Iran, sanzioni ed effetti collaterali: la classe media paga il conto

Le sanzioni stanno avendo i loro effetti, ma è necessario rafforzarle o, eventualmente, andare oltre”. Queste, in estrema sintesi, la dichiarazione che il ministro delle Finanze israeliano Yuval Steinitz ha rilasciato mercoledì alla Cnbc. Affermazioni simili si erano sentite anche due giorni prima, argomentate in modo differente, durante il faccia a faccia tra Barack Obama e Mitt Romney sulla politica estera all’università Lynn di Boca Raton, in Florida. Le sanzioni danneggiano profondamente l’economia iraniana, innervosiscono la popolazione e instillano il germe della paura nel regime, che si suppone venga messo di fronte al pressante trade-off tra programma nucleare e politiche economiche efficienti ed eque.

Justin Logan, direttore del centro studi sulla politica estera Cato Institute, non ha dubbi e si spinge oltre:“ L’assunto teorico a fondamento dell’odierno regime di sanzioni è che bisogna provocare sofferenza nella popolazione, perché questa sofferenza diffonderà nel regime la paura che possa prendere corpo una protesta, una rivolta, o addirittura una  rivoluzione che ne determini il collasso o il rovesciamento”.

Due le conclusioni che si possono trarre dalle parole di Logan. La prima è che le sanzioni colpiscono la popolazione. La seconda è che il loro obiettivo è un rovesciamento del regime. Concetto, quest’ultimo, comunque piuttosto abusato, che non specifica quale componente si vuole danneggiare all’interno dell’intricata struttura di potere iraniana. Gli effetti delle sanzioni che colpiscono la popolazione sono sua economici che politici. Le sanzioni danneggiano anzitutto i bazaari e la classe media (classe media alla quale in parte gli stessi bazaari appartengono). Sono infatti queste le classi che commerciano e consumano beni importati dall’estero o che hanno a che fare con dollari americani.

In Iran vige un sistema a cambio multiplo, ufficiale e non-ufficiale, che permette al governo di applicare sussidi ai beni di prima necessità, classificati dalla Banca Centrale con un ordine di priorità che va da uno a dieci. Alla posizione uno e due ci sono beni alimentari di prima necessità e medicine, che vengono vendute ad un tasso di cambio ufficiale di circa 12000 rial per dollaro e sono acquistati soprattutto dalla fasce più povere della popolazione, generalmente favorite dalle politiche di Ahmadinejad. È un tasso molto diverso da quello di cui si parla per gli altri beni, perlopiù beni intermedi per la produzione industriale, venduti ad un tasso di cambio anche di 35000 rial per dollaro.

E’ questo il tasso di cambio del mercato, quello applicato dai cambiavalute dei bazaar iraniani. Le proteste e le repressioni di inizio ottobre a Teheran, quando i bazaari hanno deciso per la serrata accusando il governo di pensare più alla Siria che alla popolazione, hanno avuto un discreto riscontro mediatico e sono stati interpretati come un segnale che il popolo iraniano sia in qualche modo pronto a un eventuale rovesciamento del regime. Nulla di più sbagliato, se si considera che a protestare c’erano proprio le due categorie, classe media e soprattutto bazaari, agli antipodi per appartenenza politica.

La classe media, sopratutto quella più istruita, è la stessa che ha votato per Hussein Mousavi alle elezioni del 2009 e che è scesa in piazza in seguito alla rielezione di Ahmadinejad. I bazaari sono invece tradizionalmente vicini ai “principalisti” della guida suprema Khamenei. Entrambi, partendo da presupposti diversi, si sono scagliati contro le politiche del governo di Ahmadinejad. Se l’ultima parola sulle questioni chiave per il paese spetta sempre a Khamenei, è anche vero che le politiche economico-sociali sono perlopiù ad appannaggio del governo di Ahmadinejad e del suo fronte “paydari”, sempre più isolato in un parlamento colonizzato dal fronte khameneista. Quel fronte che nell’accusarlo di mala gestione dell’economia dimentica consapevolmente gli effetti delle sanzioni, contrariamente a quanto fa in ambito internazionale.

Le conseguenze politiche delle sanzioni si riassumono quindi in un ulteriore isolamento del presidente. Un isolamento non necessario, perché Ahmadinejad non può ricandidarsi alle prossime elezioni di giugno 2013. La prossima tornata elettorale probabilmente non vedrà la partecipazione dei riformisti di Hussein Mousavi, e quindi si può prevedere una larga astensione proprio della classe media. In Iran si parla molto della possibile elezione di Mohammed Qalibaf, tecnocrate e sindaco di Teheran gradito alla Guida ma proveniente dalla stessa organizzazione politica (La società islamica degli ingegneri) da cui proviene Ahmadinejad. In ogni caso, le alternative dovrebbero gravitare soprattutto attorno all’orbita khameneista.

