Sadiq Khan, Chaoui e i corto circuiti

Scrivo d getto, senza rileggere, con mesta ostinazione, per dare scientificamente la misura del mio sgomento.

Il neo sindaco di Londra Sadiq Khan e il parlamentare italiano Khalid Chaouki hanno una cosa in comune: la loro storia racconta pressappoco un bel NULLA dell’Islam o dei musulmani, mentre ci dice moltissimo su famiglie, le loro di origine, che hanno saputo ripartire da zero in un paese straniero (nel primo caso in condizioni molto disagiate), producendo esempi di integrazione che dovrebbero impedire ai Salvini e alle Meloni di ciarlare di “invasione islamica” una volta tanto, cioè almeno quando gli “islamici” in questione si mettono in evidenza per dei meriti indiscutibili. E invece, il fatto che non si sia persa occasione per fare commenti del genere dimostra che al fondo, parliamo di un problema molto semplice, che non dipende dalla percezione di presunte condotte collettive riprovevoli, di “culture violente”, inferiori, di valori incompatibili e cazzate varie. Parliamo di puro, cristallino razzismo, dei più beceri. E pensare che Salvini aveva querelato, perdendo la causa, chi gli aveva dato del razzista.

Per quel che riguarda Chaouki, noto con sgomento che il fatto che abbia votato a favore delle unioni tra coppie omosessuali abbia fornito a molti osservatori lo spunto per fare delle fuorviate riflessioni sull’islam e i musulmani, su quanto Chaouki sia stato descritto come un rivoluzionario dell’Islam, come pioniere musulmano che sconvolge la “comunità islamica” (così chiamano utenti mslmani di Facebook che scrivono sulla bacheca di Chaouki), e mai come un cittadino italiano con opinioni liberali in materia di bioetica e questioni di genere, se così potremmo dire. Insomma, mai descritto, introdotto, pubblicizzato per quello che è: un parlamentare italiano. Il che ci riporterebbe al concetto espresso all’inizio di questo pensiero.

In questo caso, più che ai fascisti di varia risma, dispiace dovermi rivolgere alle anime belle, che pure, se non altro, nella loro perpetua ingenuità, assecondano sentimenti nobili, concilianti: Chaouki rappresenta se stesso: non sta a me/noi giudicare la maggiore o minore tiepidita’ del suo essere musulmano più o meno praticante (i.e. Assolvere ai cinque pilastri della fede?), o la sua conoscenza del Corano e della Sunna, perché si tratta di un aspetto irrilevante ai fini di una discussione sul politico in se, e sopratutto non ha nulla a che vedere con l’Islam. I musulmani pensano in media con la propria testa anche in materia di convinzioni personali, non essendoci un clero nell’islam che dica in definitiva cosa è giusto o sbagliato. Se volessimo generalizzare, però, non credo si farebbero grossi torti a dire che nell’islam, come nel cristianesimo, l’omosessualità è a dir poco malvista, quando non condannata. Sarebbe così anche per il matrimonio tra omosessuali. Una incompatibilità che non potrebbe esser dialetticamente elusa come nel caso del Cristianesimo, sottolineando la differenza tra un matrimonio civile – che appunto non sarebbe “sacro”, nel senso di vincolato ai principi religiosi – e un matrimonio in Chiesa, la cui “sacralità” precluderebbe di celebrarlo per una coppia omosessuale: nel diritto islamico, il matrimonio non ha nulla di sacro e molto di legalistico, non essendo nulla più che un contratto, regolato da clausole più o meno specifiche.

Dovremmo guardare le persone per quello che sono, cioè come persone, e non appiccicargli delle etichette ex ante o ex post: solo che costa fatica, molto più semplice categorizzare, infilare in sottoinsiemi, in questo continuo afflato sociologico che ci attanaglia un po tutti.

Sadiq Khan e Chaouki sono due cittadini, immigrati di seconda generazione che dimostrano una volta di più quanto in ogni condizione di partenza sia possibile una reale integrazione, perlomeno in termini di possibilità di realizzazione personale all’intero della società o addirittura delle istituzioni. Non sono due “musulmani moderati”, non sono i musulmani “buoni” speculari a quelli “cattivi” con la barba, e non sono (anche Khan e’ per i diritti lgbt) nemmeno il sintomo della apertura all’islam in tema di matrimoni civili tra omosessuali, che da una parte fa gongolare anime belle e dall’altra alimenta la bava rabbiosa dei razzisti, in cui appunto il corto circuito e’ enorme: abituati a blaterare di “incompatibilità dell’Islam con i valori della libertà bla bla bla”, si ritrovano a dover ribaltare faticosamente la prospettiva, da una parte dimenticando la (fino al giorno prima) vituperata “islamicità” di Chaouki e dall’altra sottolineando quella di Khan, che sarebbe alla testa di un primo, incontenibile esercito di invasori islamici, intesi come “portatori di sharia”, credo.

Siamo spacciati, secondo me. Si continua universalmente a confondere forma e sostanza, trainati dal bisogno (indotto?) di individuare un nemico chiaro: ormai è pratica consolidata quella di dare la patente di islamico, o meglio di “sintomo del’islam”, a chiunque compia nefandezze “nel nome di Allah”. Ci si fanno i titoli sopra, e lo fanno i giornali di “sinistra”. Il resto Diventa tutto irrilevante. Mentre si faceva esplodere “Urlava Allah akbar”. E allora? Se io urlo viva la libertà, la libertà diventa un problema? E che ne e della “islamicità”, della rappresentatività dei musulmani che prima di morire in attentati o dopo essersi salvati gridano la stessa frase?

A volte penso a quanto ancora dovremmo essere “connessi”. Ormai chiunque va sui social ma noto che aldilà delle strumentalizzazioni politiche, non ci si conosce.

Se i “cristiani” alla Adinolfi si trovassero bendati a conversare di famiglia e bioetica con un mullah a caso, si accorgerebbero di avere opinioni simili su molti argomenti, quando non più estreme (un esempio: il clero sciita ormai considera normale la disfunzione di genere, e in Iran si può cambiare sesso previo accertamento della stessa. La chiesa cattolica no).

Se le tante persone poco istruite, mediamente religiose (al netto della bestemmia di default) e “conservatrici” in tema di costumi e “valori”, invece di farsi plagiare da Salvini che veicola la loro frustrazione verso il diverso e lo svantaggiato fossero a conoscenza di come spesso vivono i loro “omologhi” musulmani, probabilmente capirebbero di esser in molti casi simili (dio famiglia pudore ecc), e Salvini non saprebbe cosa inventarsi.

Se chiarissimo una volta per tutte che non possiamo far finta di essere una società laica, non ancora, non finché non lo è’ quasi metà (tenero?) dei nostri parlamentari, forse saremmo perlomeno più comprensivi e dialoganti con chi come noi è alla ricerca, più o meno profonda, della laicità, o di un rapporto definitivo tra interiorità e esteriorità, o quello che volete.

