane una ipotesi remota.

Nel corso degli anni ’80, in diverse occasioni, gli Stati Uniti intervennero nelle acque del Golfo Persico: durante la guerra tra Iran e l’Iraq di Saddam Hussein sostenuto dagli Stati Uniti, gli iraniani attaccarono le navi commerciali americane nel Golfo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, risposero con le operazioni Agile arciere (attacco di due piattaforme petrolifere iraniane nell’ottobre 1987, in risposta al missile iraniano su una petroliera kuwaitiana) e Mantide religiosa (aprile 1988, con dinamica simile a quella dell’Agile arciere). Altri episodi, come l’abbattimento nel 1988 di un aereo di linea iraniano da parte americana, costarono la vita a più di 200 persone, e contribuirono a rendere il Golfo Persico come il più verosimile dei teatri di potenziale scontro tra Iran e Stati Uniti.

Michael Connell, direttore del Dipartimento di Studi iraniani presso l’organizzazione no-profit Center for Naval Analyses con base a Washington, ha recentemente pubblicato uno studio sulle principali caratteristiche della marina militare iraniana, che si può riassumere in punti.

Gli apparati navali iraniani. Sono due, con poteri e catene di comando indipendenti l’una dall’altra. La Marina iraniana convenzionale è costituita dalla Islamic Republic of Iran Navy (IRIN), omologa della Marina americana e di qualunque altro paese. Poi ci sono le forze di mare appartenenti all’IRGC – i guardiani della rivoluzione, noti come Pasdaran. Si tratta di due apparati molto diversi tra loro, le cui funzioni e responsabilità a volte possono sovrapporsi e il cui modus operandi differisce.

La Marina convenzionale ha a disposizione soprattutto mezzi pesanti, tra cui tre fregate della classe Alvand da 1100 tonnellate, e sottomarini e corvette (due da 1100 tonnellate della classe Bayandor e una della classe Hamzeh da 560 tonnellate), adibite al controllo delle piattaforme e alla difesa delle coste iraniane. Le forze navali dei Pasdaran sono invece composte soprattutto da mezzi leggeri, tra cui aliscafi, motosiluranti, motoscafi e in generale piccole imbarcazioni. Questi sono ideali per operazioni lampo, per attacchi a sorpresa – ad esempio tramite le cosiddette ‘tattiche a sciame’, con le quali un alto numero di piccole imbarcazioni veloci circondano una nave nemica, la attaccano e si disperdono rapidamente -, imboscate e in generale operazioni di guerriglia. Entrambi gli apparati navali dispongono di mine anti-nave.

La riorganizzazione degli apparati navali. Nel 2007, l’Iran ha proceduto a una riorganizzazione delle responsabilità dei due corpi: la marina dei Pasdaran ha assunto il controllo delle operazioni nel Golfo Persico, mentre l’IRIN si è concentrata su quelle al di fuori del Golfo. Questa non è stata una scelta casuale, ed è stata dettata dall’esistenza di un altro strumento di difesa a disposizione del paese: la geografia.

Infatti, lo Stretto di Hormuz (che delimita il Golfo Persico) nella maggior parte della sua estensione non misura più di 100 miglia nautiche di larghezza (29 nel punto più stretto), rendendo complesse le manovre di grandi navi, come le portaerei americane della Quinta flotta che stazionano all’interno del Golfo. Esso è invece funzionale alle strategie delle forze navali dei pasdaran, visto che la porzione di mare che guarda la costa nord del Golfo Persico è disseminata di calette rocciose ideali per le operazioni-lampo con piccole imbarcazioni.

Una prova si è avuta nel gennaio 2012, quando tre motoscafi dell’IRGC hanno pedinato la USS New Orleans statunitense mentre si trovava nei pressi dello Stretto di Hormuz. Lo stesso giorno, altre piccole imbarcazioni iraniane hanno fatto lo stesso con la U.S Coast Guard Cutter Adak, che stazionava di fronte al Kuwait City.

Le strategie iraniane in ambito marittimo. Partono dall’assunto che gli Stati Uniti sono un avversario tecnologicamente superiore, che in un conflitto convenzionale avrebbe nettamente la meglio sull’Iran. Anche per questo motivo l’Iran ha sviluppato strategie asimmetriche sfruttando la possibilità di danneggiare le forze statunitensi con attacchi-lampo, sabotaggi e operazioni di guerriglia.

Nel dicembre 2012 è stata condotta dall’Iran un’imponente esercitazione navale, denominata “Velayat 91”, nella quale il governo di Teheran ha testato alcuni sistemi missilistici, tra cui il sistema di difesa aerea Ra’d, ovvero una versione evoluta del sistema di difesa aerea russo S-200. Si è trattato anche dell’occasione per vedere all’opera un nuovo prototipo di aliscafo militare, il “Tondar”, già inaugurato ufficialmente il mese precedente dal ministro della Difesa iraniano, il generale Ahmed Vahidi. Il Tondar, secondo quanto riportato dall’agenzia Fars, può essere equipaggiato con missili di vario genere e può fungere da piattaforma di lancio per droni. In occasione dell’esercitazione Velayat 91, le autorità iraniane avevano sostenuto di voler “mandare un messaggio di pace ai paesi vicini”: in realtà, l’esercitazione era sembrata più un messaggio diretto agli Stati Uniti, una specie di deterrente verso un potenziale attacco americano – o israeliano – all’Iran.

Oggi le probabilità di confronto militare tra Iran e Stati Uniti per le tensioni relative alla gestione dello Stretto di Hormuz, che Teheran minaccia di chiudere – e dal quale passa il 30% dell’offerta di greggio mondiale – in ritorsione alle sanzioni occidentali, sono basse. Se non altro perché la chiusura dello Stretto danneggerebbe in primo luogo l’Iran, uno dei principali esportatori di greggio. Più probabile che si possa assistere a piccole schermaglie, operazioni di sabotaggio o incidenti di vario genere. Provocazioni, appunto, una costante nella storia di inimicizia trentennale tra Iran e Stati Uniti, che per ora non hanno determinato un conflitto aperto.