Jihadismo e salafismo: problemi distinti, che i destrorsi sovrappongono a loro rischio e pericolo

L’ennesimo attacco terroristico in Europa ha stimolato come al solito un florilegio di interventi e considerazioni, perlopiù tranchant, da parte di chi ha visto troppi film americani, da parte di quelli che “siamo in guerra (con chi?), bisogna passare alle cattive”.

Credo sia arrivato il momento di chiarire dei punti, cercando di avviare un dibattito reale, che si presenta come tutt’altro che semplice e privo di risvolti anche “filosofici”, che riguardano gli ultra-citati “valori occidentali”.

Anzitutto: so che può apparire sconveniente in epoca di isterie, ma è necessario chiarire una volta per tutte che “salafiti” – qualunque accezione si voglia dare a questo termine abusato – non è sinonimo di jihadisti, come a totalità dei media sostiene. I primi pongono un problema di valori, di promozione dal basso dell’oscurantismo religioso; i secondi un problema enorme di sicurezza.

Se vogliamo per un attimo semplificare il quadro e considerare i salafiti – che molto sommariamente potremmo descrivere come quei musulmani che ispirano i loro comportamenti e la loro visione della società ad un’idea a-storica di aderenza totale e letteralista al modus vivendi degli albori della comunità islamica nata nel 622 d.c – come portatori di valori contrari alla democrazia (come è in larghe parti vero), possiamo anche farlo. Ma questo assunto pone appunto un problema politico, non di sicurezza. Ci sono molti contesti del mondo in cui i salafiti hanno attivamente contrastato i jihadisti, per il fatto di non tollerare la violenza armata (in parte si può arrivare il parallelo tra comunisti e gruppi armati comunisti, o fascisti magari): e nessuno vuole difendere i salafiti, solo chiarire che esiste una complessità, e che esistono problemi separati che non possono avere la stessa soluzione, che non sono sovrapponibili.

Per parafrasare un mantra sciagurato e storicamente falso nella sua versione originale, potremmo dire che “non tutti i salafiti sono terroristi, ma tutti i terroristi (islamici o auto proclamatisi tali) sono salafiti”. Nessuno nega che il salafismo in occidente sia un problema: il punto però è capire che tipo di problema, in modo da riflettere sugli strumenti per contrastarlo.

Ora, vorrei per un attimo mettermi nei panni dei destrorsi, che anziché contribuire a indagare le molteplici cause di quella che Roy chiama “islamizzazione del radicalismo” (che pone una mòlteplicita di questioni politiche, sociologiche, psicologiche, e in ultimo religiose), si concentrano sul problema di un supposto e organico “Islam radicale”, sovente senza sapere di cosa parlino esattamente.

Ok, cari destrorsi e sostenitori dello scontro di civiltà, sovrapponete pure chiunque porti la barba, facendosi poi promotore di una visione rozza e letteralista dell’islam – d’Altronde è noto che islamofobi e wahhabiti si trovino in sintonia sulla questione principale: “il vero Islam è quello dell’isis” – e coloro che conducono attentati dichiarando di perseguire lo stesso tipo di società, i cui valori sono “incompatibili con quelli dell’Occidente”.

Benissimo. Poi però viene il bello, il momento di trovare eventualmente un quadro normativo (che deve essere basato su principi che abbiano validità universale) al proposito di “eliminare” chiunque non si conformi a questi valori.

Anzitutto, chiariamo questi valori: quali sono? Sono proprio quelli lì, la dichiarazione dei diritti umani, la democrazia, l’uguaglianza la non discriminazione la libertà personale ecc?

Chiariamoli, tracciamo una bella linea netta e poi rispondetemi: sicuri che i gruppi neo fascisti che proliferano e talvolta sono in Parlamento si conformino a questi valori? Sicuri che gli Adinolfy e compagnia facciano lo stesso? Sicuri che gli Alba Dorata recepiscano i suddetti valori? Sicuri, infine, che voi stessi destrorsi più o meno moderati – o autoproclamati tali – possiate a pieno diritto rivendicare la piena appartenenza a questa società di Valori?

Perché una cosa deve essere chiara. Per ora potete continuare a fare propaganda sugli immigrati “portatori di valori incompatibili”, sicuri che qualche pecora agguerrita vi dia retta in ogni caso. Però un musulmano non è espressione di una etnia, bensì di una appartenenza e una fede religiosa (tutt’altro che monolitica vista la totale assenza di un Papato e anche di un clero nell’islam sunnita): cosa vi inventerete nel caso in cui il salafismo dovesse diffondersi per esempio tra i convertiti italiani? Tratterete il salafismo come una ideologia politica (come in parte è) che nega i valori occidentali®? Produrrete fogli di via per chiunque a prescindere dalla nazionalità neghi o sembri negare questi valori? Perché prima o poi, dopo i fiumi di anatemi, dovrete proporre qualcosa di sensato.

Lo dico per voi eh, fate molta molta attenzione: così, con i salafiti o supposti tali rischiate di estinguervi anche voi stessi, assieme ai nostalgici di Mussolini a cui strizzate l’occhio, e di cui fomentate la cultura dell’odio totalmente speculare a quella jihadista.

