Se il terrorismo diventa un’idea. Al Qaeda è viva?

L’11 settembre – giorno prima dell’uccisione dell’ambasciatore americano in Libia Chris Stevens – il leader di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri ufficializza in video una notizia che i media occidentali hanno già dato due mesi prima. Il libico Abu Yahya al-Libi, numero due della rete qaedista, è morto, ucciso da un drone americano in Pakistan il 4 giugno. Mentre Al-Zawahiri commemora il “leone di Libia”, probabilmente non è ancora a conoscenza della contemporanea morte di altri due suoi fedeli collaboratori.

Prima il vice-emiro di al-Qaeda nel Maghreb Islamico, Nabil Abu-Alqama, deceduto in seguito ad un incidente d’auto sospetto nei dintorni della città di Gao, in Mali. Poi il numero due di al-Qaeda nella penisola araba, Saeed Ali al-Shihri, assassinato insieme alle sue sei guardie del corpo nella provincia dell’Hadramout in Yemen, nell’ambito di un’ operazione militare eseguita dalle forze armate yemenite. A inizio anno era stato il turno di Bilaal al-Berjavi, libanese-britannico ucciso da un altro drone in Somalia La stessa sorte era toccata a settembre di un anno a Anwar al-Awlaki, imam yemenita-statunitense e al tempo considerato un papabile successore di Osama bin-Laden.

Autorevoli commentatori ritengono che al-Qaeda sia un’organizzazione sconfitta, decapitata di molti dei suoi vertici locali e neutralizzata nella sua capacità operativa dalla campagna dei droni. A giudicare da queste morti illustri non si potrebbe dargli torto: al-Qaeda ha perso pezzi grossi.

Dietro la morte dell’ambasciatore americano in Libia Chris Stevens, tuttavia, potrebbe esserci l’ombra del gruppo sunnita jihadista.

Nel 2007 l’analista Adam Elkus scrisse:”Al Qaeda has been moving towards decentralization ever since the invasion of Afghanistan, with isolated cells and loosely affiliated groups that have only a tenuous connection to the greater Al Qaeda hierarchy tapping into Bin Laden’s “franchise”.

Decentralizzazione. Per un movimento che si richiama al jihad armato globale un processo di questo tipo era inevitabile. E’ vero, al Qaeda perde i suoi leader, ma se Elkus utilizzava la metafora del franchising il motivo è che l’organizzazione terroristica è da tempo divenuta un ‘brand’ più che una precisa entità. Promotrice di un’idea e di una cultura, quella del martirio che calamita gli emarginati dell’Umma in giro per il globo. Quindi la domanda da farsi probabilmente non è se al-Qaeda è viva nelle sue diffuse e confuse strutture di potere. Bensì se l’idea “Al-Qaeda” è viva, se il jihad globale attrae ancora musulmani sunniti in giro per il mondo. E la risposta pare essere affermativa.

Al-Qaeda ha sempre mancato di due caratteristiche fondamentali: una progettualità politica e una base di consenso. La prima non è mai servita, poiché l’obiettivo ancestrale è sempre stato quello dell’instaurazione del califfato islamico mondiale e l’attività si è sempre basata esclusivamente sulla pianificazione di azioni terroristiche. E’ però sul consenso che va fatta una riflessione.

Nel luglio 2011 Majiid Nawaz, ex terrorista legato ad Al-Qaeda,  evidenziava che nei paesi a maggioranza musulmana mancano movimenti sociali di portata globale che si facciano promotori delle richieste di democrazia. Non c’è, ed è qui il punto, nessuna “Al-Qaeda senza il terrorismo”. Un fattore decisivo per la vitalità di Al Qaeda è l’attivismo informatico nelle operazioni di reclutamento di militanti, nella comunicazione interna e nella promozione del brand. Nawaz ricorda che già all’inizio degli anni ’90 al-Qaeda gli metteva a disposizione una casella di posta elettronica.

Se l’offensiva militare contro al-Qaeda sta facendo cadere come mosche i suoi uomini-chiave, ciò non implica quindi che l’idea Al-Qaeda si sia indebolita. Piuttosto, la progressiva necessità di spostarsi dall’Afghanistan e dal Pakistan, così come il (con)temporaneo venire meno di attentati contro l’Occidente, hanno reso più opaco il protagonismo qaedista e apparentemente meno preoccupante la sua minaccia. La realtà può essere inquadrata da un’altra prospettiva, che deve necessariamente fare a meno di concepire al-Qaeda come una semplice organizzazione trans-nazionale, ma bensì come sinonimo di jihad armato globale.

