Iran e Arabia Saudita: il sottile confine tra degenerazione e stasi

E’ stato Mohammed Morsi a ricordare al mondo quale sia il principale conflitto del Medio Oriente odierno. Lo ha fatto proprio a Teheran, durante il Summit dei paesi Non-Allineati. Poco prima di sparare a zero sul regime di Bashar Al-Assad, determinando l’abbandono della sala da parte della delegazione di Damasco, il politico della Fratellanza Musulmana aveva in effetti già assestato un fendente dialettico nelle orecchie sciite della Guida Suprema Ali Khamenei.

Morsi ha aperto il suo discorso a Teheran con la basmala (o bismillah), la formula salmodiata che appare all’inizio di ognuna delle 114 sure del Corano e che i musulmani di norma pronunciano prima di qualsiasi discorso pubblico. Una basmala un po’ troppo ‘lunga’ per i padroni di casa, a cui si sono drizzate barbe e capelli per l’improvviso sacrilegio semantico: il presidente dell’Egitto, infatti, aveva fatto seguire all’ovvia menzione di Allah e del Profeta quelle di Abu Bakr, Umar e Uthman, ovvero dei primi tre califfi – successori di Maometto secondo i sunniti, ‘usurpatori’ secondo gli sciiti. Quella del leader egiziano è stata una scelta dialettica mirata che, oltre a segnalare il crescente isolamento di Teheran, ha rievocato il mai sopito conflitto ideologico, economico e culturale tra i due paesi più importanti per gli equilibri regionali mediorientali: Arabia Saudita e Iran.

Sebbene gran parte dei media abbia dato spazio alla presa di posizione di Morsi rispetto al conflitto in Siria, il confronto dialettico alla Conferenza di Teheran ha mostrato anche altri ‘sottotitoli’, più leggibili in seguito all’immediata e indiretta risposta iraniana: alcune televisioni nazionali, trasmettendo il seguito del discorso di Morsi sulla “rivoluzione in Siria, contro il suo regime oppressivo”, hanno deliberatamente tradotto la parola “Siria” con la parola “Bahrain”. Lapsus volutamente freudiano, che allude alla situazione creatasi nel piccolo arcipelago del Golfo Persico, dove il Re sunnita Hamad bin Isa al Khalifa ha represso nel sangue le manifestazioni della maggioranza sciita, beneficiando dell’invio di truppe da parte di Ryadh. Una situazione simile e per certi versi simmetrica rispetto a quella della Siria.

Alcuni commentatori americani avevano biasimato Morsi per la sua partecipazione al Summit di Teheran. Dimenticavano però che Morsi doveva rispondere a due intimi imperativi morali, che rendevano sacrosanta la sua partecipazione: dimostrare, al mondo ma soprattutto agli egiziani, che le elezioni in Egitto hanno prodotto una leadership indipendente e solida; rimarcare le differenze tra mondo sunnita e sciita, in conflitto da più di un millennio.

Quest’ultima è una mossa che induce a pensare che il presidente egiziano abbia scelto di schierarsi dalla parte dell’Arabia Saudita non solo nella proxy war siriana, ma anche nella gara per la supremazia regionale e nel confronto ideologico, assecondando la comune origine della dottrina salafita-egiziana e di quella wahabita-saudita.

Iran e Arabia Saudita sono strutturalmente in competizione. Sono poi le modalità con cui i due Paesi la concepiscono a differire profondamente. Su questo, ovviamente, pesano le contingenze: l’Iran è vittima di un regime di sanzioni  da parte dell’Unione Europea e degli Stati Uniti (a cui hanno aderito anche altri paesi). La politica petrolifera iraniana, dovendo assecondare le esigenze di una popolazione molto più numerosa di quella dell’Arabia Saudita e con un consumo medio per automobile secondo solo a quello degli Stati Uniti, è orientata alla massimizzazione dei profitti nel breve termine. Prezzi più alti possibile per le esportazioni e prezzi bassi (anche se in aumento) per i consumi interni.

