Lo stallo instabile tra Iran e Occidente

Proprio come fecero mercoledì 24 maggio quando furono immortalati dalle telecamere, Catherine Ashton e Saeed Jalili si sono salutati giovedì sera senza nemmeno stringersi la mano. Non perché fossero così diffidenti l’uno dell’altro, ma semplicemente perché ossequiavano al dettame della Sharia che vieta ad un uomo di toccare in pubblico una donna che non sia sua parente.

E’ probabile, però, che se Jalili non fosse stato musulmano, quella sarebbe stata una stretta di mano assai tiepida.

Se pensiamo infatti a come sono andate le cose durante la due giorni di colloqui sul nucleare a Baghdad, questa istantanea ha un forte carattere simbolico. Si, perché probabilmente oltre ad essere l’unico momento di reale distensione, unico frangente in cui si è voluto ‘assecondare’ il volere iraniano, il fermo-immagine dei due che si guardano composti e sorridenti uno di fronte all’altro è abbastanza paradigmatico dello scenario attuale. Due soggetti diversi, diffidenti, che ostentano buone intenzioni e rimangono a distanza. Paralleli, che non si incontrano mai.

Al di là delle pubbliche rassicurazioni, il secondo round di negoziati sul nucleare tra il 5+1 e l’Iran si è chiuso giovedì con un ulteriore e prevedibile rinvio, che per molti versi assume i connotati del fallimento. Il pacchetto di proposte presentato dalla Rappresentante per la politica di sicurezza dell’UE è stato respinto dall’attuale Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale Saeed Jalili, così come la sua controproposta, che è stata bocciata dal 5+1.

Un diplomatico iraniano, riferendosi al primo round di aprile, ha laconicamente affermato: “quel che abbiamo visto ad Istanbul era decisamente più interessante”. Per inciso, l’unica cosa ‘interessante’ che accadde in Turchia fu che l’incontro interruppe più di 15 mesi di totale assenza di dialogo.

Da quel giorno non è cambiato molto. Le potenze del 5+1, ma soprattutto gli USA e di riflesso Israele, chiedono all’Iran di interrompere l’arricchimento dell’uranio oltre il 20% e di permettere ispezioni approfondite dell’AIEA. Offrono a Teheran alcuni benefits, tra cui isotopi medici e collaborazione sulla sicurezza nucleare. Le autorità iraniane rispondono che le armi di distruzione di massa sono contrarie ai principi dell’Islam e che l’arricchimento dell’uranio avviene per scopi di ricerca medica e per fornire elettricità.

Il pacchetto di contro-proposte presentato dalla delegazione persiana comprende, invece, anche argomenti non-nucleari. Jalili ha messo sul tavolo la questione del Bahrein: da qualche tempo, ai sauditi è venuta l’idea di un’unione politica fra le sei monarchie del GCC. In Bahrein, unico Paese a maggioranza sciita nel CCG, la primavera è stata congelata dall’intervento delle forze armate saudite. Ora Riyad, con la proposta di Unione del Golfo, tenta di realizzare quello che Teheran ha definito come un progetto di annessione del Bahrein all’Arabia Saudita, con la benedizione americana. Uno scenario che chiaramente isolerebbe ulteriormente l’Iran nel mondo islamico.

Le altre proposte del politico iraniano hanno riguardato la cooperazione nell’ambito dell’energia e nella lotta al narcotraffico e alla pirateria. Ad ogni modo, l’interruzione del regime di sanzioni è per gli Ayatollah la conditio sine qua non a qualsiasi concessione in ambito nucleare.

Le posizioni rimangono dunque molto distanti, perpetuando questa pericolosa situazione di ‘stallo instabile’ che tanto indispone Tel-Aviv: ecco perché si è deciso per un ulteriore round di negoziati, che dovrebbe tenersi il 18 e il 19 giugno a Mosca (una scelta che potrebbe essere non casuale).

