Il bluff della nuova Costituzione di Asad

Mentre per le strade della Siria continua la repressione dell’esercito e mentre l’UE impone nuove sanzioni al regime di Damasco, il 26 febbraio i cittadini siriani sono andati alle urne per esprimersi sulla nuova Costituzione voluta da Bashar al-Asad.

Non è ancora chiaro quanti elettori abbiano votato al referendum, poiché nelle città controllate dai ribelli, come Hama, Idlib e Homs, il voto è stato ampiamente boicottato. A Damasco e nel centro di Aleppo, dove la popolazione è schierata con i lealisti, l’affluenza è stata sicuramente più alta.

La comunità internazionale – da Hilary Clinton ad Alain Juppè – ha ferocemente contestato l’opportunità di questo referendum. D’altronde è quantomeno bizzarro che un governo chiami al voto la popolazione mentre è ancora impegnato a reprimerla. Come si fa a recarsi ai seggi mentre fuori piovono proiettili?

Tuttavia, le perplessità sulla Legge Fondamentale non riguardano solo il “quando”, ma soprattutto il “come”. In molti saranno rimasti delusi dal contenuto del nuovo testo Costituzionale  redatto da una commissione nominata dallo stesso Presidente. E le ragioni sono molte.

Rispetto al testo del 1973,  la novità più rilevante – o, se si vuole, più eclatante – è certamente la modifica dell’articolo 8: laddove si affermava, in un solo comma, il ruolo guida del Partito Baath, che “riunisce le risorse del popolo per metterle al servizio degli obiettivi della nazione araba”, ora si dichiara che “il sistema politico è basato sul principio del pluralismo, ed il governo si ottiene attraverso il voto”. Senza dubbio, una modifica importante e sostanziale.

La prima perplessità subentra però leggendo il quarto comma, che vieta a qualsiasi partito di formarsi su basi settarie, religiose o tribali e di discriminare a causa di sesso, religione o etnia : considerando che il partito di Bashar è appunto il Partito Socialista Arabo Baath, la contraddizione è evidente. Di più: nel Preambolo, che all’articolo 151 è definito “parte integrante della Costituzione”, si parla a chiare lettere di “identità araba” e di “nemico Sionista”. Non proprio un esempio di coerenza. Se il principio di non-discriminazione venisse rispettato, sarebbero teoricamente esclusi dall’arena politica anche i partiti curdi e i Fratelli Musulmani, peraltro già considerati illegali.

Non cambia, invece, il contenuto dell’articolo 3, in cui si afferma che il Presidente della Siria debba essere musulmano: secondo Sami Moubayed del Forward Magazine, è politicamente scorretto impedire ad un siriano- cristiano di correre per la presidenza, e non solo perché ciò costituirebbe una palese violazione del principio di uguaglianza (di cui si parla all’articolo 19 e agli articoli 33-34). “Probabilmente – sostiene Moubayed – egli avrebbe poche possibilità di vincere, visto che i cristiani sono il 12% della popolazione. E’ altamente improbabile che la maggioranza dei musulmani voti per un cristiano: se ciò tuttavia avvenisse, egli godrebbe di un appoggio ampio e condiviso, quello dei cristiani e dei musulmani. E’ inconcepibile che un curdo musulmano possa diventare presidente, mentre un arabo cristiano no”.

All’articolo 84 sono elencati gli altri requisiti per poter concorrere alla presidenza: avere almeno 40 anni (va ricordato, in proposito, che Bashar aveva 35 anni quando succedette al padre Hafez nel 2000), godere dei diritti civili e politici, non essere sposato con una donna di nazionalità diversa da quella siriana, non avere la doppia nazionalità (art. 152), ma soprattutto essere residente in Siria da almeno 10 anni. Questa logica comporterebbe automaticamente l’esclusione di tutti gli esuli e gli oppositori all’estero, come molti di coloro che formano il Consiglio Nazionale Siriano, autorità politica in esilio ad Istanbul. E non è certo un caso.

L’articolo 88 conferma la durata di 7 anni del mandato presidenziale, con la possibilità di ricandidarsi una volta sola. Assad è già al secondo mandato, che scadrà nel 2014, ma è già stato deciso (articolo 155) che questa norma non sarà applicata in maniera retroattiva. Dunque, se in futuro sarà rieletto altre due volte, potrebbe rimanere al potere fino al 2028(!).

In generale, il Presidente mantiene ampissimi poteri, portando all’estremo il concetto di presidenzialismo: decide “la politica generale dello Stato”, nomina il Primo Ministro ed il resto del Gabinetto (mentre l’opposizione chiede che a farlo sia il Partito che ottiene la maggioranza), legifera (le sue leggi possono essere respinte da una maggioranza di due terzi in Parlamento) e assume i poteri dell’Assemblea quando essa non si riunisce o non viene convocata. Può, come si legge all’articolo 111, sciogliere il Parlamento con decisione motivata (non più di una volta con la stessa ragione).

L’articolo 154 stabilisce poi che tutte le leggi entrate in vigore prima del referendum mantengano la loro validità finché non vengono emendate: tra queste, ci sarebbero quelle che hanno permesso la detenzione arbitraria e quelle che hanno proibito manifestazioni pacifiche. Ancora una volta, gli articoli sulle libertà fondamentali (33-34) sarebbero svuotati del loro significato.

Ogni riferimento esplicito al socialismo è eliminato: all’articolo 13 si promuove lo sviluppo del settore pubblico come del privato ed il perseguimento della crescita economica e della giustizia sociale nel tentativo di raggiungere uno sviluppo equilibrato e sostenibile.

In conclusione, si può ben sostenere che questa Costituzione, oltre a non introdurre cambiamenti clamorosi, arriva con undici mesi di ritardo e ha il sapore di un grande bluff. Con le operazioni militari in corso, un ‘economia stagnante, licenziamenti soprattutto nel settore privato, sono in pochi in Siria coloro che pongono la nuova Costituzione al centro del dibattito. Tuttavia, se è vero che il Testo votato domenica non risolverà ne’ la crisi politica ne’ quella umanitaria, si può sostenere con altrettanta sicurezza che esso getterà le basi per una futura piattaforma democratica da utilizzare alle prossime elezioni parlamentari e, possibilmente, alle successive presidenziali.

Gli umori sono assai differenti da quelli di marzo 2011, quando un simile referendum avrebbe potuto calmare le acque. Oggi è tardi: i manifestanti,ormai, non chiedono altro che un cambio di regime.

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