EAU: e-mail hackerate dimostrano cooperazione con Israele

(AGI) – Beirut, 5 giu. – L’account mail dell’ambasciatore emiratino negli Stati Uniti, Yousef al Otaiba, è stato hackerato, esponendo attraverso la pubblicazione di alcune mail un rapporto organico su cui pochi sarebbero arrivati a scommettere: le mail ricevute dall’ambasciatore mostrerebbero infatti una stretta collaborazione tra Emirati Arabi Uniti e un think thank neo conservatore e pro-israeliano, la Foundation for the Defense of democracy (FDD), in funzione anti-iraniana. L’Iran è percepito come ostile da entrambi i paesi, nonostante formalmente gli Emirati Arabi Uniti nemmeno riconoscano lsraele.
Il gruppo di hacker introdottisi nell’account di al Otaiba si fa chiamare col nome di Global-Leaks, e avrebbe legami con DCLeaks, che in passato ha hackerato account di Democratici americani. Secondo alcuni esperti DCLeaks è di proprietà russa, e che gli hacker protagonisti della violazione della casella di mail di al Otaiba hanno legami con la Russia o stanno cercando di dare l’impressione di averne, utilizzando anche degli indirizzi che terminano con “.ru”, ossia l’identificativo di un account russo.
“Caro ambasciatore”, si legge in una mail del CEO dell’FDD Mark Dubowitz, indirizzata sia all’ambasciatore che al capo dei consulenti del think thank John Hannah (ex collaboratore di Dick Cheney), “il memorandum in allegato fornisce dettagli sulle compagnie, ordinate per provenienza, che stanno conducendo affari contemporaneamente con l’Iran e con Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Si tratta di una lista finalizzata a mettere queste aziende di fronte ad una scelta, come abbiamo discusso in precedenza”. Il titolo della mail è appunto “Lista delle compagnie che investono in Iran, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti”.
Il memorandum inoltrato da Dubowitz include anche una lista di “compagnie non americane che hanno affari in Arabia Saudita e EAU, e che stanno cercando di investire anche in Iran”. Fra queste ci sarebbero ad esempio la francese Airbus e la russa Lukoil.
Probabilmente l’identificazione delle compagnie è funzionale alla possibilità che Eau e Arabia Saudita esercitino pressioni nei loro confronti, affinché non investano in una economia come quella iraniana, in fase espansiva dopo la firma dell’accordo sul nucleare nel 2015, che vide Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Unit contrariati. Che negli ultimi anni vi sia stata una crescente convergenza di interessi tra Paesi del Golfo e Israele, preoccupati per l’espansione dell’influenza iraniana nella regione, potenzialmente favorita dal timido processo di normalizzazione dei rapporti con l’Occidente in seguito alla firma dell’accordo sul nucleare, ci sono pochi dubbi. Ora però questo rapporto sembra assumere una forma precisa, dimostrabile.
Le e-mail hackerate dimostrano che esiste un alto livello di cooperazione tra l’FDD – finanziato dal miliardario israeliano Sheldon Adelson, alleato del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – e le monarchie del Golfo.
Tramite mail, gli scambi di vedute tra al Obaida e Hannah appaiono spesso amichevoli: lo scorso 16 agosto, Hannah mandò all’ambasciatore un articolo in cui si sosteneva che Eau e FDD fossero responsabili del tentato golpe in Turchia. “Onorato di essere in tua compagnia”, il commento ironico di Hannah all’articolo inoltrato.
In un altro scambio di mail a fine aprile 2017, Hannah si lamenta con Otaiba per il fatto che il Qatar – che nei mesi scorsi si è scontrato su una serie di questioni col vicino emiratino – sta ospitando un incontro tra dirigenti di Hamas in un albergo di proprietà emiratina. Otaiba risponde che non è colpa del governo emiratino, e che il vero problema è la base militare statunitense in Qatar: “Che ne dici di questo: spostate la base e noi spostiamo (chiudiamo, ndr) l’hotel”.
In altre mail si allude ad alcuni incontri tra FDD e governo degli Eau in programma per l’11 giugno, nei quali Dubowitz e Hannah vengono dati come partecipanti, così come Jonathan Schanzer, vice presidente dell’FDD. Da parte loro le autorità emiratine affermano di voler coinvolgere nei colloqui anche Sheikh Mohammad bin Zayed, il principe che ha il comando delle Forze armate del paese. Tra gli argomenti in programma, risulta anche il Qatar, e nella fattispecie l’emittente Al Jazeera, con base a Doha. “Al Jazeera è uno strumento di instabilità regionale”, si legge nello scambio di mail.
Ma il punto centrale rimane l’Iran, laddove si allude a “discutere di una possibile cooperazione tra Stati Uniti e Emirati Arabi Uniti per avere un impatto positivo sulle dinamiche interne iraniane”. La cooperazione includerebbe “strumenti politici, economici, militari, informatici e di intelligence”, con l’obiettivo di “contenere e sconfiggere l’aggressività iraniana”.
L’ambasciatore al Otaiba avrebbe peraltro sviluppato una stretta relazione con il genero di Trump e suo consigliere, Jared Kushner. I due si sarebbero incontrati per la prima volta lo scorso giugno, grazie alla mediazione di Thomas Barrack, un miliardario e sostenitore dell’attuale presidente americano. Politico, in un articolo dello scorso febbraio, sosteneva che Kushner “è in contatto costante con l’ambasciatore”. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Così Macron dà la caccia ai foreign fighter in Iraq

http://www.agi.it/estero/2017/06/04/news/macron_foreign_fighters_francesi_isis_iraq-1840869/

 

Una caccia al foreign fighter: le truppe speciali francesi avrebbero in questi mesi dato mandato ai sodati iracheni di scovare e uccidere cittadini transalpini arruolatisi in Iraq con lo Stato Islamico. La Francia si prepara a ricordare i morti della strage di Nizza, a luglio, ed il neoeletto presidente Emmanuel Macron – spinto anche dalla necessità di non arrivare alle elezioni politiche indebolito sul fronte della lotta al terrore – sceglie la linea dura. Ma, secondo il suo stile, lo fa nella discrezione.

Le truppe speciali di Parigi avrebbero, così, fornito all’Esercito iracheno una lista di 27 cittadini francesi, che in queste settimane sarebbero stati poi uccisi durante alcune operazioni militari, condotte proprio a partire dalle coordinate fornite dall’Eliseo. Queste operazioni sembrano essere motivate dalla necessità di impedire il ritorno in Francia di jihadisti potenzialmente in grado di condurre nuove stragi come accaduto anche con gli autori della strage di Parigi del novembre 2015.

 Paramilitari iracheni alle soglie di Mosul

L’avvertimento dell’Eliseo ai foreign fighter

Lo scorso mercoledì, il portavoce dell’Eliseo Christophe Castaner aveva persino lanciato un avvertimento: “Voglio dire a tutti i foreign fighters che si arruolano nell’Isis: fare la guerra comporta dei rischi. E loro sono responsabili di questi rischi”. Non è entrato nel merito delle operazioni mirate nemmeno il portavoce del ministro della Difesa francese: “Le truppe francesi (circa 1200 in Iraq, ndr) lavorano a stretto contatto con i loro partner iracheni e internazionali per combattere i jihadisti, a prescindere dalla loro nazionalità”.

La questione è controversa, dato che la Francia non prevede nel proprio ordinamento la pena di morte. Per questo motivo le uccisioni mirate verrebbero delegate alle truppe irachene. “Se ne occupano qui, perché non vogliono averci a che fare in casa”, spiega un agente dell’anti terrorismo iracheno in riferimento ai francesi. “È un loro dovere, si tratta di buon senso. Gli attacchi più letali in Occidente sono avvenuti in Francia”. Allo stesso tempo, funzionari del governo di Baghdad hanno ribadito che i loro soldati non si prestano a omicidi extra giudiziari di militanti, e che se tali omicidi dovessero verificarsi, i responsabili sarebbero processati.

 Soldati delle forze speciali francesi

Centinaia di terroristi col passaporto francese

Circa 1700 cittadini francesi si sarebbero uniti all’Isis in Iraq e in Siria, secondo le stime del Soufan Group di New York. Secondo l’Eliseo, alcune centinaia di essi sarebbero morti in battaglia oppure sono rientrati in Francia. Anche altri paesi occidentali sono in possesso di elenchi di connazionali coinvolti nelle attività dell’Isis ma, secondo le truppe irachene, solo i francesi sarebbero impegnati in una caccia all’uomo a partire dalla nazionalità.

