False primavere: esercizi di democrazia in Kuwait

A qualche osservatore, il sit-in antigovernativo a Madinat-al-Kuwait (capitale del Kuwait) di domenica scorsa sarà sembrato il preludio a qualcosa di molto familiare. Qualcosa riconducibile alle tendenze ‘primaverili’ in tutto il Medio oriente.

Secondo le opposizioni al governo del paese, duecentomila persone (secondo fonti governative cinquantamila) si sono riversate in piazza Irada per criticare l’emendamento della legge elettorale che influirà sull’esito delle elezioni parlamentari previste per l’inizio di dicembre. Cifre importanti se si tiene conto della demografia del Kuwait: un paese di poco più di tre milioni di abitanti, in cui però solo 960.000 hanno la cittadinanza e il diritto di voto. Visto quel che accade a 400 km a Manama, capitale del Bahrein, e non solo, la tentazione di ricondurre le agitazioni in Kuwait ad una sorta di premessa alla ‘primavera’ è comprensibile, ma anche fuorviante.

Nella manifestazione di domenica scorsa, sotto l’egida dello slogan “Dignità della Nazione”, non ci sono stati particolari incidenti. In passato non era sempre stato così. Ad esempio il corteo del 4 novembre, giorno della prima delle giornate di “Dignità della Nazione”, era culminato in numerosi scontri e arresti.

Il 28 novembre 2011, il primo ministro Nasser Al-Mohammed Al-Ahmed Al-Sabah, nipote dell’emiro regnante Sabāḥ al-Aḥmad al-Jāber Āl Ṣabāḥ ed erede al trono, rassegna con moderato dispiacere le dimissioni. “Per il bene della nazione”, afferma solennemente in conferenza stampa. Da 15 mesi era accusato di aver pagato tangenti in cambio di supporto al governo. Al suo posto, l’emiro nomina il suo vice Jaber Al-Mubarak Al-Hamad Al-Sabah, che in passato aveva ricoperto anche il ruolo di ministro della Difesa. Poi scioglie il parlamento per la quinta volta in otto anni ed indice elezioni parlamentari per febbraio, nelle quali l’opposizione otterrà 35 seggi su 50.

La crisi politica è già in atto, e a fine luglio viene addirittura arrestato un membro della famiglia reale (!), Sheikh Meshaal al-Malek al-Sabah, colpevole di aver pubblicato dei tweet anti-governativi (al-Sabah è stato rilasciato pochi giorni fa). Un fatto eclatante, se si pensa che la Costituzione del Kuwait garantisce la libertà di espressione scritta e orale.

Le proteste di piazza iniziano ad aumentare di frequenza, stimolate solo in parte da quel che accade in alcuni dei paesi vicini. A ottobre l’emiro scioglie per l’ennesima volta il parlamento. “Per uscire dalla crisi istituzionale” approva per decreto l’emendamento alla legge elettorale che limita l’elezione ad un candidato (prima erano quattro) per ogni elettore: una misura che, visti i risultati delle elezioni di febbraio, deteriora le prospettive di rappresentatività dell’opposizione. Il resto è cronaca recente: a meno di un mese dalle elezioni, l’opposizione minaccia di boicottare la tornata elettorale finché l’emendamento non sarà revocato.

Tuttavia, mentre in molti paesi del Medio oriente si combatte per la democrazia, in Kuwait ci si esercita su quella che è già una forma sui generis di “democrazia monarchica”, che ha le sue radici nella natura stessa del regno. Non certo una democrazia occidentale, ma sicuramente molto diversa dagli altri sistemi politici del Golfo.

Anzitutto è la fonte del potere: la famiglia degli al-Sabah è al trono dal 1756, quando emerse come il più influente clan nella tribù degli utub ed emigrò nel diciottesimo secolo dall’attuale Arabia Saudita a causa di una carestia. Diversamente dalle altre famiglie regnanti della penisola arabica, la famiglia degli al-Sabah non ottenne il potere con la forza, bensì attraverso la consultazione con le (poche) altre tribù che abitavano questo pezzetto di terra incastrato tra il Golfo, l’Iraq e l’Arabia Saudita.

Nel 1938 si scoprì che, come i suoi vicini, il Kuwait galleggiava sul petrolio. Ventitré anni dopo ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Da lì inizio al suo percorso politico autonomo: nel novembre del ’62 la nuova Costituzione istituì il nuovo parlamento unicamerale (dopo quella libanese è la più longeva camera elettiva del mondo arabo).

Oggi l’emiro nomina i membri del gabinetto. Il parlamento non ha il potere di convalidarli, può solo esprimere il voto di sfiducia. Formalmente non ci sono partiti politici tradizionali in parlamento. Da una parte, rispetto ad un sistema politico più rigido, questa caratteristica permette di costituire alleanze in maniera più agile: oggi c’è un opposizione formata da islamisti, liberali e conservatori che possono unirsi su determinate questioni (come l’emendamento della legge elettorale) con estrema facilità. Dall’altra lato, la mancanza di strutture partitiche si traduce nella fragilità delle stesse coalizioni.

Insomma, in Kuwait tira un aria diversa. Soffiano venti di tensione tra la famiglia regnante e l’assemblea colonizzata dall’opposizione, ma la natura stessa di queste fratture è tutto sommato sana, conseguenza di un’attività politica diffusa e di un balance of power fatto in casa. L’opposizione cerca di dare seguito alle conquiste politiche fatte in passato, aumentando gradualmente la sua influenza. L’obiettivo è quello di arrivare alla forma di emirato costituzionale: un governo parlamentare separato dalla famiglia reale e dai partiti. La famiglia reale, con relativa cautela, tenta di limitare le ambizioni dell’opposizione, difficilmente reversibili proprio perché basate su un sistema politico che permette una facile aggregazione.

Le forze in piazza domenica scorsa in Kuwait invocano di fatto un cambiamento interno all’attuale sistema istituzionale. Le agitazioni potrebbero quindi essere manifestazione di un processo graduale e cumulativo. Alcune tappe di questo processo potrebbero essere state la concessione del voto alle donne nel 2005 e un record molto curioso, che fa del Kuwait uno dei paesi che è andato più volte alle urne in tempi recenti: due volte negli ultimi 10 mesi e ben 5 volte negli ultimi 6 anni.

La strada verso l’emirato costituzionale può essere ancora lunga e piena di ostacoli, ma in Kuwait, uno dei paesi più pianeggianti al mondo (e l’unico a non avere riserve d’acqua naturali), le salite sono meno aspre. Per non ritrovarsi a fare i conti con ripide discese.

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