Il 5+1 rappresenta Stati Uniti, Cina, Francia, Gran Bretagna e Russia, con l’aggiunta della Germania. Una coalizione evidentemente eterogenea, soprattutto nella diversa percezione della ’minaccia iraniana’: da una parte Cina e Russia, dall’altra gli Usa e i Paesi europei, con questi ultimi chiaramente più intransigenti. Non è un caso nemmeno che gli unici a non aver fatto commenti pessimistici a margine dei negoziati di Baghdad siano stati proprio i delegati russi e cinesi. “Abbiamo la chiara impressione che l’Iran sia pronto a trovare un accordo su azioni concrete” ha dichiarato il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov.

La Cina, in particolare, importa insieme all’India il 35% del greggio iraniano (l’UE il 17%). I due Paesi hanno per questo cercato di eludere le sanzioni alla Banca Centrale Iraniana prima pagando i barili in rupie e yuan, poi direttamente in generi alimentari e vari tipi di beni.

Inoltre, tre giorni prima del meeting di Baghdad, il Capo dell’Aiea – il giapponese Yukiya Amano – si è incontrato a Teheran con Jalili per discutere sulla trasparenza del programma nucleare. Le parole uscite dalla sua bocca stonano fortemente con il clima di Guerra Fredda che si respira da un po’ di tempo in Medio Oriente: “con il dott. Jalili non ci sono problemi, siamo vicini all’accordo: non so ancora quando, ma prima possibile metteremo le firme su questo programma di approccio strutturato a cui lavoriamo da gennaio”.

Leggendo queste parole e confrontandole con i commenti circolati dopo l’incontro di Baghdad, sembra ci si riferisca a due soggetti diversi. Delle due, l’una: o Amano ha parlato in quei termini per trasmettere l’idea che solo dall’atteggiamento iraniano potrà dipendere il successo dei negoziati; oppure, è possibile che stia effettivamente cambiando qualcosa. Appena dopo le dichiarazioni di Amano, il Senato americano ha approvato un’altra tornata di sanzioni, che probabilmente hanno ulteriormente indisposto le autorità persiane.

A queste sanzioni, stavolta, hanno aderito in pochi, e prima della fine dei colloqui, secondo Debkafile’s, anche il Giappone ha rotto l’embargo nei confronti dell’Iran. E’ questo il punto: la strategia delle sanzioni è efficace nella misura in cui incontra l’appoggio dei principali importatori di greggio iraniano. Giappone, India e Cina, che non hanno mai considerato l’Iran una minaccia, importano la metà del greggio iraniano e non possono permettersi di rinunciarvi nel lungo periodo. L’Iran lo sa, e punta sul loro appoggio e su quello della Russia, i cui rapporti con gli Usa sono sempre poco chiari.

Qualcuno sostiene che il tempo giochi a favore degli Stati Uniti. Per certi versi, le sanzioni mettono la Repubblica islamica in condizione di dover scegliere fra nucleare e egemonia regionale. Con l’economia interna in progressivo peggioramento, sarà sempre più complicato mantenere la propria longa manus sul Levante (vedi Siria).

Altri sostengono il contrario: per gli USA, l’aspetto beffardo della mancata intesa è legato soprattutto alla reazione israeliana. Il pacchetto di proposte presentato dalla Ashton, oltre ad esser ritenuto inadeguato dall’Iran, ha incontrato anche la severa critica israeliana, che avrebbe preferito una strategia più restrittiva: chiusura degli impianti e l’importazione di uranio arricchito, anziché arricchimento in loco.

Per questo, il ministro degli Esteri israeliano Ehud Barak ha affermato che Israele ritirerà la promessa di non attaccare l’Iran prima delle elezioni americane, perché il tempo stringe e in un mese l’Iran può raggiungere la “soglia critica” dell’arricchimento dell’uranio. Con una Siria instabile e un Egitto dal futuro enigmatico (ma di sicuro non più fedele alleato), Israele ha fretta di agire.

Il prossimo 18 giugno, a Mosca, mancheranno una decina di giorni all’inizio dell’embargo totale nei confronti dell’Iran: verosimilmente sarà l’incontro decisivo, quello che segnerà la definitiva rottura o l’avvicinamento.

Certamente la scelta della location, il dialogo tra AIEA e Iran e la natura dei rapporti di quest’ultimo con Cina e Russia aprono la strada ad un nuovo possibile (ed auspicabile) approccio, che non ruoti più solo attorno alle preoccupazioni israelo-americane, ma che tenga conto dei costi e dei benefici che una guerra all’Iran avrà sulla comunità internazionale.