Le leggi e la Costituzione francese non offrono protezione ai cittadini che decidono di prendere le armi per combattere contro lo Stato,  come spiega il professore di Diritto costituzionale alla Sorbona, Michel Verpeaux. “La Francia non sta combattendo contro uno Stato ma contro un gruppo armato. Si tratta di una situazione molto incerta e per la quale esistono pochi riferimenti legali“, commenta. La Francia in passato ha dibattuto sulla possibilità di privare della cittadinanza – come il Regno Unito – coloro che si uniscono a gruppi terroristici, per impedir loro di tornare a casa e porre minacce dirette per il Paese. Ma le proposte in questo senso hanno incontrato la resistenza del Parlamento. Le truppe speciali francesi in Iraq si muovono spesso indossando uniformi irachene, o a bordo di veicoli militari iracheni, e si servono di un team di esperti forensi per raccogliere sul campo prove – anche attraverso analisi del Dna dei morti o dei feriti – che colleghino i militanti uccisi nelle operazioni ai cittadini francesi inseriti nella lista. Ultimamente le Forze speciali francesi si sarebbero concentrate sull’ospedale della Repubblica, situato nella città vecchia di Mosul, dove ritengono che alcuni dei capi dello Stato Islamico – inclusi cittadini francesi – siano nascosti.

Hamza, il ragazzo che vuole essere un vero Bin Laden

http://www.agi.it/estero/2017/06/04/news/hamza_figlio_bin_laden_chi-1841233/

 

Il suo è un cognome pesante, il più pesante in assoluto nella galassia della militanza jihadista, prima che comparisse l’Isis: è Hamza Bin Laden, 25 anni, figlio di Osama, ex leader di Al Qaeda, il movimento terroristico che oggi appare in parte marginalizzato dall’avvento dei miliziani fedeli ad Al Baghdadi.

Al Qaeda vuole recuperare terreno sull’Isis

La notizia è che, dieci giorni prima dell’attentato di Manchester della scorsa settimana, Al Qaeda avea reso pubblico un file audio in cui il figlio dell’ideatore degli attentati dell’11 settembre incitava ad azioni terroristiche contro “ebrei” e “crociati” (cristiani). “Siate bravi nella scelta dei vostri obiettivi, in modo da arrecare un danno maggiore al nemico”, si sente nei dieci minuti di messaggio, diffuso in arabo e in inglese.
Quello di Hamza Bin Laden sembra un tentativo di appropriazione indebita, dato che l’attentato di Manchester è stato rivendicato dall’Isis, con il fine forse di risollevare al Qaeda dal relativo declino che il gruppo vive, a vantaggio dello Stato Islamico. È peraltro di pochi giorni fa la notizia dello scioglimento di Ansar al Sharia, il più importante gruppo qaedista del Nordafrica.

 Hamza bin Laden in un filmato di Al-Jazeera

“Dalla prospettiva di Al Qaeda, Hamza sembra che stia uscendo allo scoperto per assumere le redini del gruppo”, commenta Bruce Hoffman, esperto di terrorismo alla Georgetown University. Ma molti dubitano della capacità di Bin Laden jr. di assumere un tale ruolo. “Hamza porta un nome pesante e si serve dello slogan che lo associa direttamente al padre, ma la cosa pare limitarsi a questo. Può essere solo una sorta di prestanome, a fronte della presenza di altri leader militari del gruppo, che hanno connessioni e capacità maggiori”, spiega lo studioso Adrian Levy.

Chi sono i veri eredi di Osama

Sembra infatti che all’interno di Al Qaeda il potere decisionale sia sempre più ad appannaggio di due figure: Abu Mohammad Al Golani, che guida gli affiliati in Siria, e Saif al Adel, 55 anni, veterano della prima generazione di jihadisti, condannato per aver avuto un ruolo centrale negli attentati del 1998 alle ambasciate americane in Africa orientale.
Al Adel, arrestato in Iran nel 2002 e detenuto fino allo scorso anno, è stato descritto da un funzionario occidentale sotto anonimato come “uno dei più capaci e pericolosi estremisti attivi oggi”. Al Golani, che nel tempo è divenuto uno dei principali protagonisti militari del conflitto siriano, ha rilasciato solo alcune dichiarazioni da quando è attivo. Quarantatrè anni, Al Golani si è speso molto per cercare di raccogliere consenso attorno alla sua organizzazione, recentemente rinominata “Tahrir al Sham” e formalmente separatasi da Al Qaeda.

 Osama e Hamza bin Laden

Il ‘marketing’ del terrore

Sia Al Adel che al Golani sono impegnati nel tentativo di rafforzare la presenza di Al Qaeda in Siria, con l’obiettivo di riprendersi dall’Isis la leadership del jihadismo globale. Mentre l’Isis si espande nel Levante e attrae reclute per gli attentati in Occidente, al Qaeda negli ultimi tempi ha provato ad espandersi in Africa e in Yemen. Entrambi i gruppi, tuttavia, affermano di essere gli eredi del pensiero strategico di Osama bin Laden. E questo aspetto, ovviamente, rende Hamza Bin Laden – ultimo dei 15 figli di Osama – uno potente strumento di “marketing” nelle mani di Al Qaeda stessa.

Hamza bin Laden è cresciuto in Sudan e in Afghanistan, dove suo padre aveva stabilito la sua presenza tra il 1991 e il 2002. Quando era un adolescente, il suo viso è apparso più volte nei video di propaganda qaedisti. Avrebbe avuto una relazione molto stretta col padre, anche se non esistono al momento elementi che facciano pensare che potesse assumere la leadership del movimento. Nessuna decisione era stata presa sulla successione, prima che Osama Bin Laden fosse ucciso nel maggio 2011 dalle Forze speciali statunitensi ad Abbottabad, in Pakistan. Da quel giorno, la leadership formale del gruppo era stata assunta dall’egiziano Ayman al Zawahiri.