La produzione iraniana, come riporta l’ultimo report dell’ Energy information Administration, è data oltretutto in diminuzione, anche a causa della mancanza dei fondi necessari a modernizzare le obsolete infrastrutture nazionali. Non sorprende, quindi, che a causa dell’imposizione delle sanzioni la Repubblica islamica abbia optato per una strategia apparentemente anti-economica, lasciando praticamente invariati i prezzi invece che ridurli per dissuadere dal disinvestimento. Verosimilmente, la scelta è stata dettata dall’esigenza di non penalizzare ulteriormente una popolazione che fa i conti con un’ inflazione al 30%, oltre che dall’opportunità di ‘battere il ferro finché è caldo’ (cioè vendi al prezzo massimo se il tuo petrolio è pregiato, raro e in diminuzione).

L’Arabia Saudita, dal canto suo, ha esigenze opposte: il petrolio costituisce la quasi totalità delle esportazioni, e rispetto a quello iraniano pesa di più anche sul PIL. La produzione è data in aumento dall’EIA. Enorme disponibilità di fondi, assenza di elezioni e di una società civile sufficientemente consapevole e numericamente consistente permettono a Re Abdullah di perseguire più obiettivi: mantenere costanti o crescenti le entrate, abbassando i prezzi del greggio destinato all’export ; aumentare la produzione attraverso investimenti per la modernizzazione degli impianti, in modo da attirare gli ‘orfani’ delle esportazioni iraniane.

Il punto sta nella mutua percezione del pericolo internazionale: l’Iran, in difficoltà economiche e isolato, cerca consensi, auto affermazione e autonomia, anche attraverso l’uso di una dialettica ostile e aggressiva. L’Arabia Saudita persegue invece la preservazione dello status quo e delle alleanze con Stati Uniti ed Israele, la marginalizzazione degli sciiti e  l’isolamento iraniano all’interno del conflittuale e vasto mondo islamico, anche per evitare di dover fronteggiare problemi interni (e a costo di dover sollecitare Al-Qaeda, la sua principale arma fuori dai confini).

Non  va sottovalutato il fatto che lo stesso Morsi, dopo essersi scagliato contro Al-Assad a Teheran, si sia intrattenuto per circa un’ora in colloqui privati con l’Ayatollah Khamenei. Il presidente egiziano ha inaugurato una nuova (ma forse vecchia) stagione, che e’ iniziata sullo sfondo della primavera siriana e che si lega anche con la guerra fredda tra Iran ed Israele. Per Teheran, nel migliore dei casi Riyad si manterrà neutrale durante un attacco israeliano.

Nonostante I sauditi si siano sempre rifiutati di ospitare basi statunitensi sul proprio suolo, ponendo un limite alla propria accondiscendenza, c’è la possibilità concreta che essi mettano a disposizione il proprio spazio aereo per lo strike. Una possibilità che fa rabbrividire Teheran, e che con l’incontro bilaterale con Khamenei, Mohamed Morsi si e’ implicitamente incaricato di  scongiurare (visto anche il suo recente impegno a rispettare gli accordi di pace con Israele e l’annunciata volontà di sedersi al tavolo con le autorità di Tel Aviv.

Il mondo islamico mantiene sempre un ‘sotterraneo’ occhio alla conservazione della sua unità. Sarà per questo che il 15 agosto, una settimana prima del Summit dei NAM, si era svolto a La Mecca un evento passato un po’ in sordina: il summit dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC), da cui era stata esclusa la Siria ma a cui aveva partecipato l’Iran. All’indomani della due-giorni nella città natale di Maometto si era parlato di “aperture saudite all’Iran”, come ad enfatizzare l’atmosfera rilassata dei colloqui tra il Re Abdullah e Mahmoud Ahmadinejad e a contraddire in parte chi parlava di un inasprimento delle relazioni tra Riad e Teheran.

Il meeting si era chiuso con l’adozione della proposta saudita di istituire a Riyad un ufficio dal nome eloquente: Centro per il dialogo tra le differenti sette dell’Islam. Basterà a scongiurare la degenerazione?