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Storia di Daniel e dei suoi due Sudan

Quando il Sud Sudan si preparava a combattere per l’indipendenza da Khartoum, io ero lì e ho potuto testimoniare direttamente le difficoltà e le atrocità vissute dai sudanesi. Questa è la storia del mio amico Daniel.

Daniel non conosce la sua età. Alla mia semplice domanda si imbarazza un poco, fruga nella tasca e vi trova un tesserino. È il documento d’identità consegnatogli dal WHO (World Health Organization) a Rumbek, Sud Sudan: “ho trenta anni”, esclama all’improvviso, con la fermezza di chi ha appena consultato un’enciclopedia.

Comincia a ridere, perché oltre a non conoscere un dato così banale sembra anche interessarsene assai poco, tacciandomi implicitamente di frivolezza. “È importante?”, mi chiede acquisendo all’istante una certa dose di saggezza. In effetti la sua domanda da filosofo mi spiazza, e la situazione si capovolge.

L’imbarazzo molla la presa su Daniel e si avventa su di me: mai in vita mia avrei immaginato di potermi sentire stupido per aver chiesto l’età a qualcuno. “Beh no, non è importante”, rispondo io con frustrazione, legittimando definitivamente la sua ilarità.

Trenta anni. Per quanto mi riguarda, potrebbe averne anche dieci in meno, come dieci in più.  Sembra un bambinone, con gli occhi da infante incastrati tra gli spigoli di quel viso segnato da sole, sabbia e sentieri. Ma sembra anche un uomo, consumato dalla guerra sin dal primo giorno della sua esistenza di sud sudanese.

Quando sorride, il suo volto diviene quasi inadatto a quel grande corpo da Dinka: è lì che emerge il Daniel bambino. Quando invece è serio, o corrucciato, gli spigoli del suo viso costringono gli occhi ad allungarsi, a farsi taglienti, profondi e anche cattivi. In questi casi, Daniel assume le sembianze di un uomo adulto, e il suo metro e novantacinque scolpito nell’ebano sembra non essere sufficientemente degno di quell’espressione da guerriero.

Ma non è solo una questione antropologica o somatica quella che spinge a riflettere sul senso e sulla longevità della sua esistenza. Daniel è, in effetti, un guerriero.

Lo si nota persino dalla veemenza con cui afferra gli oggetti: combattere è quello che ha sempre fatto da un certo momento della sua vita, insieme a scappare e a nascondersi dietro i cespugli. Si potrebbe sostenere che queste tre sono le azioni che ogni Sud Sudanese ha compiuto almeno una volta nell’esistenza. Combattere, correre, nascondersi.

Ad ogni modo, è con il Daniel dagli occhi bambineschi che inizio a parlare della sua guerra: con il suo classico broken English mi tiene a rapporto per un’oretta sotto il sole cocente, quel sole che lui tanto ama e che io tanto detesto.

Al tempo di questa conversazione, poco più di un anno fa, un momento atteso per anni, dopo una guerra lunga e sanguinosa.

Daniel appartiene ad una tribù Dinka del villaggio di Yirol, non lontano da Rumbek. È il quinto di  otto fratelli e sorelle, di cui si prendono cura le tre mogli di suo padre, tra cui ovviamente sua madre.

Questa guerra lui l’aveva appunto vissuta in prima persona, sin da bambino: una notte del 1996, uomini delle tribù Misseriya provenienti dal Nord, come di consueto, fanno irruzione nel suo villaggio con torce e fucili. Al solito, danno fuoco a tutto ciò che incontrano, cioè capanne di sterco e paglia. Anche la casa di Daniel viene data alla fiamme. Le famiglie all’interno sono costrette a uscire, raggruppandosi involontariamente in mezzo alla strada: lì, i Misseriya iniziano a sparare agli uomini adulti.

Il padre di Daniel, Luol, è uno di loro. In quel momento il Nostro riesce a nascondersi in un fosso, ma la scena della fucilazione la vede, la vede molto bene.

È forse da quel giorno che Daniel diventa adulto, che diventa un guerriero. È quello il giorno in cui il suo viso assume la seconda espressione, quella da uomo, colma di desiderio di vendetta.