Isis: la perversa interpretazione del Ramadan

(AGI) – Beirut, 29 mag. – Per i musulmani, il Ramadan significa molte cose. Non è, come si tende a pensare, un mese in cui ci si limita ad astenersi dal bere e dal mangiare dall’alba al tramonto. Il mese di Ramadan è un’occasione per purificarsi, per pensare e mettere in pratica dei buoni propositi, per lasciare da parte i livori e la rabbia. Come un “ultimo dell’anno” che dura trenta giorni.
Per l’Isis, invece, il Ramadan è una ulteriore occasione per seminare morte e devastazione. E i mesi di Ramadan degli ultimi anni lo dimostrano. Il 23 giugno del 2015 – sesto giorno del Ramadan di quell’anno -, per esempio, l’allora portavoce dell’Isis, Abu Muhammad al Adnani, invocò attacchi terroristici per marcare il mese sacro. Tre giorni dopo, una moschea sciita in Kuwait viene colpita da un attentatore suicida, uccidendo ventisei persone. Lo stesso giorno, a Sousse in Tunisia, un commando spara sulla folla del Marhaba Imperial Resort, lasciando sul terreno trentotto morti. Già il 21 maggio precedente, due settimane prima dell’inizio del Ramadan, Al Adnani aveva detto: “Preparatevi, tenetevi pronti a rendere il Ramadan un mese di calamità per gli infedeli”, sollecitando attacchi in Occidente.
Il Ramadan 2016, se possibile, è stato ancora più sanguinoso.. Il 12 giugno, il cittadino americano Omar Mateen apre il fuoco in un nightclub di Orlando, uccidendo quarantanove persone. Il 27 giugno seguente, otto attentatori dell’Isis lanciano una serie di attacchi in villaggi cristiani del nord del Libano. Il giorno dopo, quaranta persone vengono uccise durante un attacco all’aeroporto Ataturk, in Turchia. Tre giorni dopo ancora, è il turno delle venti persone brutalmente assassinate in un bar in Bangladesh, un giorno prima din un altro attacco, a Baghdad, che vede la morte di trecento persone, uccide da un camion bomba. Il 4 giugno, quattro attentatori suicidi colpiscono simultaneamente tre differenti luoghi in Arabia Saudita, tra cui la città santa di Medina, che ironicamente è la città in cui fu istituita dal Profeta Maometto la “Costituzione di Medina”, la quale regolava i rapporti pacifici tra seguaci delle tre “religioni del Libro” (Ebraismo, Cristianesimo e Islam).
Non ci sono molti dubbi sul fatto che per i seguaci dello Stato islamico il Ramadan abbia un significato opposto a quello che gli danno i musulmani in giro per il mondo. “Il Ramadan è il sacro mese del jihad”, diceva nel 2016 un sostenitore dell’Isis su Twitter. In un certo senso, ha ragione: il Ramadan per i fedeli è sì, il mese “del Jihad”, ma non quello che si è soliti associare alla guerra.
I musulmani distinguono infatti tra “grande jihad” e “piccolo jihad”: il primo, quello più importante, fa riferimento allo “sforzo” (la traduzione di “jihad”) che ogni fedele fa per essere una persona migliore agli occhi di Dio, lo sforzo atto a vincere le passioni e concentrarsi su una preghiera ancor più contemplativa. Il “piccolo jihad” – che dovrebbe essere prettamente “difensivo” secondo la dottrina – è invece quello che si mette in moto contro l’invasore, e che può avere una accezione “militare”. Non c’è dubbio che i miliziani dell’Isis invertano i due tipi di Jihad, rivisitando quello militare in chiave offensiva (anche se le azioni terroristiche vengono sempre presentate come un meccanismo di reazione difensiva alla presenza di truppe occidentali sul suolo di paesi a maggioranza musulmana). Per l’Isis tra le “buone azioni” che un musulmano deve portare a termine durante il Ramadan, c’è il terrorismo.
“Quello che fanno i terroristi dell’Isis non è jihad in nessun senso secondo la tradizione islamica”, spiega Abu Ali, un ex estremista intervistato dall’Atlantic. “Posso solo dire che così come un credente riceve delle ricompense da Dio per aver compiuto buone azioni durante il Ramadan, chi semina morte e opprime le persone riceverà quello che si merita”.
Per cercare di dare una legittimità alle loro posizioni, i jihadisti evocano spesso la battaglia di Badr, occorsa durante il mese di Ramadan del 624 d.c, in cui la nascente Umma vinse contro una forza nemica molto superiore numericamente. La battaglia di Badr è importante perché di fatto assicura la sopravvivenza della nascente comunità islamica. I terroristi dell’Isis ne ribaltano il significato, equiparando le loro azioni terroristiche alla storica battaglia. (AGI) LBY

Regno Unito: l’Mi5 mandava libici a combattere contro Gheddafi?