Se l’ottica di lungo periodo è quella dell’aspirazione ad un cambio di regime, l’Occidente non può che giovarsi dell’attuale presidenza: finché Ahmadinejad è presidente, le colpe della crisi saranno sempre parzialmente imputabili alla sua cattiva gestione, e mai solo alle sanzioni. Se al suo posto ci fosse Ali Larijani, presidente del parlamento vicino a Khamenei e uno dei probabili candidati alla presidenza, la retorica anti-occidentale e l’atteggiamento assunto nei negoziati sul nucleare sarebbe diversi. Probabilmente Ali Larijani verrebbe anche legittimato da un maggiore sostegno da parte dell’opinione pubblica, che vedrebbe nelle sanzioni la ragione di tutti i mali.

Nel frattempo, se i bazaari sono tornati ad aprire i battenti, la classe media si indebolisce sempre di più. I giovani iraniani fanno i conti con una disoccupazione crescente, scottati dagli eventi del 2009 che gli hanno provocato un progressivo disincanto rispetto alle possibilità di cambiamento. Il paradosso delle sanzioni è che se l’obiettivo è rafforzare il dissenso e la rabbia anti-regime il risultato sembra essere opposto: giovani sempre più stanchi e impoveriti, che tra il fare la rivoluzione e cercare un dignitoso lavoro, scelgono la seconda opzione, illudendosi che il successore del presidente potrà solo fare meglio. Mentre Ahmadinejad conta i suoi giorni e l’Occidente si accanisce inutilmente su quel che ne rimane.

Il de-listing del Mko. L’Iran riassapora il doppio standard

Il 3 ottobre la leader dei Mujahedin-e-Kalqh (MEK/OMPI), Maryam Rajavi, è intervenuta ad un meeting  presso il Parlamento europeo per discutere delle conseguenze  di una notizia divenuta ufficiale qualche giorno prima: il MEK è stato rimosso dalla lista delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato americano.

“Ora, dopo la rimozione dalla lista, è arrivato il momento di porre fine in modo categorico alla politica di accondiscendenza nei confronti dei governanti criminali iraniani e di riconoscere la resistenza del popolo iraniano contro il fascismo religioso e in favore della democrazia e della libertà”. Queste le parole della 59enne dissidente iraniana, ben consapevole delle conseguenze che il nuovo status dell’organizzazione fondata nel 1965 da alcuni studenti marxisti iraniani avrà sul futuro delle relazioni tra Occidente e Repubblica Islamica.

Ma qual è la ragione dei toni arrembanti della Rajavi? L’obiettivo del de-listing del MEK , così come quello delle sanzioni (che stanno danneggiando profondamente la popolazione, non il regime), non è spingere gli ayatollah a rinunciare al programma nucleare, bensì quello di favorire un cambio di regime a Teheran. Si cercano interlocutori, alleati fedeli pronti a guidare un’ennesima eventuale “coalizione dei volenterosi” in grado di rovesciare l’attuale regime della Repubblica islamica. Si tratta di un aspetto non ancora universalmente riconosciuto fuori da Israele. A Tel Aviv infatti è di dominio pubblico che l’obiettivo finale sia un cambio di regime a Teheran, mentre non lo è a Washington, che si limita a dichiarare di pretendere ‘solo’ un Iran privo della bomba. L’obiettivo del regime change può aiutare a capire le motivazioni di una mossa apparentemente formale come quella fatta dal Dipartimento di Stato Usa. Una mossa che potrebbe risultare, nel migliore dei casi, nociva.

Il MEK, oltre ad aver condotto e finanziato attività terroristiche di vario genere, è anche la principale organizzazione del Consiglio nazionale di Resistenza Iraniana (CNRI), una coalizione ombrello fondata a Parigi nel 1981 che con la notizia del de-listing potrebbe acquisire nei prossimi mesi una nuova visibilità. La Rajavi, in qualità di leader dell’organizzazione più importante dell’ “ombrello”, condivide con il marito Massoud anche la presidenza del CNRI. È questa una coalizione che si propone di instaurare in Iran “un regime basato sul voto popolare e una repubblica basata sulla separazione tra Stato e chiesa, sull’uguaglianza tra uomini e donne, sulla pace e sull’amicizia con i paesi della regione e un Iran non-nuclearizzato”. Propositi lusinghieri, per carità.

