Tahir-ul-Qadri torna in patria per guidare la “rivoluzione pakistana”?

Il 15 gennaio la corte suprema del Pakistan ha ordinato l’arresto del primo ministro Raja Parvez Ashraf con l’accusa di corruzione, reato commesso nel periodo in cui era ministro dell’energia. Destino simile era toccato all’attuale presidente Asif Ali Zardari, già accusato e condannato in passato per riciclaggio, frode e corruzione.

Mentre Ashraf riceve la comunicazione dell’arresto, ad Islamabad il professor Muhammad Tahir-ul-Qadri arringa i manifestanti e attira l’attenzione dei media nazionali ed esteri. Parla dell’inettitudine del governo, di corruzione endemica, della mancanza di democrazia e della “rivoluzione inarrestabile” di cui si fa promotore. E’ una folla esausta quella che ha di fronte. Viene da una lunga marcia organizzata dal professore, partita da Lahore tre giorni prima e terminata proprio nella capitale.

Dopo aver imposto pubblicamente un bruciante ultimatum (dimissioni dell’esecutivo, scioglimento delle camere e governo di transizione fino alle prossime elezioni), ul-Qadri ottiene con sorprendente facilità un incontro con i principali rappresentanti del governo e con quelli dell’opposizione (qui l’istantanea pubblicata da alcuni quotidiani con i ministri del paese a rapporto dal teologo all’interno del suo container sistemato in mezzo alla folla). Tutte le sue richieste vengono accolte e viene firmata la Dichiarazione di Islamabad, che stabilisce che entro il 16 marzo le camere dovranno essere sciolte e nei successivi 90 giorni da quella data dovranno tenersi le elezioni. I candidati dovranno passare al vaglio della Commissione elettorale, la cui composizione verrà discussa il prossimo 27 gennaio. Sarà una data molto importante, perché la composizione della Commissione fornirà un chiaro indizio su chi potrà essere ammesso alle candidature. Nel frattempo verrà nominato un primo ministro che traghetterà il paese fino alla tornata elettorale.

Ma chi è ul-Qadri? Circa otto anni fa, esattamente il 29 novembre 2004, l’allora parlamentare e presidente del partito Pakistan Awami Tehrik, Muhammad Tahir-ul-Qadri, si presenta allo speaker dell’Assemblea nazionale, Chaudhry Amir Hussain, per ritirare il suo appoggio al governo del generale Parvez Musharraf e dimettersi da membro del parlamento pakistano. Lo fa consegnando un testo di 41 pagine, diviso in quattro capitoli: Corruzione politica e ricatti, Democrazia non democratica, Instabilità istituzionale, Fallimento delle responsabilità e sabotaggio dell’Assemblea nazionale.

Quasi un anno dopo Tahir ul-Qadri se ne va dal Pakistan per trasferirsi in Canada, dove si fa conoscere dal mondo occidentale come un intellettuale islamico moderato e promotore dei diritti delle donne. Fondatore nel 1981 dell’Ong internazionale Minhaj-ul-Quran, il giurista, politologo ed esperto religioso diviene celebre in Europa per la sua fatwa di 600 pagine contro il terrorismo, contro al-Qaeda e il regime dei talebani in Afghanistan.

Oggi la missione di Tahir-ul-Qadri è – lo ripete come un mantra – “portare la vera democrazia e liberare la politica dai criminali”. In effetti ad Islamabad, caso Ashraf a parte, non sembra regnare l’integrità morale. Non solo il governo, anche il parlamento pullula di rappresentanti non integerrimi.

Il mese scorso, poco prima del ritorno di Mohammad Tahir ul-Qadri, il giornalista investigativo Umar Cheema pubblica un’ inchiesta dal titolo “Rappresentanza senza tassazione”. Lo studio rivelava che più del 60% dei ministri (tra questi anche il presidente Zardari e il ministro dell’interno Rehman Malik) e due terzi del parlamento non avevano pagato le tasse lo scorso anno. Quelli che le avevano pagate, come il primo ministro Ashraf, avevano sborsato sborsato cifre irrisorie (circa 1,400 dollari) e solo in rari casi consistenti – tra queste poco eccezioni si può citare il ministro del commercio, Abbas Khan Afridi, che ha corrisposto al fisco circa 118,000 dollari.