Si potrebbe pensare che dopo un simile evento, il peggio sia passato: i Misseryia – i saccheggiatori – sono andati verso est. Ma siamo in Sud Sudan: i pericoli non vengono solo dagli uomini. Ci sono gli animali: ci sono i leoni.

Dopo una giornata di cammino, Daniel mi racconta di essersi imbattuto in alcuni soldati del SPLA (Sudanese People Liberation Army) in sosta vicino ad un ruscello per dissetarsi.

Una bella storia racconterebbe che i soldati, vedendo un ragazzino solo per la strada, si rivolgano a lui chiedendo se ha bisogno di qualcosa: invece, e anche questo Daniel me lo racconta come se fosse una cosa ovvia, i militari lo ignorano.

Daniel gli si avvicina, e chiede se può avere un fucile. Dice che vuole combattere: d’altronde, tra di loro c’è un ragazzo che avrà poco più della sua età, sempre che di un’età precisa si possa parlare. I soldati, per tutta risposta, lo liquidano a male parole, negandogli anche la possibilità di bere. Non solo perché sono affamati, assetati, stanchi e soli anche loro: Daniel è un Dinka, loro sono Murrle. Quel che è passato inosservato agli occhi occidentali durante la guerra civile con il Nord – e che oggi rimane il principale problema del nuovo Stato africano – è infatti la frammentazione etnica del Sud Sudan, che pone in perpetuo conflitto le diverse etnie.

Scoraggiato, Daniel decide di proseguire, finché non arriva nel villaggio di Rumbek: con estrema sorpresa, all’ospedale della contea trova la madre e due fratelli. Stanno bene, erano riusciti a scappare anche loro. Gli altri, e le altre mogli del papà, non si sa dove siano.

Insieme con la sua famiglia, quel giorno, Daniel ricomincia da zero costruendo la sua capanna a Rumbek ed entrando a far parte del SPLA. Gli danno un AK-47, una divisa, munizioni, borraccia, scarponi usati, un coltello e poco altro. Lo mandano subito verso nord, a combattere coloro che hanno ucciso suo padre.

Quando me lo racconta, sembra che parli di un regalo di compleanno: “ero felicissimo, potevo ammazzare quei bastardi”. Nei dieci anni seguenti la sua vita è scandita dai colpi di AK-47, da lunghe camminate nella savana tra serpenti, scorpioni e altri animali e da compagni lasciati sul cammino. Il suo migliore amico gli è morto in spalla, devastato dal veleno di un cobra.

Cammina anche per settantacinque chilometri senza sosta, e senza sapere con che velocità scorre il tempo.

Mentre parla con me, il Sud Sudan stava per divenire indipendente e la tregua con il Nord dura ormai da 5 anni, dall’accordo di pace firmato a Nairobi nel 2005.

Daniel non spara da un po’, anche se porta orgogliosamente i segni del conflitto sulla gamba destra. Quella del 2005 è però una tregua fittizia, lui lo sa benissimo: Khartoum ha già annunciato di non tollerare che il Sud dopo l’indipendenza si tenga il petrolio situato sul suo territorio.

Quando gli chiedo cosa pensasse dell’indipendenza e di come sarebbe stato il futuro del suo Paese, non ci mette molto tempo a descrivere la società che avrebbe voluto. “Quando inizierà la guerra, io andrò a combattere”. “Quando”, non “se”.

Oggi i due Sudan sono di fatto tornati in guerra: i morti ammazzati sono all’ordine del giorno. L’Unione Africana, e le Nazioni Unite (debolmente), si sono fatte una voce per intimare il cessate il fuoco. L’ultimatum congiunto lanciato settimana scorsa, che prevedeva 48 ore per chiudere le ostilità e riaprire le tavola dei negoziati, è scaduto e le misure previste come deterrenti saranno attuate.

Durante l’ultimo summit dell’Unione Africana ad Addis Abeba, Il Presidente dell’organizzazione parlava di sanzioni economiche che devasterebbero la primitiva economia di uno degli Paesi più poveri del mondo.

Come ogni conflitto, anche la guerra fra i due Sudan è un groviglio di elementi che l’ECOWAS (Economic Community Of West African States) da solo non è capace di districare.