Se ci dedicassimo a conoscere l’altro più di quanto non ci dedichiamo a misurarne la presunta compatibilità con dei valori che fatichiamo a stabilire come definitivi e innegoziabili, forse oggi faremmo una guerra più efficace, e triplice: una contro le storture di un modello economico e forse anche culturale che produce emarginazione, humus del terrorismo molto più di quanto non lo siano dei libri non compresi; una contro un manipolo di criminali che si danno un brand di islamicità a uso e consumo della nostra ignoranza e sfruttano il vuoto di cui sopra per reclutare disadattati; una contro le nostre paure e contro chi le alimenta.

Ma, come si dice a Roma, “se” mi nonno c’aveva tre palle, era ‘n flipper

Il primo nemico dell’Isis non è l’Occidente, ma il pluralismo interno all’Islam (su Huffpost)

(pubblicato su Huffington Post – http://www.huffingtonpost.it/lorenzo-forlani/il-primo-nemico-dellisis-non-e-loccidente_b_9776250.html?utm_hp_ref=italy)

 

“Negli ultimi decenni, un cancro devastante è emerso, ha mutato forma, si è diffuso, cercando di affondare l’Umma (la comunità musulmana, ndr) nell’apostasia (…)”.

Inizia così, un capitolo dell’ultimo numero, il quattordicesimo, di “Dabiq“, la rivista ufficiale dell’Isis pubblicata a cadenza mensile, anche in lingua inglese, sin dal luglio 2014. La retorica è quella abituale dei seguaci di al Baghdadi. Il soggetto implicito di questo passaggio, invece, non è quello che si potrebbe pensare. Un indizio: non si parla dell’Occidente.

Nel polarizzato dibattito sulla minaccia posta dall’Isis, un refrain sembra essere condiviso da tutti: quello secondo cui l’Isis stia conducendo una “guerra contro la civiltà occidentale, contro la sua libertà e la sua cultura”. Ma siamo sicuri che sia (solo) così? È possibile ridurre la questione ad una semplice quanto vaga dicotomia tra civiltà e barbarie, o tra Occidente e islam?

“The Murtadd Brotherhood, i Fratelli musulmani apostati”. È questo l’eloquente titolo – e l’argomento principale, introdotto dalle righe citate all’inizio del presente articolo – del numero di aprile 2016 di “Dabiq”, sulla cui copertina compare Mohammed Morsi, l’ex presidente egiziano, alle urne. Non si tratta del primo attacco sferrato dagli esperti di comunicazione del sedicente “Stato Islamico” contro il movimento politico conservatore fondato nel 1928 in Egitto da Hassan al Banna: già nel numero 8 di Dabiq, uscito nel marzo 2015 con il titolo “Solo la shari’a governerà l’Africa”, alcune pagine erano state dedicate ad una feroce critica della Fratellanza.

L’introduzione del capitolo sui “Fratelli musulmani apostati” continua così: “(questo cancro, ndr) si è formato in una città egiziana nel 1928, e si è rapidamente diffusa in tutto l’Egitto e la Siria, l’Iraq, e tutte le terre usurpate dagli apostati. È poi arrivato fino in Occidente – America, Europa e Australia – e in tutti gli altri paesi in giro per il mondo. Ovunque ci fossero comunità di musulmani, esso ha cercato di prendersi cura dei loro affari e di instillare in loro una religione diversa dall’islam, ma nel nome dell’islam(..)”.

L’ostilità nei confronti dei Fratelli musulmani da parte dell’Isis è dovuta a tre ragioni principali: la prima è il cosiddetto gradualismo adottato dalla Fratellanza, ossia la storica strategia di lenta e sopratutto pacifica islamizzazione “dal basso” della società, operata attraverso la presenza sul territorio, l’educazione, l’erogazione di servizi, e sottoponendosi alla logica delle elezioni democratiche nella convinzione di arrivare ad ottenere, prima o dopo, il potere, e di rappresentare quante più persone possibile. L’Isis persegue ovviamente una strategia militare e unilaterale, per cui il ricorso alla violenza non è solo visto come necessario ma doveroso.

La seconda ragione risiede nella disponibilità della Fratellanza al confronto (o addirittura ad affari) con l’Occidente, con l’Iran e con Israele (con un riferimento ai rapporti tra Turchia di Erdogan e Tel Aviv). La terza ragione è invece più ampia, e comprende la compromissione della Fratellanza con temi come “diritti umani, elezioni, pluralismo, democrazia, pacifismo, ordine costituzionale”, ad ognuno dei quali è dedicato un paragrafo nell’ultimo numero di Dabiq. A ben vedere, si tratta di righe interessanti, perché costituiscono (o dovrebbero costituire) in un certo senso un manifesto di legittimità, di comprovata diversità della Fratellanza musulmana rispetto a movimenti come l’Isis, a cui è spesso equiparata dai Netanyahu e dagli Al Sisi.

Nelle pagine successive la rivista pubblica una lista di nomi di religiosi musulmani sunniti considerati “takfir” (miscredenti), tra i quali figurano sufi come Hisham Kabbani (dell’ordine di Naqshbandi), personaggi più o meno noti al grande pubblico come Hamza Yusuf, o anche rigidi salafiti, come il canadese Bilal Phillips o il pakistano Yasir Qadhi.

Bisogna fare attenzione alle parole, e alla loro possibile distorsione. Un argomento spesso utilizzato da certa islamofobia muove dalla constatazione che l’alto grado di “islamicità” dei miliziani dell’Isis sia comprovato dal fatto che uccidano “in nome di Allah”. Si confonde il mezzo con il fine, arrivando a legittimare involontariamente gli stessi terroristi. Terroristi che possono certamente essere musulmani, ma il fatto che uccidano “in nome di Allah” non ne costituisce certo una migliore certificazione: che dire dei tanti combattenti musulmani in Medioriente – da quelli sciiti di Hezbollah a quelli delle milizie paramilitari in Iraq, ma anche degli stessi curdi, perlopiù musulmani sunniti – che invocano egualmente Allah mentre combattono? E che dire – per cambiare totalmente contesto ed epoca – di Pablo Escobar e del suo cartello di Medellìn, che negli anni ’80 spesso di appellavano ai diritti umani, alla democrazia, alla libertà, e che era un fervente cattolico? O dei rituali pseudo-religiosi della ‘Ndrangheta? Uccidere in nome di qualcosa non basta ad esserne i rappresentanti, esclusivi o principali. O meglio, non è quello il punto, probabilmente, per capire dove risieda il problema.

La manipolazione della retorica islamica non si limita però solo ad aspetti di facciata, alla retorica militare in qualche modo mainstream, ma si attiva anche su questioni dottrinali, rivelando una volta di più l’autoreferenzialità dell’Isis, la sua specificità. A pagina 8 dell’ultimo numero di Dabiq, sempre per introdurre il tema dei “Fratelli musulmani apostati”, si legge:

“Contrariamente a quanto afferma una credenza popolare, l’apostasia (riddah) non significa esclusivamente il passare dal chiamarsi musulmano al chiamarsi ebreo, cristiano, induista, buddista o altro. In realtà, ci sono solo due religioni. C’è la religione di Allah, che è l’islam, e c’è la religione del nulla, cioè gli infedeli (kufr).”