In termini di consenso, è preoccupante constatare come rispetto a 10 anni fa l’organizzazione sunnita abbia aumentato la popolarità in paesi in cui prima non operava. Sebbene la quasi totalità dei musulmani sia ostile alla filosofia’ qaedista, si registra un processo di adesione soprattutto da parte dei movimenti del Maghreb e dell’Africa centrale. Mujao e Ansar Eddine (Mali), Aqmi (Algeria), Shabaab (Somalia), Boko Haram (Nigeria): sono tutti movimenti jihadisti che si richiamano o si sono richiamati alla missione di al Qaeda e le cui azioni violente sono rivendicate nel nome del jihad globale o dell’instaurazione di una sharia integralista. Spesso non vi è una relazione provata tra questi gruppi e la leadership centrale qaedista.

Se sette anni fa si parlava di al-Qaeda come di un’entità dal “processo decisionale centralizzato, ma dall’attivismo diffuso e decentrato”, oggi si potrebbe sostenere che anche il processo decisionale qaedista si va decentrando. I pochi e semplici concetti diffusi da al-Qaeda e le “garanzie” offerte (paradiso e soldi per la famiglia in cambio di martirio) costituiscono sovente l’idea a cui richiamarsi quando un gruppo militante islamico vuole affermare la sua autorità e vuole legarla ad una missione jihadista.

L’idea, il marchio, il “fascino” della jihad globale promossa con ogni mezzo da al-Qaeda è arrivata a livelli di pervasività unica. Ogni azione terroristica viene ricondotta alla “Rete” e alla sua capacità di influenza, oppure sono gli stessi attentatori ad inneggiare a Bin Laden anche se le loro azioni sono state pianificate senza l’aiuto della direzione centrale.

Il mese di luglio in Iraq è stato il più sanguinoso dal 2006, con attentati rivendicati da al-Qaeda che hanno fatto anche 120 morti in un giorno solo. Ad aprile i tuareg in Mali hanno proclamato indipendente la Repubblica dell’Azawad, cedendo poi progressivamente la scena agli integralisti di Ansar Eddine, probabilmente legati ad al-Qaeda. La Cirenaica, regione libica, è sospettata di essere un nuovo enorme quartier generale jihadista, così come il sud dell’Algeria. Una parte del territorio egiziano può sempre vantare la presenza di gruppi qaedisti come Takfir wa Hijra e Jihad islamica d’Egitto (fondata da Al Zawahiri). Non sono gli unici esempi.

La speranza di sconfiggere il fondamentalismo orientato al jihad offensivo globale non viene certo dalla “missione civilizzatrice” occidentale. Al Qaeda può esser paragonata alla mafia. Può essere considerata un fenomeno criminale che nasce all’interno di un sistema di valori (l’Islam). Per estirparlo occorre intervenire sulle cause che ne rendono possibile la sopravvivenza, cioè la povertà, l’assenza dello Stato e sentimento di rancore, caratteristico peraltro di popoli che hanno subito l’imperialismo.

Analizzato il fenomeno in quest’ottica, la fiducia va paradossalmente riposta nei partiti islamisti, che hanno ottenuto o otterranno il potere alla fine delle primavere arabe, e va alimentata attraverso un processo di confronto e collaborazione paritaria. Solo loro possono essere in grado di veicolare il consenso delle masse e impedirne quel disincanto che può portarle verso il jihad armato.

In questo i Fratelli Musulmani, ma soprattutto la monarchia saudita, dovrebbero essere più trasparenti nei loro obiettivi politici, dato che condividono con al-Qaeda lo stesso impianto ideologico di fondo (gli ispiratori sono Ibn Wahab e Sayd Qutb). Vi sono perlomeno indizi di finanziamenti alla “Rete” da parte di Riyad. Non è un mistero che gli Usa abbiano fatto un’implicita scelta di campo, quello dei sunniti, alleandosi con l’Arabia Saudita e sottovalutando le derive integraliste del wahabismo (o sopravvalutando quelle dello sciismo iraniano).

Ragion per cui, a latere, sorge un interrogativo: la guerra all’Iran e quella ad al-Qaeda non entrano in contraddizione?

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