Il Sud Sudan è alla ricerca di una identità nazionale

La Costituzione del 2005 sembra dipingere il Sud Sudan come un Paese dalla cultura omogenea, ma con delle minoranze da proteggere. Non è così: il Sud Sudan è probabilmente il più frammentato Stato africano, se consideriamo il livello di frammentazione direttamente proporzionale alla numerosità e rilevanza politico-militare dei gruppi etnici. Sì, perché le tribù pastorali del Sud Sudan sono numerose, ma soprattutto armate fino ai denti.

La superficie del Sud Sudan è poco più del doppio di quella dell’Italia. La sua popolazione è però di 8 milioni scarsi, e si compone appunto di vari gruppi etnici: i più numerosi, circa il 15% della popolazione, sono i Dinka. E’ un Dinka (che in lingua locale significa persona) Salva Kiir, come anche l’eroe nazionale e suo predecessore John Garang. I Dinka, come anche tutti gli altri gruppi etnici, sono divisi in diversi clan, che spesso entrano in conflitto tra loro. E’ la frammentazione nella frammentazione.

Il secondo gruppo etnico è quello dei Nuer (in lingua locale Naath= persona speciale). I Nuer si considerano da sempre i combattenti migliori. Non c’è da dubitarne: a titolo d’esempio, è un Nuer il comandante Riek Machar, attuale vice-presidente del Sud Sudan. Machar è tristemente noto alle cronache per il massacro di Bor del 15 novembre 1991: quel giorno Machar organizzò un tentativo di coup interno all’SPLM, che aveva in John Garang il suo capo e che per Machar necessitava di essere ristrutturato in senso meno “Dinka-centrico”.

Bor, roccaforte Dinka, è la città dove Garang nacque: quel giorno i civili uccisi dalle truppe Nuer ammutinate furono circa 2000, senza considerare i circa 100.000 sfollati e le decine di migliaia di persone che morirono di fame in seguito alle devastazioni. L’episodio è stato sempre trattato con superiorità da Machar, che lo ha spesso definito una “leggenda” nonostante le evidenti prove.

Ci sono infine altre etnie minoritarie, dalla forte identità: i Murle, gli Shilluk, gli Azande, i Bari. Tutti, nessuno escluso ed in momenti diversi, sono stati in aperto contrasto con altri clan, sia Dinka che Nuer.

I programmi di disarmo, in un Paese così esteso e dal territorio impervio, sono sempre in una certa misura fallimentari: molte delle tribù pastorali vivono nei cosiddetti cattle camps, nella savana profonda. Accedervi è molto complicato (in Sud Sudan non esistono strade asfaltate, se non quella che passa per Juba), oltre che sconveniente per chi avesse intenzione di metterne in discussione lo status quo.

Ho avuto la fortuna di poter accedere ad un cattle camp vicino a Rumbek lo scorso anno. Mi sono trovato davanti ad una distesa sterrata in mezzo alla savana, popolata da centinaia di famiglie di pastori con le loro vacche: tutti, a volte anche i più piccoli, con un ak-47 a tracolla. Centinaia di pratiche, vecchie e pericolosissime armi sovietiche, acquistate direttamente dai reduci di guerra dell’SPLA in cambio di bestiame (una vacca costa fra i 100 e i 400 dollari, un ak-47 mai più di 100).

Difficile immaginare un contesto non-militare più militarizzato di quello appena descritto.

Se si conosce anche superficialmente la cultura delle tribù sud sudanesi, ci si accorge che c’è un’usanza che le accomuna un po’ tutte e che curiosamente è anche la principale causa delle tensioni interetniche e della diffusione delle armi: per sposarsi, un uomo deve provvedere al pagamento di un determinato numero di vacche alla famiglia della sposa, così da assicurarne il benessere futuro. Una vacca vale circa 400 dollari americani, ma il punto importante è che le vacche in Sud Sudan sono l’unità di misura universale di benessere e prestigio, oltre che moneta di scambio.

Non solo. Tra le tribù Dinka e Nuer esiste una legge per cui la pena per omicidio (che non fa differenza tra volontario, colposo, preterintenzionale) può essere commutata nel pagamento di 63 capi di bestiame alla famiglia della vittima. Considerando la mancanza di lavoro e di educazione, è facile intuire il valore di queste bestie, e ancor più semplice capire che il sistema più rapido per procurarsele sia rubarle alle altre tribù, ma anche ai clan affini che magari si trovano stanziati nella stessa zona.

A Rumbek ho conosciuto un uomo, Daniel, letteralmente in fuga da due anni dalla famiglia di sua zia, che lo voleva morto in ossequio ad una vendetta trasversale (suo fratello aveva investito per sbaglio un loro cugino).

Il problema, quindi, non sta solo nell’efficacia del programma di disarmo e nell’assistenza ai reduci di guerra: occorrerebbero con la stessa urgenza piani educativi, di empowerment femminile (il Sud Sudan è in fondo alle classifiche mondiali per quanto riguarda l’alfabetizzazione femminile e la mortalità materna) e posticipare il più possibile le elezioni, favorendo l’inclusione e la rappresentanza di tutti i gruppi etnici al governo e all’Assemblea Nazionale.

Le elezioni, che siamo abituati a considerare in modo meccanico come il primo step obbligato in un processo di (ri)costruzione, allo stato attuale distruggerebbero un Paese come il Sud Sudan, che appena dopo l’indipendenza ha visto la nascita di due importanti movimenti ostili al governo dell’SPLM.

Prima di stabilire chi ha la legittimità politica a governare e prima di costituire un sistema partitico, bisognerebbe assicurarsi che chi si candida lo faccia nell’interesse del Paese, non in quello della tribù d’appartenenza. Che emerga un’identità sud sudanese, autentica e universale.

Le elezioni implicano un vincitore ed un perdente: proprio quello di cui non ha bisogno il Sud Sudan in questo momento.

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