Senza volersi addentrare in una inopportuna trattazione del tema dell’apostasia nella tradizione islamica, basti sapere che per l’ortodossia islamica e per tutte le ortodossie religiose – e anche per i regimi che trattano l’apostasia come un reato – l’apostasia significa proprio quel che è noto a tutti: abbandonare la propria religione. Altro che “credenza popolare”. Il fatto che gli autori di Dabiq manipolino – con la pretesa di renderlo universale – un concetto così consolidato nella tradizione islamica dovrebbe far pensare: sono così sicuri, alcuni, che la guerra sia solo contro l’Occidente, oppure solo contro i musulmani sciiti, chiamati rafidah, “coloro che rifiutano” (l’islam wahhabita dell’Isis)? O forse si tratta di una guerra per monopolizzare, per omologare il mondo islamico sotto il segno del più retrivo wahhabismo?

Quella dello Stato islamico è una guerra contro la diversità intra-islamica (e solo secondariamente contro l’Occidente), contro il pluralismo, contro chiunque non concepisca l’islam e il mondo come loro. Nonostante le etichette, che ai nostri occhi rimandano ad un’idea di inquietante messianismo (come tutto ciò che è fatto “in nome di Dio”, che si serve di un campionario dialettico di tipo religioso), i movimenti politici di ispirazione islamica, popolari, pacifici anche quando sono conservatori, costituiscono una alternativa – che l’Occidente dovrebbe responsabilizzare, con cui dovrebbe confrontarsi apertamente, senza filtri o complessi di superiorità -, e sono considerati altamente concorrenziali da movimenti come Isis, che si servono di una dialettica e una simbologia simile (anche qui si gioca sulla nostra miopia, sul potere che un “Allah Akbar” ha di suggestionarci) ma perseguono diversi obiettivi e diverse modalità (violente) di ottenimento degli stessi.

Movimenti come la Fratellanza, appunto, che si è ritrovata a fare i conti anche col fuoco incrociato di un regime egiziano che la reprime nel sangue con l’accusa di essere “come l’Isis”, il cui presidente – il citato Mohammed Morsi, l’unico eletto nella storia dell’Egitto – si trova in carcere assieme a migliaia di sostenitori e del cui futuro, oggi che abbiamo delegato la “cassazione” dei movimenti islamisti pacifici a autocrati e militari senza alcuna legittimità, non ci interessa più. Negli stessi giorni in cui usciva l’ultimo numero di Dabiq, peraltro, venticinque ong legate ai Fratelli musulmani sono state chiuse nell’Egitto di Al Sisi.

Equiparare movimenti come i Fratelli Musulmani a movimenti come l’Isis – emarginando o reprimendo la prima nella convinzione erronea che sia anticamera o gemella dei secondi – è una operazione pericolosa, oltre che concettualmente fuorviata: fa passare da una parte l’idea secondo cui sia conveniente, per un musulmano, sposare i metodi di chi intenda imporre con la violenza le proprie idee, nel momento in cui a chi ne promuove (e non impone) anche di simili in modo pacifico viene impedito di farlo; dall’altra, di riflesso, spinge le persone in Occidente a pensare che la forma coincida con la sostanza, che il conservatorismo della Fratellanza sia tutto sommato pericoloso, immobile, immutabile, retrogrado proprio come quello dell’Isis. Un po’ come se si decidesse di equiparare ogni persona di destra ad un fascista e agire di conseguenza; o come se si fosse deciso di equiparare le Brigate rosse al Partito comunista.

Emarginare o reprimere movimenti politici di ispirazione religiosa non solo ostacola in partenza l’avvio di una logica democratica, affossando il principio di rappresentatività che ne è alla base, e spingendo un popolo a credere che non abbia alcuna rilevanza; può contribuire, soprattutto in un contesto di disagio, a produrre quella dose decisiva di definitivo disincanto che spinge alla violenza, alla lotta armata, e in ultimo al jihadismo.

Il Grande Re

(pubblicato su L’Ultimo Uomo, http://www.ultimouomo.com/il-grande-re/) – la storia di Ali Daei

Il 31 marzo del 1979, due mesi e mezzo dopo che l’ultimo shah iraniano, Mohammad Reza Pahlavi, ha lasciato il Paese, in tutto l’Iran si tiene un importante referendum, il cui esito metterà definitivamente fine alla Monarchia e inaugurerà la Repubblica islamica guidata dall’Ayatollah Khomeini, di ritorno nel Paese dopo più di 15 anni di esilio.

 

Dieci giorni prima (proprio nel giorno in cui inizia la primavera, e proprio nel giorno di Nowruz, il capodanno persiano) tra le verdeggianti colline di Ardabil, quasi 600 km a nordovest di Teheran, il piccolo Ali Daei ha appena compiuto dieci anni.

 

Dieci anni sono la tipica età in cui il numero di domande che si fanno è inversamente proporzionale al numero di risposte che si comprendono. Avrà fatto molte domande, Ali; lo avrà notato, che quel Nowruz e quel compleanno non sono come tutti gli altri; che il Paese attorno a lui sta cambiando, che la gente in strada si agita, litiga, si abbraccia, urla e poi rincasa. Che qualcuno gioca alla guerra. Forse, però, non capendo le risposte degli zii, sarà tornato a giocare a pallone per le strade del quartiere di Khyrat, dove vive. Forse si vede già in quel momento, che Alì non ha un talento cristallino – o almeno non come quello che verrà donato, ad esempio, ad Ali Karimi, “lo Stregone di Teheran”, trequartista, nato nove anni dopo di lui. Però ci crede moltissimo. È testardo, combattivo, sanguigno, anche se ancora non ha idea di cosa farà da grande, né tantomeno chi sarà da grande. D’altronde, è un Paese intero a non sapere ancora nulla del proprio destino.

 

L’azero

Nell’attuale e tumultuoso Medioriente, Turchia e Iran sono gli unici due “Stati-nazione” veri e propri. L’Iran, in particolare, ha più o meno gli stessi confini da almeno 2500 anni, e chiunque abbia un vago interesse per la geografia e la storia sa che non si tratta di un paese di cultura e lingua araba ma persiana.

 

Definire l’Iran un “Paese persiano” però non è del tutto esatto: poco meno del 60% dei quasi 80 milioni di iraniani sono persiani. Il resto sono curdi, azeri, luri, baluci, arabi, turkmeni, bandari e qashqai (popolazione nomade che vive nel Sud-Ovest del paese), e la cosa si riflette anche nelle strutture di potere della Repubblica islamica, in cui l’elemento unificante non è più l’etnia persiana, riconducibile al mito ancestrale dell’Antica Persia, ma la religione sciita, che rende ancor più esplicita l’eterogeneità del tessuto sociale.

