La primavera può aspettare. Riforme in Giordania?

Lunedì 23 luglio, a Damasco c’è la guerra. Bashar al-Assad, nascosto chissà dove, è sempre più solo: prima la defezione del generale Manaf Tlass, suo vecchio amico; poi la bomba che ha ucciso tre uomini chiave del regime, tra i quali suo cognato. Intanto, i morti nel paese dall’inizio delle rivolte sfiorano quota 19000, una cifra destinata a crescere.

Nella vicinissima Amman, a soli 176 km dall’inferno, Re Abdullah II di Giordania approva invece una legge elettorale dai tratti palliativi, che scatena le annunciate lamentele della maggior parte dei partiti politici d’opposizione.

Da dicembre 2011 i giordani avevano già aggiunto la loro voce ai cori di protesta che ebbero luogo all’inizio delle primavere arabe, invocando lotta alla corruzione, una magistratura più indipendente e, appunto, una nuova e più democratica Legge elettorale. Riforme, non rivoluzione.

Sin dal 1993 la camera bassa giordana viene eletta secondo un sistema ambiguo, che include dei distretti ‘virtuali’ che nel processo elettorale finiscono per falsare la rappresentanza: quei distretti sarebbero infatti nelle aree rurali, a forte maggioranza tribale-transgiordana e quindi vicina a Re Abdullah II. Le aree urbane, a stragrande maggioranza palestinese, risultano invece sottorappresentate, con circa il 15% dei seggi in parlamento. E’ utile ricordare, a questo proposito, che ormai il rapporto tra arabi transgiordani e arabi palestinesi si è capovolto e questi ultimi costituiscono la maggioranza dei 6 milioni di abitanti del paese. Qui sta il problema. La maggioranza palestinese chiede un sistema proporzionale, che tenga conto della composizione demografica della Giordania. Un curioso scherzo del destino per gli antichi filistei, che se in Palestina vivono in condizioni critiche a causa delle note problematiche con Israele, in Giordania si vedono pesantemente sfavoriti in termini di rappresentatività.

La nuova legge dovrebbe introdurre un sistema elettorale misto, nel quale una parte dei seggi viene attribuita con sistema proporzionale su base nazionale, e non più secondo la suddivisione in distretti ‘ambigui’.  Questi seggi saranno però solo 15 dei 138 totali della Camera bassa. Una misura che non sarà sufficiente a placare gli animi delle fasce di popolazione scarsamente rappresentate. O forse, un debole e inattendibile tentativo di porre rimedio al problema della rappresentanza.

Inoltre, la legge pone alcuni ‘paletti’: ogni partito che si presenta alle elezioni può ricevere un massimo di 5 seggi; possono candidarsi solo politici già autorizzati prima dei sommovimenti di quest’anno, il che impedirebbe l’emersione di nuovi gruppi; non possono candidarsi i partiti di ispirazione religiosa: una misura che sembra fatta apposta per sfavorire l’Islamic Action Front, ossia il partito legato ai Fratelli Musulmani, la principale forza d’opposizione ed anche la prima ad aver annunciato il boicottaggio delle elezioni di fine anno.

Re Abdullah II non è affatto stolto. Con l’approvazione di questa legge vuole appropriarsi degli eventuali meriti derivanti dalla maggiore inclusività del processo elettorale. Ciò si aggiunge alla sua nota strategia del ‘capro espiatorio’, che lo ha indotto a cambiare primo ministro ben tre volte in un anno, sempre con la scusa che egli ‘tardasse ad attuare le riforme necessarie’. Prima Marouf al-Bakhit, poi Aoun Khassawneh e da ultimo Fayez al-Tarawneh.

Meno evidente, ora che le primavere arabe sono esplose un po’ ovunque, è la strategia di lungo termine del Re. E’ probabile che attraverso i continui rimpasti governativi e questa riforma elettorale voglia evitare di catalizzare l’attenzione del popolo su problemi più strutturali, come l’assetto istituzionale giordano, ancorandola a questioni prettamente economico-politiche o legate alle contingenze.

E’ chiaro che Re Abdullah II rischia molto meno di altri, nonostante la situazione economica giordana sia per certi versi peggiore di quella di paesi che hanno testimoniato una rivoluzione (ovviamente non solo per motivi economici). Inflazione, taglio dei sussidi al carburante, immigrazione di profughi in aumento, un’economia strutturalmente debole a causa dell’aridità dei territori (con il connesso problema dell’acqua) e scarsità di risorse rendono la Giordania un paese perennemente a rischio di sommovimenti.

Il Re rischia poco non solo per la sua furbizia e il suo opportunismo. Rischia poco anche perché può godere della solida amicizia che lo lega ai sauditi, che hanno appoggiato le attuali riforme e sono interessati a scongiurare il protagonismo dei Fratelli Musulmani anche nell’ex colonia britannica. Le elezioni di fine anno, soprattutto se boicottate, promettono altre scosse di assestamento da ascrivere alle istanze del popolo e degli stessi Fratelli Musulmani, che probabilmente in quel momento avranno consolidato i loro esecutivi perlomeno nel vicino Egitto e in Tunisia.

Ad ogni modo un rischio esiste. Forse, anzi sicuramente, alimentato dalla tendenza al ‘contagio’ che ha caratterizzato le rivolte nell’area MENA. E’ innegabile che quanto accaduto in Siria, per citare il paese più vicino, possa influenzare sia la futura composizione giordana (arriveranno e stanno arrivando profughi?) che l’atteggiamento del popolo giordano nei confronti di Re Abdullah e della consistenza di quella Monarchia Costituzionale che formalmente tiene unito un popolo.

Le regole imposte dalla nuova legge elettorale condizioneranno il comportamento dei partiti alle prossime elezioni. Nel frattempo, sarebbe imprudente ritenere la Giordania immune dalle trasformazioni regionali in atto, soprattutto se si pensa al consenso di cui godeva fino a tre anni fa Bashar al-Assad. Come suggerisce un recente report dell’International Crisis Group, le pressioni verso il cambiamento, sia dall’esterno che dall’interno, non accennano a fermarsi.

D’altronde è anche la diversa percezione di queste trasformazioni a dividere progressivamente il paese. Per la monarchia giordana, questi avvenimenti segnalano la necessità di agire con cautela e metodo, e di veicolare l’attenzione del popolo su questioni politico-economiche la cui portata oggi esclude la possibilità di una degenerazione violenta; per l’opposizione, invece, c’è il bisogno di agire rapidamente, per scongiurare un’eventuale degenerazione degli eventi alimentata dal ‘contagio siriano’.

Nella speranza che la Giordania si trasformi attraverso le riforme, e non attraverso una rivoluzione. Prima che sia troppo tardi.