(AGI) – Beirut, 26 mag. – Una politica della “porta girevole”, quella che secondo alcune rivelazioni fatte al quotidiano online Middle east eye avrebbe adottato il Regno Unito nei confronti dei cittadini britannici di origine libica e dei libici in esilio in Gran Bretagna: a partire dal 2011 l’Mi5, il servizio di controspionaggio britannico, avrebbe permesso a questi ultimi di uscire ed entrare dal Paese per unirsi alle rivolte contro Gheddafi, nonostante su alcuni di loro pendessero sospetti su possibili attività terroristiche.
Alcuni testimoni – combattenti ribelli attivi oggi in Libia, oppure rientrati in Regno Unito – avrebbero rivelato di essere partiti dall’Inghilterra per unirsi alle rivolte contro Gheddafi, senza essere soggetti ad alcun interrogatorio o indagine. Persone potenzialmente come Salman Abedi, il 22enne autore della strage di Manchester, la cui famiglia era rientrata in Libia per prendere parte alla rivoluzione contro il Rais libico. Anche Abedi era rientrato in Libia nel 2011 per poi fare ritorno a Manchester in diverse occasioni.
La Polizia inglese crede che Abedi sia parte di un più ampio network, ed in questo ambito ha fatto arrestare altre sei persone, incluso suo fratello maggiore. Abedi era noto ai servizi di sicurezza interni, già segnalato anche dalla moschea di Didsbury che aveva frequentato. Mercoledi sono stati arrestati a Tripoli il fratello minore e il padre, per sospetti legami con l’Isis. La notizia è però che il governo inglese avrebbe facilitato i viaggi in Libia di tantissimi libici in esilio, per ingrossare le fila dei rivoltosi contro Gheddafi.
Un cittadino britannico di origini libiche in condizioni di anonimato sostiene di essere rimasto sorpreso per il fatto di esser riuscito a volare facilmente in Libia nel 2011, nonostante fosse stato fino a pochi giorni prima agli arresti domiciliari per sospette attività terroristiche. “Mi hanno fatto partire, senza farmi alcuna domanda”, rivela, aggiungendo di aver incontrato nel 2011 a Londra molti altri cittadini britannici di origine libica, le cui ordinanze di custodia cautelare erano appena state rimosse, proprio in corrispondenza dell’inasprirsi della guerra contro Gheddafi, in cui Regno Unito, Francia e Stati Uniti in particolare sostenevano i ribelli con una campagna aerea.
“Si trattava di ragazzi dell’al Jama’a al Islamiyah al Muqatilah bi Lybia (Gruppo dei combattenti islamici libici, LIFG, fondato negli anni ’90 da veterani libici per combattere i sovietici in Afghanistan), e le autorità britanniche lo sapevano”. Il Regno Unito aveva inserito il LIFG tra le organizzazioni terroristiche nel 2005, descrivendoli come una formazione che vuole “stabilire uno Stato islamico radicale”, come “parte di un più ampio movimento estremista ispirato ad Al Qaeda”.
Belal Younis, un altro cittadino britannico recatosi in Libia nel 2011, racconta di essere stato fermato al suo ritorno dalla Libia secondo il “programma 7”, che permette alla polizia e agli agenti dell’immigrazione di detenere e interrogare chiunque passi ai controlli di frontiera portuali o aeroportuali, per determinarne il possibile coinvolgimento in attività terroristiche.
Younis poi aggiunge che le autorità, nel chiedergli se aveva intenzione di combattere in Libia, gli avevano chiaramente detto di non avere alcun problema con chi volesse andar a combattere contro Gheddafi. Younis conclude rivelando di aver addirittura intimidito due agenti dell’Mi5 che lo avevano fermato di nuovo al suo ritorno dalla Libia, confidando loro il nome e il numero dei loro colleghi che invece avevano quasi caldeggiato la sua partenza per la Libia. “Gran parte dei ragazzi partiti per la Libia aveva circa vent’anni e veniva perlopiù da Manchester.
Va precisato che secondo Younis questa politica della “porta girevole” adottata dal Regno Unito non avrebbe un ruolo nei fatti di Manchester, visto che nel 2011 l’Isis ancora non esisteva nella sua forma definitiva, e in ogni caso non c’era in Libia. “Io sono andato in Libia a combattere solo per la libertà”, aggiunge.
La gran parte dei combattenti libici partiti dalla Gran Bretagna si recava prima in Tunisia, per poi passare il confine libico, oppure viaggiava passando da Malta. “Sono andato e tornato dalla Libia più volte nel 2011, e non sono mai stato né fermato né interrogato”, afferma un altro cittadino britannico di origine libica, che sostiene di aver incrociato Salman Abedi nella moschea di Didsbury e che però quest’ultimo “non era parte della comunità e rimaneva sulle sue”.
“Un giorno sono spacciatori, il giorno dopo diventano musulmani”, sostiene un altro libico di Manchester, aggiungendo di essere quasi certo che Abedi fosse in contatto con Anil Khalil Raoufi, un reclutatore dell’Is proveniente dal quartiere di Manchester, morto in Siria nel 2014.
Un altro testimone rivela di aver svolto un lavoro di “pubbliche relazioni” in Inghilterra per il fronte ribelle prima delle rivolte contro Gheddafi, occupandosi di montare i video che mostravano i programmi di addestramento dei ribelli da parte delle SAS britanniche e delle Forze speciali irlandesi. Poi aggiunge di aver incontrato una volta in un campo di addestramento di ribelli a Misurata un gruppo di circa otto britannici di origine libica come lui, che gli avrebbero confidato di non essere mai stati in Libia prima di quel momento. “Sembrava avessero 17-18 anni, forse 20. Avevano un forte accento di Manchester”.
Con l’inizio del ventunesimo secolo, molti libici in esilio in Regno Unito, che avevano legami con il LIFG, erano stati messi sotto sorveglianza in seguito alla firma di un accordo di collaborazione – il “patto nel deserto” – nel 2004 tra Tony Blair e Muammar Gheddafi. Poco prima dell’inizio delle rivolte contro Gheddafi, i servizi di sicurezza britannici avrebbero onorato l’accordo arrestando vari dissidenti libici sul suolo del Regno Unito, oltre a riconsegnare a Gheddafi due leader del LIFG, Abdel Hakim Belhaj e Sami al Saadi, che poi sarebbero stati torturati a Tripoli.
Più avanti, Behlaj sarà uno dei leader della rivolta contro Gheddafi, mentre secondo alcune testimonianze un altro ex esiliato libico già segnalato dai servizi inglesi si occuperà addirittura dell’organizzazione della sicurezza per i dignitari in visita in Libia, come David Cameron, Nicolas Sarkozy e Hillary Clinton.

Ziad Hashem, ex membro del LIFG a cui era stato dato asilo in Regno Unito, nel 2015 sosteneva di essere stato arrestato senza capi d’imputazione per 18 mesi prima del 2011, sulla base di informazioni fornite a Londra dai servizi libici. “Quando è iniziata la rivoluzione, le cose sono cambiate in Gran Bretagna”, spiega Hashem. “Le autorità hanno cambiato il loro modo di rivolgersi a me e mi trattavano diversamente, offrendomi benefit, o la possibilità di lasciare il Paese, o quella di rimanere e di ottenere la cittadinanza”. (AGI) Lby