 

L’Iran post rivoluzionario ha avuto e ha politici, ministri e importanti personalità di etnia persiana, araba, turkmena, azera. Sono azeri molti bazarì – i commercianti dei bazaar –, termometri politico-economici del paese. È azero l’ayatollah Ali Seyyed Khamene’i, la Guida Suprema, successore di Khomeini. Erano azeri, proprio di Ardabil, anche gli shah della dinastia safavide (1501-1722), del cui eponimo, Sheikh Safi-ad-din Is’haq Ardabili (conosciuto come Safi ad-Din) rimane un meraviglioso santuario, Patrimonio dell’Unesco.

 

Anche Ali Daei, calciatore iraniano attivo nei due decenni a cavallo del millennio, è di etnia azera. Negli anni ’90 sarebbe bastato guardarlo in faccia per capirlo: viso scavato, sguardo fiero, capelli a spazzola, baffi d’ordinanza. L’azero archetipale, più o meno.

 

A guardare le statistiche nude sarebbe forse il caso di mettere Ali Daei tra le “importanti personalità”, nel sottoinsieme “leggende dello sport”, perché secondo i dati della Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio (Iffhs) nessuno, nella storia di questo gioco, ha fatto più gol di lui in partite ufficiali con la maglia della propria Nazionale. Sono 109 i gol di Daei in 149 partite con il Team Melli tra il 1993 e il 2006, l’unico ad aver superato quota cento. E pensare che Ali Daei ha esordito in Nazionale a 24 anni..

 

Eppure, la vita di Ali Daei non sembra poter assecondare una narrazione basata sulla retorica del mito indiscusso, di quello a cui tutto è concesso. Anzi: quello di Ali sembra essere un percorso perennemente accidentato, imprevedibile, agrodolce. Fatto di tappeti rossi e gogne mediatiche, porzioni di gloria e dosi di declino, di difficile coabitazione tra istinto primordiale e maturità. Di complessità e contraddizioni, proprio come quelle del suo Paese.

 

Dopo aver mosso i primi passi nell’Esteghlal (che in farsi significa “indipendenza”) di Ardabil, nel 1989 il ventenne Ali Daei si trasferisce a Teheran. La guerra con l’Iraq è finita da poco, e per lui è una fortuna aver compiuto 18 anni solo pochi mesi prima del cessate il fuoco. Si aggrega al Taxirani, una squadra minore in cui non percepisce ancora nessuno stipendio ma nella quale perlomeno può mettersi in mostra, dato che nel 1990 il campionato iraniano è fermo. Proprio alla fine del 1990 si trasferisce al Bank Tejarat (“commercio”), la squadra di proprietà dell’Istituto di credito omonimo, nella quale passerà 4 anni. Nel paese, dopo 8 anni di conflitto, è tempo di ricostruzione e di riassestamenti. L’arena politica è divisa: seguire una modernizzazione sul modello cinese? Integrarsi a est o a ovest?

 

Le riforme economiche vengono poste al centro dell’agenda politica e nel 1989 vince le elezioni l’imprenditore – magnate nel campo dei pistacchi, dei trasporti e dell’edilizia – e mujtahid Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. Lo chiamano “lo squalo”, perché a differenza di gran parte degli iraniani è quasi glabro, e perché in farsi “khuse” oltre a “squalo” significa curiosamente  anche “dalla barba rada”.

 

Rafsanjani è uno dei personaggi-chiave della Repubblica islamica: fu amico intimo e consigliere di Khomeini, la persona che non mancava mai ai piedi del suo letto d’ospedale nella prima metà del 1989. Anche se in Iran persiste tuttora un dibattito in merito, fu sostanzialmente Rafsanjani a indurre l’Assemblea degli Esperti a scegliere inaspettatamente, come successore di Khomeini, Ali Khamene’i, per la cui elezione a Guida Suprema fu necessario cambiare un articolo della Costituzione, visto che gli mancavano i requisiti religiosi (Khamene’i non era un ayatollah al tempo, cioè il massimo grado della gerarchia religiosa sciita, ma solo un hojatoleslam, cioè un grado intermedio, che di solito ha la facoltà di interpretare le leggi, assistere un Ayatollah – nella logica professore-assistente – e in certi casi emettere pareri religiosi. È un hojatoleslam l’attuale presidente Rouhani, così come gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami).

 

Questo video, girato il giorno dopo la morte di Khomeini all’interno dell’Assemblea, è eloquente: da 1:40 mostra Rafsanjani che, come un bravo venditore, cerca di convincere gli 88 religiosi dell’Assemblea della bontà della scelta di Khamene’ì come futuro Rahbar (guida), giocandosi la carta della confidenza che Khomeini gli avrebbe fatto quando era ancora in vita. Qualcuno borbotta. Alla fine, la scelta di Khamene’ì viene accettata.

 

Sedici anni dopo Ali Daei sarà una delle personalità che sosterrà pubblicamente la rielezione di Rafsanjani (che finirà invece secondo dietro l’inatteso vincitore del 2005, Mahmoud Ahmadinejad), per poi sostenere nel 2013 quella di Rouhani.

 

Durante i quattro anni al Bank Tejarat succedono molte cose. Nonostante l’impegno nel calcio, Alì riesce a iscriversi alla prestigiosa Sharif University di Teheran, considerata nel Paese la prima scelta per le facoltà di Ingegneria Fisica.

 

daei rouhani

 

Non si tratta di un aspetto scontato: negli anni ’80 il regime ha avviato un vasto programma di scolarizzazione, rivolto anche a quelle aree rurali rimaste a lungo abbandonate a loro stesse. Oggi, in città come Ardabil, la cui area metropolitana conta meno di mezzo milione di abitanti, ci sono sette università.

 

Daei poteva iscriversi alla Mohaghegh Ardebili University, dietro casa, o puntare su una tra quelle meno impegnative nella capitale. E invece, mentre esordisce nella massima serie iraniana con il Bank Tejarat, Ali si presenta all’esame di ammissione alla Sharif, tra circa cinquecentomila persone, e arriva tra i primi ottocento ammessi. Si laureerà in Ingegneria dei materiali qualche anno dopo, non prima di essersi visto negare la possibilità di andare a giocare in Giappone, per via del servizio militare.

 

L’emersione del talento

Dopo aver segnato tre gol in tre presenze col l’Under 23, il 6 giugno 1993 Ali Daei esordisce in Nazionale maggiore, nel 5-0 rifilato al Pakistan a Teheran, nell’ultima edizione della Eco Cup. Quell’estate, Ali Daei passa al blasonato Persepolis, nelle cui fila segnerà 28 gol in 38 partite, giocando anche in coppia con il massimo marcatore della storia del club, Farshad Pious. Sarà in questo periodo delle qualificazioni asiatiche per i mondiali del 1994 anche il capocannoniere con 4 gol.  Nonostante ciò, l’Iran non riuscirà a qualificarsi alla fase finale. Nel settembre del 1996 riceve un’offerta dall’al Sadd, in Qatar, e decide di attraversare il Golfo Persico per giocare una stagione nell’Emirato, condita da 10 gol in 16 presenze.