Il MEK sostiene di aver rinunciato alle attività terroristiche dal 2001. Tuttavia nel 2009, dopo esser stato catturato, l’ex leader dell’organizzazione terroristica sunnita Jundullah, Abdolmalek Rigi, (responsabile di attentati ai danni di centinaia di cittadini iraniani soprattutto nel sud-est dell’Iran, nella regione del Baluchistan) ammise di aver ricevuto appoggio dal MEK. Rigi sarebbe stato poi giustiziato nel 2010, quando il MEK era ormai impegnato a fornire assistenza al Mossad nei sabotaggi alle centrali nucleari iraniane. Curioso il fatto che il triangolo di collaborazione tra Mossad, Jundullah e MEK si chiuda con la notizia emersa a gennaio di una partnership tra i servizi segreti israeliani e il movimento sunnita secondo più fonti legato ad al-Qaeda.

L’FBI definisce il terrorismo come “l’uso illegale della forza o della violenza contro persone o proprietà al fine di intimidire o costringere un governo, la popolazione civile o qualsiasi segmento di essa a perseguire obiettivi politici o sociali”. Nella definizione rientrano perfettamente le attività sopracitate. In proposito, sarebbe opportuno aggiungere che ad inizio settembre Harold Koth, a capo dei consiglieri legali del Dipartimento di Stato americano, ha dichiarato che gli attacchi informatici di cui si è reso protagonista Israele in Iran vanno considerati alla stregua di quelli armati. Si tratta quindi di una forma di terrorismo?

D’altronde Donald Rumsfeld nel 2011 disse chiaramente: “il terrorismo non era il nemico, ma solo una tattica che i nostri nemici usavano con successo contro di noi. Dire che eravamo in guerra contro il terrorismo era come dire che eravamo in guerra contro coloro che compivano attentati o che conducevamo una guerra sui carri armati, in quanto oppositori delle persone che usavano queste armi”. Che la Casa Bianca, alla fine, si sia lasciata in qualche modo ammaliare dall’efficacia delle tattiche dei talebani?

Il de-listing del MEK non è solo un palese atto ostile nei confronti dell’Iran in un momento storico in cui sarebbe auspicabile evitare tensioni ulteriori. Se l’obiettivo è un rovesciamento del regime di Teheran e c’è la pretesa che il MEK possa essere un buon rappresentante del popolo iraniano, ci si sbaglia di grosso: l’organizzazione di Maryam e Massoud Rajavi condusse al fianco di Saddam Hussein la guerra contro l’Iran negli anni ’80. Una guerra contro la propria popolazione. Il governo iraniano, da quel momento, si riferisce al movimento con il termine “monafiqeen” (ipocriti). È improbabile che il MEK possa essere considerata candidato credibile a guidare un paese a cui ha fatto la guerra, a prescindere dal suo programma politico apparentemente democratico.

C’è poi l’annosa questione del ricollocamento degli abitanti di Camp Ashraf (in cui sorge il quartier generale del MEK) e Camp liberty in Iraq. Al-Maliki ha infatti invitato gli Usa a non rimuovere l’organizzazione dalla lista nera e ha più volte affermato di volerla espellere dal paese.

Uno dei problemi nei rapporti tra Iran e Occidente risiede nell’adozione da parte del secondo del cosiddetto approccio del “doppio standard”, del quale le autorità iraniane tacciano quotidianamente quelle europee e americane. Difficile dargli torto sul piano logico, ancor più se Israele e Stati Uniti dichiarano di essere in guerra contro il terrorismo mentre sono impegnate a finanziarne o gli interpreti più pericolosi, nocivi e privi di progettualità, cioè quelli del Jihad globale, o quelli in qualche modo legati  ad esso, come Jundullah, il cui finanziamento da parte degli Usa è stato documentato da Seymour Hersh, un giornalista tendenzialmente credibile.

Credibilità che l’Occidente sta invece ampiamente compromettendo con l’Iran, perché in fondo ritiene che sia Teheran a doversi dimostrare affidabile, nonostante la storia non rechi traccia di aggressività o ingerenza negli affari di un altro paese. Il “doppio standard” è solo una faccia di quella sorta di dado che è l’approccio “orientalista” occidentale nei confronti della Repubblica Islamica. Quell’approccio che in fondo contribuisce a zavorrare i negoziati sul nucleare e a perpetuare un clima di ostilità.

La riabilitazione pubblica del MEK è semplicemente l’ennesima dimostrazione che senza coerenza non esiste credibilità, e senza credibilità non esiste(rà) dialogo.