Sorprende come un uomo assente dal paese da circa 7 anni stia riuscendo in poco meno di un mese a porsi a capo di quello che appare un moto rivoluzionario. Ul-Qadri potrebbe avere agito con l’appoggio dell’esercito (che ha di fatto autorizzato le manifestazioni rompendo con la tradizione repressiva) e il sostegno del potere giudiziario (che ha fatto arrestare Ashraf proprio il giorno della conclusione della marcia). Il teologo ha indirizzato le uniche parole dolci del suo lungo discorso di Islamabad proprio alle forze armate (sopratutto per “il loro impegno a difendere le frontiere e l’integrità del territorio”, in riferimento alla situazione al confine con l’India) e ai giudici.

Ul-Qadri non rientra in nessuna delle categorie politiche che in momenti diversi hanno contribuito ad erodere la pazienza dei pachistani. Non è un fondamentalista violento (anche se rimangono dei dubbi sulla sua interpretazione del concetto di blasfemia), né un avido possidente e nemmeno un tecnocrate opportunista. Molti sembrano tuttavia voler lasciare in secondo piano che nel 2002 ha dato il suo appoggio come parlamentare al governo di Musharraf.

Nonostante le incertezze relative alla prossime elezioni pachistane, per un paese come il Pakistan un leader religioso moderato come ul-Qadri potrebbe, in linea teorica, portare dei benefici soprattutto ai fini dell’integrazione etno-religiosa. Il Pakistan è in un certo senso una “grande Siria” non-araba: una maggioranza sunnita (ma più diversificata al suo interno) e tante piccole minoranze su scala notevolmente ingrandita. La storia personale di ul-Qadri è tutta improntata sul dialogo inter religioso.

Il sodalizio con l’esercito potrebbe però aprire scenari imprevedibili e dai risvolti tutt’altro che pacifici, sia nel caso di un forcing rivoluzionario, sia nel caso in cui si arrivasse alle elezioni di maggio. Siamo in inverno, ma si può già scommettere su un’estate caldissima in Pakistan.

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Iran, Egitto e i (preziosi) guastafeste nel Golfo

Nella prima settimana del 2013 il ministro degli interni egiziano, Ahmed Gamal al-Din, è stato rimosso dal suo incarico in seguito a un ampio rimpasto in seno al governo di Hisham Qandil. Al suo posto è stato nominato il generale Mohamed Ahmed Ibrahim.

“La decisione di rimuovere al-Din e la sua sostituzione con Ibrahim sembra arrivare come un antidoto all’anniversario del 25 gennaio [il secondo anniversario della rivolta egiziana che portò al rovesciamento dell’ex presidente Hosni Mubarak, ndA]” ha affermato la portavoce della Corrente popolare, Heba Yassin, ad un reporter del Daily News Egypt. In effetti, continua poi la Yassin, ad al-Din il governo può imputare la responsabilità di non aver represso con sufficiente decisione le proteste di piazza del mese scorso, in particolar modo quelle che si sono concentrate nei pressi del palazzo presidenziale.

La notizia della rimozione di al-Din dal suo incarico diventa esplosiva quando giovedì 10 gennaio il quotidiano egiziano Al- Masry al-Youm rende note nuove circostanze. Gamal al-Din sarebbe stato rimosso per aver contestato in modo acceso l’incontro avvenuto a fine dicembre tra Issam Haddad, consigliere del presidente Mohamed Morsi, e Qassem Suleimani, capo delle forze al Quds (Brigate Gerusalemme) iraniane, l’unità dei Pasdaran che si occupa delle operazioni all’estero. Durante l’incontro si sarebbe parlato sopratutto di intelligence. Suleimani avrebbe esposto ai rappresentanti della Fratellanza la sua esperienza in fatto di sicurezza in Iran.

Egitto e Iran rimangono due poli unici in Medio oriente, per peso demografico ed eterogeneità etno-culturale. La loro relazione è ancora un’incognita. L’Iran è la culla dello sciismo duodecimano, mentre l’Egitto ospita la più importante istituzione culturale sunnita del globo, oltre che una delle più influenti istituzioni dell’Egitto: l’Università al-Azhar de Il Cairo, il luogo dove si formano i principali esponenti del mondo religioso sunnita.

Se si legge il mondo islamico attraverso la lente dell’eterna tensione tra sciiti e sunniti, e si aggiunge il fatto che Egitto ed Iran aspirano per definizione ad un ruolo di leadership politico-culturale perlomeno a livello regionale, è facile pensare che fra i due paesi le tensioni siano sempre dietro l’angolo. Egitto ed Iran vengono da trenta anni di gelo assoluto. Non hanno relazioni diplomatiche dal 1980, da quando l’ayatollah Khomeini decise di interromperle a causa della firma da parte dell’Egitto degli accordi di Camp David con Israele.