 

Ma non è la permanenza in Qatar a farlo notare in Europa, quanto forse la Coppa d’Asia 1996, che si disputa negli Emirati Arabi Uniti. Ali Daei segna 8 gol, compreso il gol del vantaggio nel 3-0 rifilato nel girone agli acerrimi rivali dell’Arabia Saudita e i quattro realizzati nei quarti di finale, nel 6-2 alla Corea del Sud. L’Iran perderà in semifinale ai rigori proprio con l’Arabia Saudita, che vincerà il torneo.

 

I primi due gol dei quattro alla Corea del Sud (che nel 1994 si era qualificata ai Mondiali al posto dell’Iran) nel 1996 sono da attaccante moderno, avanti coi tempi. Nel primo entra in area palla al piede dal vertice sinistro: il difensore rincula e, in modo corretto, gli copre il secondo palo, mettendosi di fianco. Lascia però qualche centimetro di troppo ad Ali, che laddove tutti proverebbero il tiro sul primo palo, effettua uno strano tiro di collo-esterno, che passa sotto le gambe del difensore e si insacca sul secondo palo. Nel secondo, mentre è in avanzamento verso la porta, arretra per raccogliere un cross arretrato al limite dell’area, stoppa col piatto destro e, con due difensori che stringono la marcatura, tira violentemente sotto al sette, in leggero avvitamento su se stesso.

 

 

Le prestazioni in Coppa d’Asia convincono Ernst Middendorp, allenatore giramondo (allenerà anche in Iran, Ghana, Cipro, Cina e soprattutto Sudafrica) dei tedeschi dell’Arminia Bielefeld, a puntare su di lui (e sul compagno di Nazionale Karim Bagheri). Nel 1997, quindi, firma il primo vero contratto di una certa rilevanza, in un calcio di una certa rilevanza. La cosa non piace a qualcuno in patria, soprattutto all’allenatore della Nazionale Mohammad Mayeli Kohan, che esclude gli “espatriati” – dopo averli peraltro lanciati qualche mese prima – dalle prime convocazioni per le qualificazioni a Francia ’98. L’Iran perde la prima partita 2-0 in Qatar, Kohan viene licenziato e Daei, Mahdavikia e Bagheri riconvocati. Mayeli Kohan sosterrà in seguito che il suo licenziamento è da imputare a Daei, che avrebbe guidato una campagna in seno alla Federazione per farlo licenziare. Fra i due i rapporti si faranno via via più problematici, e la loro vicenda personale meriterebbe, forse, un articolo a parte: Mayeli Kohan se la lega al dito e – in una società altamente sensibile ai reati che compromettono la moralità – accuserà nel corso degli anni Daei di corruzione, abuso della propria posizione (quando Daei sarà allenatore del Persepolis, e verrà accusato da Kohan – che si “propone” come suo sostituto – di non dedicarsi alla squadra, in favore dei suoi affari) e addirittura frode fiscale. Dopo ulteriori litigi (qui, a 2:55, un Daei nervosetto sta quasi per mangiare vivo l’arbitro Akrami. Non verrà squalificato, lui) e a seguito di tre denunce presentate da Daei, un tribunale di Teheran, ad agosto 2014, condannerà a 4 mesi di prigione Kohan (qui il video in cui Kohan piange in conferenza stampa dopo il verdetto, a 1:50) per diffamazione e ingiurie ai danni di Daei. Kohan alla fine ne sconterà meno di due, per poi assumere un ruolo sempre più marginale nel mondo del calcio. Qualche mese fa ha avuto un attacco di cuore, dal quale si è poi ripreso.

 

Alla fine della stagione 1997-1998, l’Arminia chiude ultimo in classifica, retrocedendo. Ali Daei segna sette gol: di destro, di sinistro, di testa, d’astuzia e di tecnica; segna alle prime due in classifica (Kaiserslautern e Bayern Monaco), segna gol belli e gol come quello del 3-2 al Duisburg, la cui imprevedibilità sembra stridere sia con la sua fama di classico centravanti d’area che con quel suo viso ordinario, anni ’60, da impiegato di una Repubblica sovietica. Daei riceve palla a quasi 30 metri dalla porta, in una zona di campo in cui forse non dovrebbe trovarsi. È spalle alla porta. Il difensore lo marca a distanza, non gli si avvicina per non fargli usare il fisico e lo affronta come si fa in Nba con tiratori dalle percentuali scarse, concedendogli di girarsi e di guardare la porta. È un attimo: Ali Daei si ferma per una frazione di secondo sulle gambe, accennando quasi una “pausa” sudamericana, se la sposta con il destro sul sinistro e lascia andare il tiro a uscire, potentissimo, che si infila all’angolo in basso a destra del portiere. La sensazione è di aver visto una giocata fuori repertorio, come un tenore che si improvvisa mc. I gol di Ali Daei sono gol di volontà, di autostima, di coraggio.

 

(A 8:10) “Non so a voi ma a me questa sembra una giocata alla Ibra, più che alla Daei”

 

Quei sette gol gli bastano per attirare l’attenzione di Franz Beckenbauer, che si mormora reputi Ali Daei un “centravanti di livello mondiale”. Daei firma un triennale con il Bayern Monaco nell’estate del 1998, prima dei Mondiali di Francia.

 

Un’altra importante istantanea della carriera di Ali Daei è quella del 29 novembre 1997, al Cricket Ground di Melbourne. Si gioca il ritorno dello spareggio per accedere alla Coppa del Mondo 1998 tra l’Australia di Viduka e Kewell e l’Iran. L’andata a Teheran è terminata 1-1. È qui che Ali estrae ancora una volta dal cilindro una giocata che sembra fuori repertorio ma che in seguito si rivelerà tutt’altro che casuale.

 

L’assist da fantasista puro per Khodadad Aziz (a 2:05) vale il 2-2, e il biglietto per Francia ’98.

 

Ai Mondiali l’Iran è nel Gruppo con Germania, Jugoslavia e Stati Uniti, il “Grande Satana” nella retorica rivoluzionaria iraniana. Il passaggio del turno è chiaramente off limits, per cui il Paese intero ha in mente una sola data: 21 giugno 1998, alla Gerland di Lione va in scena Usa-Iran. All’84′, sull’1-0 per l’Iran, Ali prende posizione col corpo spalle alla porta, poco prima della metà campo: gli Stati Uniti hanno la difesa alta, Eddie Pope lo marca anche con le braccia e Brian Maisonneuve gli si fa blandamente incontro per raddoppiare; Ali riceve la palla e, invece di cercare un fallo, compie quello che ancora non è chiaro se si tratti di un gesto di arroganza tecnica o di uno stop pittorescamente sbagliato: fatto sta che la palla si impenna, e Ali, tenendo la mano sinistra sui pantaloncini di Pope, si fa quasi un sombrero da solo. Un gesto senza logica, che peraltro permette a Maisonneuve, in ritardo, di recuperare terreno e arrivargli addosso. Ali però inarca il busto, spinge via Pope roteando e mettendosi perpendicolare alla porta, si mette la palla sul suo piede debole, il sinistro, e lo fa di nuovo: sfida i suoi apparenti limiti, nel momento più decisivo, con il filtrante più funzionale possibile. Mahdavikia, il “missile di Teheran” (che quell’estate passerà all’Amburgo per diventarne poi una bandiera), si invola verso la porta e segna il 2-0. McBride accorcerà tre minuti dopo ma sarà troppo tardi. A Teheran, quella notte, nessuno va a dormire.