Il Sudan non intende lasciare al Sud Sudan, ormai indipendente, le risorse petrolifere che si trovano sul suo territorio; il Sud Sudan, con Juba capitale, anche se riuscisse a spuntarla non avrebbe le infrastrutture per estrarre il greggio e trasportarlo agli acquirenti, almeno per ora.

Una situazione paradossale, considerato che la comunità internazionale, ad esclusione della Cina, sta cercando un’alternativa al petrolio iraniano soggetto a sanzioni USA e UE. Il Sud Sudan, se avesse le infrastrutture, potrebbe contribuire a colmare il gap che si è creato nell’offerta di greggio.

Greggio, sempre greggio. Nel frattempo milioni di sud sudanesi dentro a quel groviglio ci rimangono incastrati, per motivi personali e per mancanza di alternative. Daniel, c’è da giurarci, avrà imbracciato il suo kalashnikov, si sarà dimenticato della sua età e sarà andato al fronte.

Chissà se si ricorda di quella chiacchierata, in cui “l’uomo bianco che soffriva il caldo” gli faceva una domanda per noi così normale, ma per lui così inutile.

La guerra economica dell’Iran e il futuro del Bazaar

Sembra che la parola Bazaar derivi da Baha-char, un termine diffusosi nella Persia dei Sasanidi tra il 200 e il 600 circa d.c. Si potrebbe rendere più o meno con “il posto dei prezzi”, ma oggi forse siamo di fronte ad una traduzione incompleta: il posto dei prezzi sembra essersi drammaticamente trasformato nel posto dei prezzi alti. Nell’ultimo anno, gli iraniani hanno visto aumentare anche del 50% il costo di generi alimentari come latte e carne, mentre il prezzo della benzina è cresciuto a ritmi vertiginosi. Gli scadenti beni di fabbricazione cinese inondano i reparti di oggettistica e abbigliamento e l’inflazione è schizzata nuovamente oltre il 20%.

La mattina del 14 aprile, mentre le delegazioni di Iran e del gruppo “5+1” si incontravano ad Istanbul tra rigidità e sorrisi di circostanza, gli agenti di cambio del Bazaar Arz di Teheran compravano un dollaro americano con 19.000 rial, quasi il doppio rispetto a inizio anno. Le voluminose mazzette sulle loro scrivanie tradivano valori quanto mai modesti. Chi oggi volesse recarsi in Iran, dovrebbe mettere in conto di portare con sé una quantità di banconote tale da riempire uno zaino.

Da gennaio, le sanzioni imposte alla Repubblica Islamica dell’Iran sono divenute particolarmente severe, contribuendo a far precipitare il valore della valuta nazionale. Visto che il Piano di rimozione dei sussidi è ancora da completare, l’embargo totale del greggio iraniano previsto per il 1° luglio potrebbe accrescere le difficoltà economiche della popolazione del Paese persiano.

Teheran ha reagito a queste misure giocando d’anticipo: il ministro del Petrolio Rostam Gashemi, nelle ultime settimane, ha annunciato il blocco preventivo delle esportazioni di greggio verso Germania, Spagna, Italia e Grecia (suoi principali importatori europei): una mossa pragmatica, che costringerà i Paesi interessati – tutti in grave affanno a parte la Germania – a cercare alternative di approvvigionamento all’oro nero iraniano.

E’ una guerra economica a tutti gli effetti. Forse la si poteva ritenere tale già da tempo, ma a volte le scelte semantiche contribuiscono a rendere più oscure la prospettive. D’altronde anche le sanzioni, di cui l’Iran è vittima da più di trent’anni, non sono altro che questo: uno strumento di guerra non convenzionale che dispiega i suoi effetti sulla popolazione civile pur mirando indirettamente a colpire un governo. Si tratta di un aspetto da tenere a mente, soprattutto se si pensa alla percezione che una società civile ha dell’azione coercitiva esterna.

Le sanzioni sono state concepite con un duplice fine: spingere Teheran ad abbandonare il programma nucleare e creare le condizioni favorevoli per una rivolta popolare in grado di rovesciare il regime. L’idea è che le suddette misure possano determinare il collasso dell’economia iraniana.