Libia: l’inarrestabile ascesa del generale Haftar

(AGI) – Beirut, 25 mag. – Solo tre anni fa, quando lo sconosciuto generale Khalifa Haftar apparve in TV per annunciare l’inizio dell’Operazione Dignità per riprendere il controllo di Bengasi, dichiarando la sua “guerra al terrore”, sospendendo la Costituzione ad interim e la sua subordinazione al governo di Tripoli, in pochi lo presero seriamente. Sembrava a tutti l’ennesimo episodio di una guerra civile fatta di tanti piccoli conflitti interni.
Al tempo Bengasi era sotto la giurisdizione di diverse milizie islamiste, e pareva a tutti inverosimile che il generale riuscisse a sottrargliela. Ad Haftar si opponeva una ampia coalizione nella quale figuravano anche gruppi come Ansar al Sharia, considerato un movimento terroristico dall’Onu e implicato nell’uccisione dell’ex ambasciatore americano Chris Stevens nel settembre 2012.
C’erano poi altre milizie, come Scudo libico, la brigata Rafallah Al Sahati, la brigata 17 febbraio e il Consiglio rivoluzionario della Shura di Bengasi. La seconda città libica a maggio 2014 è un luogo assolutamente off limits per qualunque ufficiale di sicurezza, poliziotto o militare. Ma il generale Haftar lancia la sua offensiva, pur sapendo di essere un bersaglio mobile.
Oggi, tre anni dopo, Bengasi è sotto il controllo dell’Esercito dell’est guidato dal delfino di Al Sisi, fatta eccezione per alcuni quartieri affacciati sul mare. E Haftar, nel frattempo, si è trasformato: da piccolo signore della guerra ad attore politico militare di primo piano sulla frammentata scena libica. Una parte del futuro del Paese passa senz’altro da lui.
Militare di professione, Haftar tre anni fa – in piena guerra civile – capì in fretta che il miglior modo per emergere come un attore importante nel caos libico era riorganizzare quel che restava delle Forze Armate libiche che erano sopravvissute agli otto mesi di campagna militare della Nato nel 2011. All’inizio in pochi soldati lo seguono, quelli che condividevano con Haftar il timore di essere uccisi nell’ambito dello sconvolgimento del Paese, se nn si fossero riorganizzati militarmente.
Per ingrossare le fila del nuovo esercito, Haftar decide così di fare pressioni sul secondo parlamento libico, quello di Tobruk (non riconosciuto dalle Nazioni Unite), che lo sostiene. Convince l’assemblea a varare una legge di amnistia generale, per far rientrare tutti quegli ex ufficiali del regime di Gheddafi che nel frattempo si erano nascosti in Egitto o in qualche luogo remoto dell’immenso sud desertico del Paese. L’amnistia che viene varata vale per tutti gli ex ufficiali militari che non hanno accuse pendenti.
Quella di Haftar è una mossa che si rivela molto intelligente, e che lo aiuta anche ad allargare la sua base di consenso. Ma sopratutto, gli permette di contare su centinaia di soldati ben addestrati – laddove in quel momento la Libia pullula di movimenti di guerriglia formati da persone senza particolare preparazione militare – provenienti da tutta la Libia, comprese le città e le tribù un tempo associate al colonnello Gheddafi. Oggi le Forze Armate Libiche (LAF) sono la forza militare più rilevante del Paese e contano su membri provenienti da tutto il Paese. Haftar è riuscito a intercettare sopratutto coloro che avevano il desiderio di tornare nelle caserme, ma che, sopratutto nell’ovest, non volevano farlo sotto le milizie. Haftar ha usato il fiuto e i meccanismi del politico per rimettere in piedi il comparto militare.
Oggi le LAF sono in controllo dell’est del Paese, hanno sconfitto l’Isis nell’area di Sirte, combattuto contro milizie a Bengasi e stabilito già delle loro basi nell’ovest, a Zintan e Wershafa in particolare, così come al sud. Dal punto di vista politico, Haftar ha incassato il sostegno dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti e della Russia.
Per il terzo anniversario dell’Operazione Dignità, Haftar ha scelto di dimostrare nuovamente la sua forza, con una imponente parata militare a Bengasi durante la cerimonia di arruolamento di nuove reclute, che ingrossano le fila di un esercito sempre più numeroso. Un messaggio chiaro a tutti i suoi rivali, che oggi non pensano più che la sua sia una missione suicida, come tutti credevano quando entrò nel conflitto nel 2014.
Nonostante l’incontro conciliatorio – in cui si era stabilito un cessate il fuoco – del 2 maggio scorso ad Abu Dhabi con il primo ministro di Tripoli sostenuto dall’Onu, Fayez Serraj, appare evidente come l’obiettivo di Haftar sia Tripoli, anche se non è chiaro se intenda attaccarla militarmente. Durante la cerimonia per l’anniversario ha detto: “Prometto che non lasceremo la capitale Tripoli in mano alle milizie”. E di solito, Haftar – sul quale molti si chiedono se non aspiri ad assumere il ruolo che Al Sisi ha assunto in Egitto – tende a mantenere le promesse. (AGI) LBY

Grecia: l’afghano Masoud, dalla guerra ai Talebani a quella ai neonazisti

(AGI) – Beirut, 24 mag. – Da qualche tempo ad Atene, alla testa delle manifestazioni di protesta degli “Antifa” contro il partito neonazista di Alba Dorata – che ha 17 seggi in Parlamento – c’è Masoud Qahar, 40 anni, rifugiato afghano. “Chiudete gli uffici di Alba Dorata. Mandate i neonazisti in galera”, recita il cartello che tiene mentre marcia insieme ad anarchici, comunisti e altre formazioni anti razziste.
Nonostante non parli greco, e nonostante non abbia mai sentito parlare di Alba Dorata fin quando non è arrivato in Grecia nel 2015, Qahar è diventato frequentatore fisso di queste manifestazioni. “Ci vado sei o sette volte al mese”, spiega ad Al Jazeera. “Sono sempre in prima fila, insieme agli anti fascisti. Mi piace”.
La sua storia parte da lontano. Fino a qualche anno fa Masoud lavorava come operatore della logistica per la NATO nel suo Afghanistan, guadagnava bene, e viveva una vita migliore di quella di molti suoi connazionali. Ad un certo punto, però, ha iniziato a ricevere – proprio per il suo lavoro – minacce di morte dai Talebani. Così, è dovuto fuggire. Pochi mesi dopo si è ritrovato 5000 chilometri più a ovest, nel campo profughi di Elliniko, alla periferia di Atene.
Qahar non ne parla bene, della Nato. E’ a loro che si era rivolto per poter lasciare il Paese, dopo aver ricevuto le prime minacce, ma nessuno gli aveva dato ascolto. Arriva a mettere sullo stesso piano i Talebani e la Nato, descrivendoli come “fascisti”. aggiungendo poi “oggi sono anti fascista”, come se la vita gli avesse proposto questo percorso naturale.
Nel 2012, mentre Qahar era dislocato in un’altra provincia, i Talebani attaccarono la sua casa a Kabul, uccidendo sua sorella ventiseienne e ferendo suo padre e suo fratello. Tornato a casa, trovò solo la madre e il cugino in lacrime, e in visita agli altri familiari feriti in ospedale. “E’ il nostro destino, fu la frase che la madre pronunciò sconsolata in quell’occasione.
Così, con l’aiuto dei trafficanti, Qahar decide di attraversare le montagne sul confine afghano, cammina per chilometri tra campi, sale su imbarcazioni di fortuna, eludendo banditi e guardie di frontiera. Arrivato finalmente in Grecia, prende un treno per Idomeni, dove un campo improvvisato dava già rifugio a migliaia di persone in fuga come lui, e respinte sul confine macedone. Dopo tre notti a Idomeni, dopo le botte della polizia, decide di tornare ad Atene, dove si sistema nel campo di Elliniko.
Il primo incontro con i collettivi anti fascisti greci Masoud lo avrà il 6 febbraio scorso, quando questi ultimi aiutano i rifugiati di Elliniko a preparare una manifestazione di protesta contro il Ministro delle migrazioni, Yiannis Mouzalas, in visita al campo. I rifugiati nell’occasione bloccano Mouzalas  e la sua scorta di polizia all’ingresso del campo, costringendolo prima ad ascoltare le loro richieste sul miglioramento delle condizioni di Elliniko.
Quel giorno Qahar stringe i rapporti in particolare con Keerfa, un gruppo anti razzista e anti fascista di Atene, e inizia ad aiutarli con progetti di traduzione, oltre a unirsi a loro in occasione di proteste anti fasciste.
Petros Constantinou, consigliere municipale di Atene e direttore nazionale di Keerfa, spiega che prima della attuale crisi dei rifugiati, Alba Dorata aveva costruito la sua base elettorale attaccando i migranti, persone di sinistra, sindacalisti e critici vari, costruendosi piccole sacche di consenso in alcuni quartieri dove la polizia chiudeva un occhio sulla loro presenza. “Ma siamo sempre stati in maggioranza contro di loro”, commenta con un certo orgoglio. “Alba Dorata ha provato ad espandersi anche in altri quartieri e nelle isole. In tutte le loro campagne, sono stati sconfitti dalle nostre contro manifestazioni, ognuna di esse. I rifugiati e i migranti non sono visitatori, sono una parte importante del nostro movimento, Ci organizziamo insieme a loro per combattere”.
Qahar, spiega, considera la sua partecipazione alle proteste anti fasciste un dovere. Avendo contatti all’interno dei campi, spesso agisce da ponte tra i rifugiati e i greci. “Voglio combattere per tutti gli esseri umani”, commenta. “Non posso vedere gente che dorme ai bordi della strada, per esempio. Come fai a startene seduto? Prova ad aiutare. I rifugiati non possono combattere da soli. Questo non è il loro Paese. E noi siamo come una mano: se la tua mano è aperta, chiunque può romperti un dito; ma se la tua mano è chiusa nessuno può fermare il pugno”. (AGI) LBY