 

 

Come contro l’Australia, Ali Daei dimostra grande tempismo e una intelligenza tattica superiore, inusuale per un centravanti di quel tipo, così ossessionato dal gol, e con quella parvenza tecnica monodimensionale. Al Bayern Monaco Ali Daei non troverà molto spazio, chiuso da Carsten Jancker, ma riuscirà comunque a segnare 6 gol. Sarà in panchina durante la finale di Champions League del Camp Nou, drammaticamente persa contro il Manchester United. Il 30 settembre del 1998, entrando al 63′ nella partita di girone pareggiata 2-2 sempre con il Manchester United, diventa il primo asiatico a disputare una partita di Champions League.

 

 

L’anno successivo, invece che accontentarsi di fare la riserva al Bayern Monaco, decide di trasferirsi all’Hertha Berlino, che nella stagione 1999-2000 disputa la Champions. Il 21 settembre 1999, quasi un anno dopo l’esordio, Ali Daei raggiunge lo zenit della sua carriera, con la doppietta che varrà il 2-1 casalingo sul Chelsea. Una settimana dopo, firmerà anche il pareggio per 1-1 a San Siro contro il Milan, con un sinistro a incrociare, dopo aver battuto nell’uno contro uno Guly.

 

In men che non si dica, si ritrova ad aver sorpassato i trent’anni. Rimane all’Hertha fino al 2002, quando decide di trasferirsi all’Al Shabaab, negli Emirati. Nel frattempo, i media iraniani lo mettono sul banco degli imputati per la mancata qualificazione ai mondiali di Corea e Giappone, in cui Daei è per la prima volta il capitano. Contemporaneamente, inoltre, inizia a brillare la stella di Ali Karimi, che gli ruba visibilità dentro e fuori dal campo, e con cui non mancheranno le occasioni di scontro. Nel 2003, durante una partita di qualificazione alla Coppa d’Asia contro il Libano, sorpassa Puskas nella classifica all-time dei marcatori con la Nazionale, anche se sembrano accorgersene solo gli addetti ai lavori. Qualche mese dopo, sposa a Teheran la sua ex compagna di Università, Mona Farrokhazari.

 

ali e mona

 

Il ricevimento da circa 60000 dollari per il suo matrimonio a Niavaran – elegante quartiere nella zona nord della Capitale – è forse l’evento più glamour del decennio in Iran. Ha costituito forse un paradosso, per Daei, diventare un personaggio così “chiacchierato” – quasi un brand – nel momento in cui è iniziato il declino del suo percorso calcistico, i cui record, da soli, sarebbero potuti bastare a fornirgli l’onnipotenza mediatica. Forse il fatto di essere stato il primo calciatore iraniano milionario, oltre alla sua dimensione sempre più mondana, ha contribuito, in un paese in cui è marcata la retorica sugli oppressi e i diseredati, a farlo apparire talvolta come un avido.

 

daei hassan khomeini

Ali con il nipote di Khomeini, Hassan

 

La grandezza e il declino

Il declino di Ali Daei è accompagnato dalle critiche continue, che ci soffiano sopra come fosse una brace, e quasi lo spingono verso il ritiro. Ci sono giocatori giovani in rampa di lancio, dice chi ha la memoria corta e lo vede imbolsito, con i baffi che sembrano essere spariti insieme allo smalto. Ma lui è testardo e, dopo essere tornato nel 2004 al Persepolis, firmando un contratto da 300.000 dollari annuali, decide di partecipare ai Mondiali del 2006. Lo fa, al solito, parlando in conferenza stampa di se stesso in terza persona. Guardando la platea con aria di sfida, incenerendo i giornalisti con il suo accento turcofono e la sua “zeppola” caratteristica. E segnando: 16 gol in 28 presenze nel 2003-2004 con il Persepolis e 23 in 51 in due stagioni nel Saba Qom, in cui si trasferisce l’anno dopo e rimane finché l’allenatore Farhad Kazemi gli dice che non c’è più bisogno di lui.

 

Dopo un Mondiale 2006 deludente, i media – ma anche alcuni giocatori – gli si scagliano contro, imputandogli il fatto di non essersi fatto da parte prima e di avere una relazione preferenziale con il ct Branko Ivanovic, che lo convoca a 37 anni suonati. Ali Karimi lo ha definito un “un egoista, che pensa solo ai suoi interessi”.

 

Il rapporto tra i due è gradualmente peggiorato fino al punto di precipitare quando Daei, divenuto allenatore dell’Iran per qualche mese tra il 2008 e il 2009, si è tolto lo sfizio – in realtà assecondando ordini superiori – di non convocare Karimi. La colpa di Karimi era stata quella di esser sceso in campo assieme ad altri quattro compagni con un polsino al braccio di colore verde, i colori del movimento riformista di Mir Hossein Mousavi, in segno di protesta contro i presunti brogli elettorali che hanno portato alla rielezione di Mahmoud Ahmadinejad e l’azione repressiva da parte di Pasdaran e Basiji. Ma successivamente Ali Daei ha dimostrato la saggezza che dovrebbe contraddistinguere l’età adulta. «Ali Karimi è un bravo ragazzo e merita di tornare in Nazionale. Ha fatto alcuni errori, ma ha capito che deve cambiare atteggiamento», diceva Daei all’agenzia Mehr nel 2009.

 

daei vs karimi

 

Nella stagione 2006-2007, quando gli stimoli sembrano finiti del tutto, Daei passa al Saipa di Karaj. Siamo ormai ai titoli di coda, Ali Daei ha già avviato le sue attività imprenditoriali (fonderà nel 2009 la Daei Sports, sponsor tecnico di molte squadre della massima serie) e ha una seconda figlia, Noura, avuta da Mona, dopo averne avuta un’altra, Denise, da un precedente matrimonio con una donna che oggi vive a Londra. Quando gira per Farmanieh con una delle sue nove macchine di lusso, i ragazzi della mia età esclamano “Shahriar!” (Il grande Re), il soprannome che si è guadagnato nel tempo. Le ragazze palang (un termine che sta più o meno per “posh”) della Teheran bene, invece, affollano già l’atelier che Daei ha da poco aperto a Niavaran, e gestito proprio dalla moglie Mona (che disegna anche i gioielli), con tanto di account Instagram.

 

Ma la fame ritorna ogni volta che Ali rimette piede in campo. Lo si vede già a Marzo 2007, pochi giorni prima di compiere 38 anni, quando tenta l’uscita di scena a là Zidane, impreziosita dal fatto di essere nel frattempo diventato l’allenatore-giocatore della sua squadra, dopo l’addio improvviso del tecnico tedesco Werner Lorant.

