Il programma nucleare dell’Iran, dall’inizio

È terminato da pochi giorni l’incontro sul nucleare iraniano tra i delegati del gruppo 5+1 (Stati Uniti, Regno Unito, Cina, Francia, Russia e Germania) e quelli iraniani ad Almaty, in Kazakistan. Il rappresentante iraniano, Saeed Jalili, ha definito il meeting un “punto di svolta”: gli Stati occidentali avrebbero smesso di insistere sulla chiusura dell’installazione iraniana di Fordow, una delle centrali sospettate di arricchire l’uranio, anche se non avrebbero rinunciato a chiedere la sospensione del processo di arricchimento dell’uranio, fondamentale per la costruzione di un’arma nucleare.

Il meeting in Kazakistan era iniziato circa una settimana dopo la pubblicazione dell’ultima relazione sul programma nucleare dell’Iran da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). Le valutazioni dell’Aiea, di fatto, sono sempre le stesse: il carattere di alcune attività nei siti nucleari iraniani desta preoccupazione – anche perché la cooperazione dell’Iran è piuttosto intermittente – ma rimane impossibile, al momento, stabilire se il programma iraniano abbia anche finalità militari.

Il nucleare iraniano da almeno dieci anni è in cima alle agende politiche di molti paesi mediorientali, primo fra tutti Israele, e degli Stati Uniti, che nella regione mediorientale impegnano uomini (Iraq e Afghanistan) e fette importanti delle proprie spese militari. Inoltre, il susseguirsi di incontri di diverso livello e di accuse e sanzioni nei confronti dell’Iran rendono ancora più difficile fare un punto sullo sviluppo del programma nucleare iraniano. È bene fare un passo indietro e tentare di capire a quando risale il progetto per il nucleare in Iran, a che punto si è arrivati e cosa è effettivamente permesso all’Iran dai trattati e dagli impegni internazionali che Teheran ha preso nel corso degli anni.

Il primo reattore fu americano

L’Iran iniziò a interessarsi alla tecnologia nucleare negli anni Cinquanta, durante la monarchia dello scià Mohammad Reza Pahlavi. Alla fine degli anni Sessanta, gli americani – che erano allora grandi alleati dell’Iran – donarono al paese un reattore per la ricerca da cinque megawatt nell’ambito dell’Atom for Peace Program, un programma ideato da Washington per promuovere in patria e tra gli alleati l’utilizzo del nucleare a fini pacifici. Nel luglio ’68, l’Iran siglò il Trattato di non proliferazione nucleare, che impediva a chi l’aveva sottoscritto di sviluppare armi nucleari.

Per lo scià, il programma nucleare civile era il fiore all’occhiello del progetto di modernizzazione del paese. Secondo alcuni studiosi, Reza Pahlavi voleva far costruire una ventina di centrali, e per questo avrebbe concluso una serie di accordi internazionali per la fornitura di impianti nucleari. L’obiettivo era arrivare alla produzione autonoma di uranio arricchito.

Con la rivoluzione del 1979, che trasformò l’Iran in una Repubblica Islamica, il programma nucleare iraniano subì una lunga interruzione. Più volte l’ayatollah Khomeini, nuovo leader indiscusso del paese, spiegò che il nucleare era contrario ai principi della morale islamica. Alla sua morte però, le cose cambiarono di nuovo. Nel 1989 Ali Khamenei assunse il ruolo di Guida Suprema, e l’Iran riniziò gradualmente a sviluppare un programma nucleare. Nel 1995 l’Iran annunciò di voler sviluppare un ambizioso progetto per ridurre il consumo interno di petrolio e gas e destinare queste risorse all’esportazione (le riserve di petrolio e gas iraniane, tra l’altro sono in forte diminuzione), rendendo il nucleare fonte primaria di energia per il consumo domestico. Ancora oggi, questo è un progetto utilizzato come principale argomentazione delle autorità iraniane per reclamare il loro diritto al nucleare.

Come si legge nell’ultima relazione dell’Aiea, l’Iran ha dichiarato l’esistenza di 16 infrastrutture connesse con lo sviluppo del nucleare. Tra di esse, le principali sono le seguenti. Altri impianti sono quello di Isfahan per la conversione dell’Uranio in gas Uf-6 ( la fase preliminare dell’arricchimento) ed altri siti minori.

Chi non vuole il nucleare iraniano, e perché

Verso la metà del 2002, alcuni esponenti dei Mujahedin-e-Khalq, un gruppo di opposizione iraniano in esilio, rivelarono l’esistenza di due impianti fino ad allora sconosciuti: le istallazioni di Arak e Natanz, quest’ultimo per l’arricchimento dell’uranio. Da quel momento, il programma nucleare iraniano diventò uno dei temi più importanti dell’agenda di politica estera di molti paesi.

Tra i più importanti oppositori del programma nucleare iraniano ci sono le monarchie arabe del Golfo, che temono un Iran atomico per ragioni strategiche. Nonostante non ci sia da parte di questi Stati la percezione del pericolo di un attacco nucleare da parte dell’Iran, la possibilità dell’espansione dell’influenza iraniana nella regione, attraverso la deterrenza mediante il possesso della bomba, è molto temuta. In particolare sono le minoranze sciite dei paesi del Golfo a preoccupare in misura maggiore, perché più condizionabili da Teheran. Il caso della primavera araba in Bahrein dimostra quanto questi regimi considerino la stabilità come obiettivo politico primario.