Pochi giorni fa la vicedirettrice generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Nemat Shafik, ha affermato che “ i Paesi del Medio Oriente dovrebbero seguire l’esempio dell’ Iran: i suoi sforzi vanno lodati, perché ha avuto il coraggio, nonostante le tensioni interne, di avviare gradualmente una politica di tagli ai sussidi”. Le parole della Shafik fanno riferimento alle riforme socio-economiche non certo popolari che l’Iran sta attuando in questi anni (privatizzazioni, rimozione dei sussidi ad alcuni generi alimentari e al carburante, ecc.).

Sono dichiarazioni che fanno eco a quelle di Christine Lagarde, direttrice del FMI, che una settimana prima aveva definito “coraggiose” le misure adottate dall’Iran. Sembrano i toni usati alle conferenze stampa dai diplomatici americani nei primi anni della Guerra Fredda, quando questi si recavano nei Paesi del “cortile di casa” (Centro America e America Latina) e magnificavano le politiche economiche vicine agli interessi di Washington.

E’ paradossale che in uno dei momenti di maggiore attrito tra USA e Iran, il FMI (che è un’istituzione fortemente influenzata dalle amministrazioni a stelle e strisce) applauda Teheran per la sua condotta rispettosa dei principi del Washington consensus.

I prezzi esorbitanti nei Bazaar di Teheran, Esfahan e Mashad, sono dunque il riflesso delle tensioni e delle sanzioni internazionali (che rendono più costose le importazioni), ma sono anche il frutto delle riforme in parte legate alle sanzioni stesse.

La rimozione dei sussidi è stata approvata in Parlamento il 5 gennaio 2010, ma è divenuta operativa solo il 19 dicembre 2011, dopo due anni di dubbi e polemiche. Il governo considera le riforme come una delle più grandi operazioni nell’ultimo mezzo secolo di storia iraniana.  L’obiettivo è quello di sostituire i sussidi con interventi mirati di assistenza sociale, da inserire nell’ambito del Piano di sviluppo economico quinquiennale 2011-2015.

Ancor più che nei bazaar, è nelle stazioni di servizio che la “crisi” si fa sentire maggiormente. Grazie alle sovvenzioni, in Iran la benzina è sempre costata poco. Da dicembre a oggi, il prezzo della heavily subsidized gasoline (cioè i primi sessanta litri mensili acquistati) è passato da 1000 rial (0,10 $) a 4000 rial (0,40 $). Oltre quella quota, il prezzo è arrivato a 7000 rial (0,70$). Sono aumenti che pesano, anche perché Teheran ha un consumo medio per automobile molto elevato, secondo solo agli Stati Uniti.

Secondo la Banca Mondiale, dei sussidi al carburante hanno beneficiato molto più i ricchi che i poveri, motivo per cui il governo sostiene che il Piano contribuirà ad una migliore distribuzione della ricchezza.

Ma oltre alla giustizia sociale, allo sviluppo industriale, alla riduzione degli sprechi e dell’inquinamento, l’obiettivo delle riforme è coerente con la politica di un Paese pragmatico e isolato: ridurre le importazioni di carburante, rendendosi in questo modo meno vulnerabile agli effetti delle sanzioni. Uno dei modi per rendersi meno ricattabili è quindi quello di diversificare le fonti di energia. Per questo l’ Iran ritiene fondamentale un programma nucleare, e non è un caso che vi sia un generale consenso interno sull’opportunità di portarlo avanti.

Da quando le sanzioni hanno subito un inasprimento, gli effetti sull’economia iraniana si sono fatti sentire. In realtà, per valutarne a pieno la portata dovremmo attendere il 1° luglio, quando l’embargo diverrà totale. E’ anche vero, però, che la Repubblica islamica ha colto l’occasione per modificare preventivamente la composizione della sua clientela, volgendo lo sguardo ai Paesi asiatici e a quelli del Movimento dei non-allineati. Teheran mantiene inoltre strettissimi legami commerciali con India e Cina, primi due importatori del petrolio iraniano.