 

 

La testata a Sheys Rezaei del Persepolis è rapida, appena accennata ma fortemente voluta, come fosse un passaggio obbligato per uscire dalla bagarre in area. Sembra far parte dello scenario incandescente. Ma Daei prenderà comunque 2000 $ di multa e una squalifica di quattro turni, e la cosa gli apparirà talmente incomprensibile – Rezaei lo avrebbe più volte insultato – che durante una intervista al quotidiano Varzeshi minaccerà di portare il caso direttamente alla Fifa, e di ritirarsi ancor prima del tempo.

 

La squalifica gli dà il tempo per caricare le ultime munizioni: dopo essere tornato a metà aprile, il 28 maggio 2007 Ali Daei segna nel match casalingo contro il Mas Kerman e il Saipa Karaj vince il terzo campionato della sua storia, il primo e l’ultimo di Daei da allenatore (giocatore). Ali annuncia in quella partita il ritiro, e stavolta lo attendono centinaia di persone al ritorno nella vicina Teheran, dove vive nell’esclusivo Shahrak-e Gharb, vicino alla Milad Tower.

 

Dopo aver allenato la Nazionale, il Rah Ahan, il Persepolis, vincendo due Hafzi Cup, Daei è dall’anno scorso il tecnico del Saba Qom. Oltre a investire in opere filantropiche, costruendo istituti scolastici e un ospedale, ha commissionato all’architetto Mohammad Ali Roonir la costruzione dello stadio di Ardabil, che si è auto-intitolato. L’inaugurazione è avvenuta nel 2008, in occasione dell’anniversario della liberazione di Khorramshahr.

 

Il 21 marzo Ali Daei compirà 47 anni, inizierà la primavera, l’anno 1395 del calendario persiano e il trentasettesimo dalla rivoluzione. Ne sono successe di cose, a lui e al Paese, da quando non capiva cosa accadesse intorno a lui, nella Ardabil di marzo ’79. Oggi, di cose, forse ne ha capite anche troppe.

 

Ora che le sanzioni economiche ai danni dell’Iran stanno gradualmente decadendo per via dello storico accordo sul nucleare, Ali Daei potrà probabilmente allargare più facilmente i suoi orizzonti commerciali, sfruttando in particolar modo le relazioni costruite nel suo periodo in Germania, dove lo chiamavano “il gentleman”, anche se forse in Patria la definizione farebbe sorridere in molti data la sua spacconeria.

 

Eppure qualcosa del gentleman Daei ha sicuramente conservato. Nel 2013, durante un’intervista, ha risposto così, a chi gli  chiedeva del suo record di gol con la Nazionale.

 

«Un certo numero di fattori mi hanno permesso di segnare più di 100 gol a livello internazionale. Lo devo perlopiù alla mia fede in Allah, ma anche all’amore incondizionato per il mio Paese e per la maglia della Nazionale, oltre che per l’Imam Hussein, a cui renderò servizio finché sarò in vita. Sarebbe stato tutto impossibile senza l’aiuto dei miei compagni di squadra, che hanno fatto sì che facessi quei gol. È per la loro assistenza che sono riuscito ad essere così costante nel corso degli anni»

 

Una risposta che non ci si aspetterebbe da uno così pieno di sé. Da uno che percepisce, forse, di non essersi vista riconosciuta – dai compagni, dalla Federazione, dai media – la giusta, imprescindibile riconoscenza. Quella che si riserva ai grandi Re.

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[Radici] Er Quadraro, Roma

Ogni volta che sono in procinto di lasciare Roma, non so perché, sento la necessità di prendere e andarmene in periferia. Ho provato a psicanalizzare questa cosa: forse è il sintomo di una profonda affezione per questa enorme, abbacinante, permalosa città, che mi spinge a sincerarmi che tutto sia integro prima di partire, che tutto esista ancora. Roma e’ un albero e io oggi sono il suo giardiniere, che va a controllare le radici – la periferia – prima di guardare di nuovo il tronco.

Le periferie romane, enormi, deformi, sguaiate e profonde. La decadenza ovunque, il fango, gente che si defila e gente che ostenta. Gli inevitabili, accecanti contrasti, i tentativi di gentrificazione più o meno riusciti, più o meno volontari. I cavalcavia. Le comitive di imberbi coatti con doppio taglio. Le comitive presenti sul territorio, le comitive miste. Il Meltin pot, la solidarietà, gli ex carcerati che cercano una nuova vita. Con gli occhi rassegnati, con gli occhi in pensione. Padri al passeggino. Anziani in seduta plenaria. La piccola Dhaka, i suoi uomini e le sue donne, vivaci, presenti, discreti. I treni vuoti, i binari esausti, la fatica sulla pelle dei senzatetto e degli sbandati. Le lamiere accanto ai cancelli in bronzo, opacità e luccichio, le immancabili tonalità di rosso e crema, dal cielo al sottosuolo.

I tunnel colorati, ultimo rifugio degli ultimi. La locanda peruviana, i collettivi, “Tor fiscale”, l’acquedotto Felice, i gatti tristi. I cani orgogliosi, appagati, consapevoli. L’asfalto che cede ovunque al corteggiamento dell’erba, le pennellate di campagna su una tela urbana. La fattoria accanto all’agenzia viaggi, per rimanere o per partire. La tomba del carabiniere. Gli sguardi severi, il giudizio sospeso. Gli sguardi torvi di chi riconosce il forestiero da come cammina. E continua a guardare. La vita che scorre, incurante del resto. L’immensità. Le radici.

[er Quadraro, Roma]

Inshallah (la storia di El Neny e dell’Egitto odierno)

(Pubblicato su L’Ultimo Uomo http://www.ultimouomo.com/inshallah/)

 

«Mi ricordo di Tigana: pesava solo 63 kg ma era incredibile dal punto di vista difensivo. Vinceva ogni duello. El Neny non è un mostro: di solito, i mediorientali hanno una grande resistenza e agilità ma mancano un po’ di forza. Lui è più un giocatore mobile. Ed è per questo che penso possa essere utile al nostro gioco».

 

Il giudizio, al termine di Burnley-Arsenal dello scorso 30 gennaio, che ha fatto registrare il debutto coi Gunners del centrocampista egiziano Mohammad el Neny, è di Arsene Wenger, il tecnico che ha avallato il suo acquisto dal Basilea in quest’ultima finestra di mercato.

 

Forse Edward Said – autore di “Orientalism”, fondamentale saggio sulla costruzione dello “stereotipo orientale” , sulla tendenza a essenzializzare la realtà a est del Bosforo – non avrebbe apprezzato la terminologia usata dal tecnico alsaziano, che sembra individuare delle caratteristiche comuni a una decina di popoli, alcuni dei quali arabi: agili, resistenti ma un po’ molli, egiziani o iraniani che siano.

 

Perseveranza

Luoghi comuni a parte, il giudizio di Wenger sembrerebbe cogliere l’essenza di Muhammad El Neny, secondo giocatore egiziano nella storia dell’Arsenal dopo Sedak Fahmy, e forse il primo egiziano dal quale è possibile aspettarsi una certa centralità all’interno del progetto tecnico di una squadra di prima fascia.