Gli Stati Uniti hanno preoccupazioni in parte simili ai quelle dei paesi del Golfo. Il timore più concreto è quello di uno spostamento di alcuni paesi sotto l’influenza iraniana, primo fra tutti l’Iraq. Washington presta attenzione soprattutto alle proxies iraniane, ovvero a quelli attori che agiscono al di fuori dei confini dell’Iran: i due più importanti sono Hamas (finanziato dall’Iran ma anche dal Qatar) nella Striscia di Gaza, e Hezbollah (finanziato dall’Iran) in Libano.

E poi c’è Israele

In Israele c’è un timore forte di attacco iraniano, e in misura minore c’è quello della possibilità che un Iran nucleare possa coprir meglio le spalle a Hezbollah o Hamas nell’eterno confronto con Israele.

Anche per questo motivo Israele – che è in possesso di testate nucleari e non ha firmato il Trattato di non proliferazine – minaccia un attacco alle infrastrutture iraniane: il desiderio di Netanyahu non è quello di impedire all’Iran di costruire un ordigno, ma quello di impedire che ne acquisisca la cosiddetta capability, ossia la possibilità di arrivare ad un certo livello percentuale di arricchimento dell’uranio,tale da rendere il materiale facilmente convertibile per l’assemblaggio di una bomba. La lunga querelle diplomatica ruota quindi attorno alla capacità dell’Iran di procedere in modo autonomo all’arricchimento. Si tratta di un processo articolato in diverse fasi e necessario alla produzione di energia, ma facilmente convertibile anche ad un uso militare.

Cosa si intende per “arricchimento dell’uranio”?

L’uranio si compone di combinazione di due isotopi: l’uranio 235 (U-235) e l’uranio 238 (U-238). Solo l’U-235, però, può essere oggetto di fissione nucleare. La fissione nucleare è un processo che produce calore e quindi anche energia. Una quantità specifica di U-235 – detta massa critica – è in grado di innescare una reazione a catena indipendente. L’arricchimento consiste nel procedimento che separa l’U-235 dall’ U-238.

Esistono diversi modi per arricchire l’uranio e l’Iran ha scelto l’utilizzo di centrifughe. Si tratta di grossi cilindri rotanti in cui viene immesso l’esafluoruro di uranio. La rotazione separa l’U-235 dall’U-238, dando luogo all’arricchimento. A seconda del numero di volte in cui l’uranio viene arricchito, esso diviene utilizzabile in un reattore o in un’arma. Fondamentale diviene quindi la percentuale di U-235 contenuta nell’uranio in seguito all’arricchimento (mediante la rotazione dei cilindri).

Per poter essere impiegato in un reattore nucleare, l’uranio deve contenere il 2-3% di U-235. Così trattato l’uranio è leggermente arricchito. Se la proporzione di U-235 viene aumentata oltre il 20%, si ottiene uranio altamente arricchito. L’uranio altamente arricchito deve poi contenere il 90% o più di U-235 (in gergo, weapon-grade) per essere in grado di produrre un’arma nucleare. Alcuni studi affermano che l’arco di tempo necessario per passare dal 20% al 90% vada dai tre ai dodici mesi.

Ad oggi, le informazioni disponibili dicono che l’Iran tratta uranio arricchito al 2-5% e intorno al 20%. L’Aiea ha confermato a fine dicembre che recentemente parte dell’uranio arricchito al 20% nel sito di Natanz è stato convertito in barre di combustibile nucleare, utilizzabili nei reattori a fini di ricerca medica (produzione di radio isotopi), come quello che si trova nei pressi di Teheran. Non è un caso che membri dell’intelligence israeliana verso la fine di gennaio abbiano modificato le proprie stime sulla capacità iraniana di ottenere un ordigno atomico: se a settembre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avvertiva (con il famoso disegnino della bomba di fronte all’assemblea generale delle Nazioni Unite) di un Iran nucleare già nei primi mesi del 2013, oggi a Tel Aviv sono convinti che quel giorno potrebbe arrivare non prima del 2015 o del 2016.

Cosa è concesso e cosa non è concesso all’Iran sul nucleare

Come paese firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), l’Iran ha ufficialmente rinunciato al diritto di sviluppare armi nucleari. Tuttavia, l’articolo 4 del Tnp riconosce a tutti gli Stati non-nucleari il “diritto inalienabile” a sviluppare energia nucleare per scopo civile, sotto  l’attività di supervisione dell’Aiea. Poiché l’arricchimento dell’uranio è un processo funzionale a questo scopo, rientra automaticamente nei diritti garantiti dal Tnp ai suoi membri, pur non essendo esplicitamente menzionato nello stesso.

L’accordo di garanzia (safeguard agreement) che tutti i membri del Tnp sono obbligati a stringere con l’Aiea autorizza l’Agenzia ad assicurarsi che le attività nucleari condotte sul suolo iraniano non assumano carattere militare. L’accordo nello specifico impegna l’Iran a sottoporsi al regime di controlli dell’Aiea: ispezioni in loco, accesso a documenti, e possibilità di interrogare personale impegnato nel programma nucleare.

Nel 2003, durante la presidenza Khatami, l’Iran accettò di firmare un protocollo aggiuntivo all’accordo di garanzia che consente un regime di ispezioni più intrusivo. Da ricordare che il governo di Teheran attuò le disposizioni del protocollo aggiuntivo su base volontaria: il Majlis (il parlamento iraniano) si rifiutò di ratificare il documento. Questa attuazione volontaria del protocollo aggiuntivo è stata ufficialmente interrotta dalle autorità iraniane il 6 febbraio 2006, durante il primo mandato dell’attuale presidente Mahmoud Ahmadinejad, più ostile alle amministrazioni americane di quanto non fosse Khatami.

Ad ogni modo, nessuna delle attività nucleari portate avanti dall’Iran è da considerarsi illegale. Lo è invece la mancata segnalazione di alcune di queste attività all’Aiea.