Ma l’Egitto non è più quello dei governi laici che si sono succeduti e che hanno mantenuto l’imposizione del divieto di partecipazione alla vita politica. Quello di una quiete che in qualche modo coincide o perlomeno ricorda il “quietismo” di matrice sciita, atteggiamento storicamente assunto proprio dal clero iraniano nel corso della storia. Il “quietismo” finì per scomparire con la rivoluzione khomeneista del 1979, spazzato via dalla dottrina del vilayat-e-faqih (vicariato del giusperito) che assegna(va) un ruolo attivo al clero nella presa e nell’esercizio del potere. La dottrina di Khomeini, influenzata dalle idee del sociologo Ali Shariati, attribuiva grande importanza alle masse e alla dicotomia oppressori-oppressi nel processo di rinascita nazionale.

Anche la primavera egiziana è stata una rivoluzione popolare, a cui i Fratelli musulmani si sono agganciati sufficientemente in tempo in quello che è stato un frettoloso risveglio dalla sopra citata quiete. “Risveglio islamico” è una parola che piace molto alla guida suprema Khamenei, che così ha definito le rivolte arabe e quella egiziana in particolare.

L’ostacolo più grande nelle relazioni tra Egitto ed Iran rimane la Siria, con Teheran che sostiene Damasco e Il Cairo che sostiene i ribelli. Ma è probabile che l’Egitto, mantenendo un tacito sostegno ai ribelli, assuma comunque un atteggiamento low profile, lasciando la scena al protagonismo e ai soldi delle petromonarchie del Golfo. L’Iran, dal canto suo, rimane saldo nel sostegno ad Assad.

L’altro ostacolo è nel Golfo: non è dato sapere se Salehi li abbia incontrati, ma il giorno in cui è arrivato al Cairo se ne andavano i rappresentanti del Qatar, che sta contribuendo molto alla ricostruzione economica egiziana con prestiti per 4 miliardi di dollari, poco meno del prestito che il Fondo Monetario dovrebbe (?) concedere all’Egitto lunedì prossimo. Il Qatar, al pari dell’Arabia Saudita, teme la longa manus iraniana sulle comunità sciite e sulla regione in genere.

L’Egitto e l’Iran si riavvicinano, questo era prevedibile. Non hanno ragione di temersi direttamente: i Fratelli musulmani in Iran sono assenti, così come è esigua sia la minoranza sciita in Egitto che i problemi settari. Sulla Palestina hanno interessi ed opinioni più o meno convergenti, ma relazioni per ora assai diverse con Israele. Sulla Siria c’è un forte disaccordo, ma la ricostruzione delle relazioni tra ayatollah e Fratellanza egiziana non può che essere propedeutica a quelle con la Fratellanza siriana, che verosimilmente sarà protagonista in un eventuale post-Assad.

L’Egitto sonda il terreno. Ha bisogno di capitali per lenire la crisi interna ma anche di non cadere sotto l’influenza esplicita di nessuno, o almeno di non darlo a vedere. I paesi del Golfo hanno bisogno di investire denaro e di un ruolo di rilievo nello scenario internazionale da esso indotto, mentre l’Iran di alleati e partner commerciali.

Le petromonarchie, non solo sulla cartina geografica, costituiscono una barriera tra Egitto ed Iran. Nonostante le altrettante affinità ideologiche e la comune cultura sunnita, Riad e gli emiri del Golfo hanno sempre mostrato ostilità verso le infiltrazioni dei Fratelli musulmani nelle rivolte dell’area, temendo la  politicizzazione delle masse. I Fratelli musulmani hanno dal canto loro nel governo i salafiti di Al-Nour, che hanno un impianto ideologico simile a quello del clero wahabita dell’Arabia Saudita. Si potrebbe sostenere che la Fratellanza in Egitto tema i salafiti nel proprio governo come Riad teme la Fratellanza all’interno della propria società civile.

Se confermata, la ragione per cui è stato sostituito il ministro degli interni è il segnale che si sta per aprire una nuova stagione di tensioni e incertezze, sullo sfondo delle quali si staglia sempre il grande conflitto sotterraneo tra Iran ed Arabia Saudita.

Il Times cita le parole di un esponente della guida dei Fratelli Musulmani, secondo cui “il vertice [tra Sulaimani e Haddad, ndA] aveva come obiettivo quello di mandare un messaggio agli Stati Uniti, che stanno facendo pressioni sul’esercito egiziano perché non stringa alleanze con nessuno che non sia di suo gradimento”.

E se il messaggio fosse rivolto anche ad altri?