L’Iran è a caccia di alternative

Quando quattro giorni fa l’Iran ha deciso di bloccare le forniture petrolifere alla Grecia, le autorità persiane, per voce del ministro del petrolio Rostam Ghasemi, erano state chiare: “Misure simili saranno prese anche nei confronti di altri Paesi europei”.

Detto, fatto. Nell’arco di quarantotto ore, anche Spagna e Germania hanno ricevuto le puntuali informative: la Repubblica Islamica dell’Iran ha deciso di bloccare le esportazioni di petrolio verso i due Paesi. Insieme ad Atene, anche Berlino e Madrid erano tra quei Paesi che a fine marzo erano stati esentati dalle sanzioni promosse da Obama, visto che avevano già ridotto la loro quota di import dall’Iran.

La prossima “vittima”, a giorni se non addirittura ad ore, potrebbe essere proprio l’Italia, che attualmente conta per circa il 7% sulle esportazioni di greggio persiano. L’ export di petrolio verso l’UE ammonta a circa il 18% del totale.

Ahmadinejad fa sapere nel frattempo che “la Repubblica islamica dell’Iran può sopravvivere tranquillamente anche senza vendere un solo barile di petrolio per due o tre anni”. Un’ affermazione forse un po’ avventata, visto che l’80% delle entrate di Teheran derivano dalla vendita di oro nero. In ogni caso, è un fatto che le autorità iraniane stiano (non certo da ieri) cercando di diversificare sia le proprie entrate sia la propria struttura produttiva, per non cadere nel vortice di dipendenza da petrolio che caratterizza molte petroeconomie.

Il settore non-petrolifero, secondo il “Gulf Times”, ha fatto registrare un aumento delle esportazioni del 29% rispetto allo scorso anno (con le importazioni ancora superiori ma in calo del 4% circa), perlopiù grazie alla vendita di servizi per l’ingegneria, gas condensati e prodotti petrolchimici. L’Iran esporta prodotti petrolchimici verso più di 60 Paesi nel mondo e presto inaugurerà una nuova centrale petrolchimica, l’Unità Butadiene-1, all’interno del Jam Petrochemical Complex, uno dei più grandi al mondo, situato ad Assaluyeh nella Provincia di Bushehr.

Il complesso, riporta l’AGI, avrà inizialmente una capacità di produzione annua pari a 100.000 tonnellate di butano, uno dei prodotti petrolchimici più costosi. Non appena diventerà pienamente operativo, la capacità del complesso salirà a 3 milioni di tonnellate all’anno per un valore stimato di 2 miliardi di dollari. La produzione sarà destinata per il 60% all’export, mentre il restante 40% per uso domestico. Ad oggi, le principali destinazioni di questi prodotti sono la Cina, gli Emirati Arabi Uniti, la Corea del Sud, l’India e l’Iraq, tutti Paesi, chi più chi meno e in momenti diversi, che hanno assunto una posizione ostile nei confronti delle sanzioni.

L’obiettivo dell’Iran è quello di giocare in anticipo, speculando sulle pessime condizioni in cui versano molti Paesi europei: è noto che l’embargo totale sul greggio iraniano partirà a luglio, in modo da permettere ai Paesi che vi aderiranno di trovare fornitori alternativi. Prevedibilmente, le esportazioni di greggio del Paese degli Ayatollah sembrano essere precipitate a marzo, facendo registrare un -15%. E’ chiaro che i provvedimenti presi danneggino l’economia iraniana. Non è altrettanto evidente però che Teheran non abbia vie d’uscita.

Quest’anno il Movimento dei paesi Non-Allineati (NAM), nato a Belgrado nel 1961 e composto da 118 membri (il 55% circa della popolazione mondiale), si riunirà proprio in Iran, dando inizio alla presidenza di turno iraniana che durerà fino al 2015. Ahmadinejad, per quanto il suo potere risulti fortemente deteriorato, punta a rinforzare le partnership in seno al NAM. Il Forum potrebbe rivelarsi il vivaio ideale per cercare nuovi acquirenti del greggio iraniano, operazione non semplice anche per la banale circostanza per cui i membri del NAM sono anche membri ONU, rappresentandone circa i due terzi.

Pur dissimulando un atteggiamento indipendente e risoluto, mai come ora Teheran ha anche bisogno della Cina: con una quota del 22% delle esportazioni petrolifere, Pechino è di gran lunga il primo cliente del greggio iraniano, poco prima dell’India. In ossequio alla propria strategia commerciale basata sulla logica del win-win, il Dragone cinese sfrutta le tornate di sanzioni per chiedere in questi mesi un prezzo del greggio più basso: va letto in questa ottica il fatto che la Cina a gennaio abbia dimezzato le proprie forniture dall’Iran, favorendo l’Arabia Saudita. Le sanzioni non c’entrano, o meglio per Pechino rappresentano solo un ottimo strumento di deterrenza commerciale. Come dire: “Noi, in questo mondo dove tutti aderiscono alle sanzioni, siamo diversi e non vi abbandoniamo. Ma sappiate che sfrutteremo questa situazione, i fornitori alternativi non ci mancano di certo”.

Ahmadinejad sa benissimo quanto importanti siano i BRICS, in termini sia di alleanze strategiche sia soprattutto del bacino d’utenza. Le dinamiche economico-demografiche che caratterizzano i BRICS prefigurano una crescita dei loro fabbisogni energetici e del loro mercato interno, che l’Iran vuole ovviamente sfruttare. Cina, India, Russia, Brasile e Sudafrica insieme totalizzano la metà della popolazione mondiale: una popolazione dinamica e in rapida crescita, che ha bisogno di carburante per alimentare il suo sviluppo.

I rapporti con questi Paesi sono sicuramente migliori di quelli con l’Occidente, al di là delle apparenze contingenti che spingono ragionevolmente a pensare che qualcuno di loro abbia perlomeno rimesso in discussione il proprio approccio con Teheran. E’ il caso del Sudafrica, che ha aderito alle prima tornata di sanzioni, salvo poi lamentarsi per il loro ulteriore inasprimento e rivendicare il proprio rapporto commerciale con l’Iran.

La Russia e la Cina sono di fatto due alleati, mentre gli altri BRICS sono partner commerciali di lunga data. Tranne Mosca, gli altri quattro BRICS sono all’interno del NAM: Cina e Brasile come membri osservatori, India e Sudafrica come Paesi membri a tutti gli effetti.

I contenuti del prossimo summit del NAM saranno con ogni probabilità decisivi anche per gli sviluppi di questa Guerra Fredda di cui l’Iran è un po’ vittima e un po’ parte in causa. Certo è che la dichiarazione dell’Avana del 1979, che poi è rimasta a formare lo slogan del NAM, sembra rendere la leadership iraniana del 2012 ancor più tempestiva, almeno sotto il profilo della retorica: “The purpose of the organization in to ensure the national independence, sovereignty, territorial integrity and security of non-aligned countries in their struggle against imperialism, colonialism, neo-colonialism, racism, and all forms of foreign aggression, occupation, domination, interference or hegemony as well as against great power and bloc politics”. Musica per le orecchie dell’Ayatollah.

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