Siria: prendono forma i piani per la ricostruzione del Paese

(AGI) – Beirut, 23 mag. – Lo scorso aprile, a Bruxelles è andata in scena l’annuale Conferenza per il sostegno al futuro della Siria e della regione, con la partecipazione di numerosi rappresentanti delle organizzazioni umanitarie. Al dibattito sull’aumento degli aiuti ai rifugiati e alla ricostruzione di siti archeologici come quello di Palmira, si è aggiunto quello sui progetti di ricostruzione del Paese dilaniato da una guerra che va avanti da più di sei anni. La dichiarazione post conferenza recita che “l’iniziativa della ricostruzione può avere successo solo in un contesto di una transizione genuina e inclusiva, di cui possano beneficiare tutti i siriani”.
 
Care International Save the Children, l’International Rescue Committee, il Norwegian Refugee Council e Oxfam, tutte presenti alla conferenza, hanno dichiarato congiuntamente che “senza un sostegno internazionale per una soluzione politica del conflitto e per il rispetto dei diritti umani, qualunque mossa in direzione della ricostruzione rischia di portare più danni che benefici”.
 
Tuttavia qualcosa, sul fronte della ricostruzione, si muove. Ad Homs per esempio, una delle città più colpite dalla guerra, è in atto un progetto sostenuto dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp), per la ricostruzione e l’avviamento del vecchio mercato cittadino risalente al tredicesimo secolo. Nell’ambito del progetto sono state coinvolte le comunità locali, assieme a imprenditori e a rappresentanti delle istituzioni municipali. “Si tratta di un modello inclusivo di recupero, che potrebbe funzionare anche altrove”, spiega ad Al Monitor Samuel Rizk, a capo dell’Undp in Siria.
 
“In questi contesti, è necessario includere molte persone nella pianificazione dei progetti. Alcune preocciupazioni, in un luogo come l’antico souq di Homs, non riguardano solo la rigenerazione dell’economia ma anche l’attenzione rispetto ad un luogo che custodisce un’eredità storica e culturale”, continua Rizk.
 
Nel frattempo, il governo siriano sta portando avanti i suoi progetti di ricostruzione. Second alcuni analisti si tratta di progetti che sottendono obiettivi politici. Basateen al Razi, nell’area meridionale di Damasco, era uno dei tanti insediamenti informali che si sono sviluppati nei dintorni della capitale a partire dagli anni ’60. 
 
Nel 2011-2012, le proteste contro Bashar al Assad si sono diffuse anche qui, e in breve tempo si sono trasformate in scontri armati tra esercito e rivoltosi. Migliaia di persone nei mesi seguenti hanno lasciato l’area. Servendosi del decreto legislativo 66 del settembre 2012, originariamente concepito per “ripulire e riqualificare abitazioni e insediamenti informali”, le autorità della provincia di Damasco hanno iniziato a ripristinare i terreni coltivabili e a demolire le case dell’area, per fare largo ad un progetto di ricostruzione onnicomprensivo, con nuove abitazioni per circa 60.000 persone, negozi, uffici e persino un centro commerciale.
 
Il decreto 66, a quanto risulta, verrà utilizzato anche per progetti di ricostruzione di aree fino a poco tempo fa sotto il controllo di formazioni ribelli, come il sobborgo di Daraya o le tante città satellite nell’area a sud di Damasco. Sotto questo decreto, sarebbe prevista una compensazione economica agli abitanti delle case demolite, in modo da permetter loro di affittare temporaneamente una casa altrove. Tuttavia, alcuni abitanti dell’area – oggi divenuti rifugiati a tutti gli effetti – sostengono di non aver ricevuto alcun sostegno economico dopo la demolizione delle loro case. 
 
Secondo lo studioso dell’Università di Oxford, Nate Rosenblatt, i progetti derivanti dal decreto 66 peresentano alcuni problemi per la comunità internazionale, proprio dal punto di vista delle ricostruzioni. “Se si fa arrivare denaro attraverso il governo siriano, il primo effetto è anzitutto una involontaria ricompensa economica nei confronti di un attore che ha un ruolo determinante nella tragedia siriana. Poi, è possibile che il governo utilizzi questi soldi per ostracizzare e isolare scientificamente alcune aree percepite come ostili al governo”.

Tuttavia, varie autorità locali considerano quello del decreto 66 un modello da seguire. Il governatore di Homs, Talal al Barazi, ne ha caldeggiato l’adozione per la ricostruzione dell’area di Baba Amr e di altre aree devastate della città. Ad Aleppo ci si aspetta lo stesso. Il governo siriano sta portando avanti i piani di ricostruzione a livello locale, attraverso la creazione di opportunità di finanziamento per imprese pubbliche-private legate alle autorità locali, nominando gli amministratori locali a capo dei comitati di ricostruzione oppure stabilendo collaborazioni tra organizzazioni locali e comunità internazionale.