Certo è che l’ Iran, per attirare nuovi clienti e preservare gli attuali, dovrà vendere il suo petrolio ad un prezzo scontato del 15% circa. Gary Hufbauer, del Peterson Institute, sostiene che questo sconto farà perdere al Paese circa 24 miliardi. Un duro colpo, anche se non mortale per un economia che vede la vendita all’estero di petrolio pesare per un 80% sulle esportazioni totali, ma solo per un 20% sul PIL (a differenza degli altri Paesi dell’OPEC, le cui esportazioni pesano per un 30-50%).

Ai 24 miliardi vanno aggiunti i circa 7 miliardi dovuti al potenziale declino nell’export non petrolifero (che però, ad aprile ha registrato un +28% rispetto all’anno scorso): avremmo così una diminuzione delle esportazioni di 31 miliardi, pari al 6,5% del PIL iraniano. Se si prende per buona l’ultima previsione di crescita del FMI per il 2012 (+2,5%), ci si accorge che ci sono delle probabilità che l’ Iran, per la prima volta dal 1994, viva un periodo di crescita negativa.

Visto che il petrolio costituisce in ogni caso due terzi delle entrate statali, le sanzioni impatteranno anche sulle finanze dello Stato. Il FMI sostiene che l’Iran realizzerà un avanzo di bilancio del 2,8% quest’anno; la caduta delle esportazioni, insieme al taglio del 10% delle entrate fiscali, potrebbe facilmente trasformarlo in un disavanzo del 2%.

Anche queste sono cifre rilevanti, che creerebbero problemi ad un ‘economia indebitata.

L’Iran, però, è uno dei Paesi meno indebitati del mondo (e anche una delle pochissime grandi economie a mantenersi in crescita positiva all’indomani della crisi finanziaria del 2008), con un debito pubblico appena superiore al 9% del PIL (la media UE, a titolo d’esempio, è dell’80%).

Il crollo delle esportazioni, se crollo sarà, potrebbe anche spingere Teheran anche verso un disavanzo della bilancia commerciale alla fine del 2012. Per fronteggiarlo, la Repubblica islamica potrebbe servirsi dei 104 miliardi di $ in riserve di valuta estera e oro.

Le sanzioni, in conclusione, hanno provocato un altro tipo di effetto, non necessariamente evidente dai dati empirici: le crescenti tensioni con gli Stati Uniti hanno in parte “viziato” la natura delle privatizzazioni, fornendo la scusa al governo per espandere indirettamente il suo controllo sull’economia iraniana. Così i Pasdaran (Iranian Revolutionary Guard Corps, IRGC) hanno rilevato numerose industrie statali, limitando le possibilità per il settore privato e aumentando i rischi di inefficienza derivanti dalla concessione di vantaggi all’ IRGC nelle gare d’appalto (la corruzione, in proposito, è un problema cronico in Iran).

Se la domanda è “l’economia iraniana collasserà?”, la risposta è negativa, dati i suoi numerosi punti di forza. Sicuramente però, la situazione è destinata a peggiorare e il malcontento a crescere: le elezioni del 2013, in questo senso, potrebbero cadere proprio a pennello.

Molto di ciò che è stato scritto perderà di valore o assumerà particolare rilevanza dopo il 23 maggio, giorno del secondo round di negoziati con il gruppo 5+1 che si terrà a Baghdad. Se le sanzioni verranno confermate dovremmo anzitutto preoccuparci per noi. È tutt’altro che scontato che l’Arabia Saudita, il cui petrolio (più grezzo di quello iraniano) richiede una raffinazione diversa e quindi un ricalibramento di alcune raffinerie europee, riesca nel lungo periodo a compensare la perdita delle forniture iraniane.

E’ quanto mai urgente insistere sui canali diplomatici, anziché su un regime di embargo che rischia di danneggiare anzitutto le economie occidentali.

La popolazione iraniana sperimenterà almeno un anno di crescenti sofferenze e di inflazione e disoccupazione elevate. Quando l’allarme sarà rientrato, molto potrebbe essere cambiato negli equilibri internazionali, nei rapporti di forza e in quelli economici. A quel punto, forse, ci staremo limitando nuovamente a intendere il Bazaar come “il posto dei prezzi”. Si potrà allora pensare un Iran ancora alle prese con la sfida al suo isolamento?