“Quando guardiamo alla guerra in Siria, vediamo una guerra locale, e ciò implica che anche la ricostruzione avverrà sul posto, attraverso attori e finanziamenti locali. Non avremo mai un piano nazionale di ricostruzione; non avremo mai un Piano Marshall per la Siria”, spiega Kheder Khaddour del Carnegie Endowment’s Middle east Center. (AGI) Lby

Medioriente: i presidenti americani e l’Islam, una storia

(AGI) – Beirut, 23 mag. – Nonostante l’Islam come religione soggetta ad interpretazione ed esegesi, come sistema di valori e pratiche, sia qualcosa di più complesso e di difficile semplificazione – come tutte le religioni – i presidente americani, in qualità di leader del Paese più potente al mondo, storicamente hanno sempre colto l’occasione, durante le loro visite ufficiali in Medioriente, per provare a definirlo. Per provare a “spiegarlo ai musulmani” a seconda delle circostanze politiche, come scrive David A. Graham sull’Atlantic. Il recente discorso fatto in Arabia Saudita da Trump sull’Islam, si inserisce in questa tradizione, ultimo di una lunga serie.
I leader americani si sono confrontati con l’Islam sin dalla fondazione degli Stati Uniti, se si pensa che Thomas Jefferson possedeva una copia del Corano, come ha scritto Denise Spielberg nel 2013.  Fino ai tempi recenti, l’Islam era stato marginalizzato in favore della retorica sul comunismo, argomento principale fino alla fine della guerra fredda, e se veniva trattato lo si faceva in relazione alla libertà di culto per i musulmani in America. Come Jimmy Carter, che nel 1978 parlò di “valori condivisi e radici comuni” tra Islam e il progetto americano, nell’ambito di un più ampio discorso sulla libertà religiosa.
Nel 1986, Ronald Reagan, mentre gli Stati Uniti sostenevano i mujahedin afghani contro l’Unione Sovietica, puntualizzò in un’occasione che “non esiste un conflitto tra democrazie occidentali e mondo arabo”, arrivando poi a rimproverare il Colonnello Gheddafi – allora saldamente nel campo pan-arabista – per il fatto che “mi sembra ipocrita che lui pretenda di ricevere sostegno incondizionato da tutto il mondo islamico. Perché in nessun luogo il massacro dei musulmani è grande come in Afghanistan, eppure il Colonnello è alleato con coloro (l’Unione Sovietica, ndr) che stanno perpetrando questi crimini contro l’Islam e l’umanità intera”, disse il presidente americano in visita in Afghanistan.
Come Reagan, anche Bill Clinton rifiutava l’idea di una battaglia preordinata tra Islam e Occidente. “Spero che la prossima volta che un Presidente americano farà un discorso ad una nazione islamica, sarà in grado di dire che il progresso fatto da Indonesia, Nigeria e Marocco, tutte Nazioni molto diverse, ci ha aiutato tutti a smentire la bugia di un ‘conflitto di civiltà'”, disse l’ex presidente democratico durante una visita in Turchia nel 1999. “Conosciamo i valori tradizionali dell’Islam, e la devozione per la fede, per il lavoro, per la famiglia e per la società, sono in armonia con il meglio dei valori americani”, aveva detto cinque anni prima in Giordania.
Con l’11 settembre, capitato sotto il successore di Clinton, G.W. Bush, i rapporti occidentali con l’Islam entrano gradualmente in una fase di cambiamento. Ma i discorsi di Bush rimangono saldamente in scia col solco tracciato dai predecessori, ed il presidente texano – molto religioso – si guarda bene dal demonizzare un’intera religione per gli atti barbarici di quella mattina del 2001.
“Questi atti di violenza contro innocenti violano i cardini fondamentali della fede islamica. Ed è importante che i miei connazionali americani lo capiscano”, disse Bush solo sei giorni dopo gli attentati al World Trade Center. “La faccia del terrore non rappresenta la fede islamica. L’Islam è pace. Questi terroristi non rappresentano la pace. Rappresentano il male e la guerra”.
Un discorso di questo tipo sarà il leit motiv degli anni di Bush, anche se alcuni membri della sua amministrazione inizieranno a parlare di “crociata” in riferimento alle operazioni In Afghanistan e Iraq, e nonostante negli anni a venire il governo americano adotterà alcune misure discriminatorie nei confronti delle libertà civili dei musulmani. Rimanendo però sul piano della retorica, ancora nel 2006, Bush dirà che “l’Islam radicale è una perversione di una fede nobile operata da pochi, che la vogliono rendere una ideologia del terrore e della morte”.
L’apoteosi della “spiegazione dell’Islam” agli stessi fedeli musulmani arriva però con Obama. Il 4 giugno 2009 è il giorno del discorso del Cairo, sulle relazioni tra Stati Uniti e musulmani nel mondo. Un discorso che per molti versi solo Barack Hussein Obama poteva fare: come successore (e antagonista) dell’uomo che aveva invaso Iraq e Afghanistan, e come persona che aveva speso parte dell’infanzia in un paese musulmano come l’Indonesia.
Come Reagan, anche Obama mise l’accento sull’appropriazione della fede islamica da parte di terroristi, rei di uccidere sopratutto altri musulmani.  Ma Obama si spinge fino a consigliare ai musulmani la sua idea di approccio alla fede: “Tra alcuni musulmani, esiste l’inquietante tendenza a misurare la propria fede attraverso il rifiuto di quella di un altro. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta – che si tratti dei Maroniti in Libano o dei Copti in Egitto. Ed anche le fratture intra-islamiche devono essere curate, visto quel che accade in Iraq con le violenze tra sunniti e sciiti”.
L’obiettivo di Obama, come spiega Jeffrey Goldberg, era quello di invitare i musulmani ad indagare le ragioni della loro infelicità, e per stessa ammissione di Obama l’obiettivo non fu raggiunto. E’ in questo momento che comunque inizia a farsi largo anche nel dibattito pubblico l’idea che l’Islam necessiti di una “modernizzazione”, per isolare i violenti.
Come ha scritto Shadi Hamid, l’idea di “modernizzare” l’Islam ha un sapore paternalistico, e i frequenti appelli a una “riforma” dell’Islam sono un non senso storico, poiché dipendono dall’assunto per cui la riforma del Cristianesimo fosse sia storicamente inevitabile che espressione di un modello riformatore universale, anziché un evento unico, a se stante.
Inoltre, qualcuno potrebbe sostenere che l’Islam ha già affrontato una riforma, ma il suo risultato – la fine dell’ultimo Califfato – fu il rovesciamento dello Stato e dei suoi religiosi come arbitri dell’ortodossia, che contribuì nel tempo a delegittimare l’autorità di questi ultimi, che erano potenzialmente in grado di contrastare dialetticamente le derive estremiste. Molti musulmani pacifici oggi trovano quasi offensiva l’idea di un dibattito su una “modernizzazione”, poiché sanno riconoscere e rifiutare con forza l’estremismo.
Nel 2014, infine, Obama definisce l’Isis “non islamico”, scatenando l’ira delle voci islamofobe d’America, convinte del fatto che l’Isis stesso sia una perfetta espressione di una religione intrinsecamente violenta. L’affermazione di Obama – apparsa quasi come una “sentenza” proveniente da un musulmano – stimola in un certo senso dei dubbi anche tra i progressisti, che si chiedono come possa un presidente americano stabilire pubblicamente cosa è islamico e cosa non lo è. (AGI) Lby