 

Nelle sei partite della fase a gironi della Champions League 2014-2015, Mohammad el Neny è stato il giocatore che ha percorso più chilometri, 85. Nella prima fase dell’Europa League di quest’anno – dove il Basilea ha vinto il girone con la Fiorentina – ha continuato sugli stessi ritmi: un giocatore inesauribile, che raramente in campo si trova in posizione statica, e che sembra non accorgersi della fatica.

 

Descritto così, El Neny sembra il tipico centrocampista di quantità, che si assume pochi rischi ed è efficace soprattutto quando la palla ce l’hanno gli avversari. L’ex giocatore egiziano Aly Ghazal, appena è stato annunciato il trasferimento di El Neny all’Arsenal, ha twittato:

 

“Perseveranza e determinazione possono supportare o a volte sostituirsi al talento. Buona fortuna!”

 

Sono cose che si scrivono a chi di talento ne ha poco. L’attaccante della nazionale egiziana Mohammad Nagy, detto “Geddo”, ha invece usato toni un tantino più ridondanti:

 

“Congratulazioni fratello. Ora non rappresenti più solo te stesso ma anche tutti gli arabi. Lavora sodo, sii paziente e Allah sarà con te. L’Arsenal vincerà la Premier League, se Dio vorrà”

 

Tra le qualità attribuitegli da Wenger in questa intervista c’è, oltre alla discreta tecnica, una buona visione di gioco, che lo porta a toccare tanti palloni e a sbagliarne relativamente pochi: magari, qualcuno potrebbe sostenere che la cosa ha a che fare col fatto che “el Neny” in arabo significa “la pupilla”.

 

Muhammad gioca forse meglio sul lungo che sul corto, non ha paura di cambiare gioco e gli errori che commette nei passaggi brevi tendono ad essere frutto dell’inclinazione a giocare il pallone sempre in movimento, muovendo le gambe come un tennista, e sempre a testa alta (tendenza che lo può portare a fare gol così 3:29). Questo assetto a volte gli fa perdere la posizione, dando l’impressione che giochi al centro del campo con i tempi e il dinamismo di un uomo di fascia: sempre pronto a chiedere l’uno due in corsa, con i relativi rischi in caso di break degli avversari. Retaggio, forse, dei primi tempi all’al Mokawloon, quando giocava ancora terzino sinistro, prima di spostarsi a centrocampo.

 

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Mahalla al Kubra

Sono molte le contingenze extracalcistiche che avrebbero potuto incidere sul destino del centrocampista egiziano, come su quello di molti suoi connazionali di questa generazione, la cui carriera è stata influenzata dalla drammatica evoluzione socio-politica del loro Paese. A cominciare dal suo luogo di nascita.

 

Muhammad El Neny è nato l’11 luglio del 1992 a Mahalla al Kubra, la più grande città del governatorato di Gharbia, nel delta del Nilo.

 

Non è proprio una città come un’altra, Mahalla al Kubra. Qui ha infatti sede la Misr Helwan, la più grande azienda tessile del Medioriente, fondata nel 1927 dal celebre economista egiziano Talaat Harb. La fabbrica impiega circa 25.000 lavoratori e si estende su circa 1000 acri, in cui vengono trattati qualcosa come un milione di quintali di cotone ogni anno. Ogni giorno accoglie al suo interno un microcosmo di lavoratori di varie età ed estrazione sociale, dando vita a una sorta di città nella città.

 

Proprio a Mahalla al Kubra è iniziata la fine del regime di Hosni Mubarak, costretto a farsi da parte sopratutto a causa della paralisi economica, indotta dagli scioperi dei lavoratori dell’azienda, che ne innescheranno altri in tutto il Paese (489 nel solo gennaio 2011).

 

A Mahalla i disordini cominciano già nell’aprile 2008, quando 10000 lavoratori scendono in piazza per protestare a causa dei bassi salari, marciando al grido di “Abbasso Mubarak” e facendo seguito a una tradizione iniziata nel lontano 1938, anno del primo sciopero indetto dai lavoratori dell’azienda. Quello del 2008 spinge alcuni attivisti a fondare il Movimento 6 aprile in supporto ai lavoratori di Mahalla.

 

File photo of protesters walking over a picture of Egyptian President Hosni Mubarak in the Nile Delta textile town of Mahalla el-Kubra

 

Il 6 febbraio 2011, con il Paese nel caos, gli operai annunciano l’istituzione di un nuovo sindacato indipendente, l’Efitu (Egyptian federation of indipendent trade unions), e il 19 stilano una dichiarazione, dal titolo “Le richieste dei lavoratori nella Rivoluzione”. Nel dicembre 2012, ostili anche all’amministrazione di Mohammad Morsi, dichiarano addirittura l’autonomia dal resto dell’Egitto, bloccando gli accessi alla città dopo aver ingaggiato sanguinosi scontri con sostenitori dell’ala oltranzista della Fratellanza musulmana.

 

El Neny è nato in questo luogo ma ci è rimasto ben poco, sfuggendo forse a un destino più complesso. A differenza di molti suoi compagni di scuola, suo padre non era un operaio tessile ma l’allenatore di uno dei due club di Mahalla al Kubra, il Beladeyet al Mahalla. El Neny senior nel 1997 fa entrare il figlio nel settore giovanile dell’Al Ahly, basato al Cairo: uno dei più blasonati club d’Africa e, da un punto di vista quantitativo, il club più titolato al mondo, con 130 trofei. All’Al-Ahly El Neny fa quasi tutta la trafila delle giovanili, finché, nel 2008, non riceve la chiamata dall’Al Mokawloon, un altro club cairota di Nasr city, legato agli imprenditori dell’area (mokawloon significa “imprenditori”). Nel gennaio 2010 esordisce in prima squadra, e da quel momento sarà titolare inamovibile dei gialloneri.

 

È qui che conosce quello che poi diventerà un suo amico fraterno, l’attaccante della Roma Mohammad Salah, uscito dalle giovanili del club. Con Salah El Neny gioca un paio di anni scarsi – mentre in Egitto scoppia la rivoluzione -, fino ad una nuova, drammatica sliding door.

 

La battaglia del cammello

É il primo febbraio 2012 e allo stadio di Port Said si gioca una partita tra i locali dell’Al Masry e i rivali dell’Al Ahly. Alla rivalità sportiva si aggiunge quella politica, legata anche alle strette contingenze: molti dei tifosi dell’Al Alhy – la componente “ultras” in particolare, ma non solo – sono infatti scesi in piazza durante le rivolte di Maidan Tahrir di un anno prima. Quelli dell’Al-Masry, beh…non sono scesi in piazza, perlopiù.

 

Gli ultras ahlawy erano balzati agli onori delle cronache il 2 febbraio 2011, in quella divenuta famosa come la “battaglia del cammello”: nel primo pomeriggio, mentre Maidan Tahrir è invasa da decine di migliaia di manifestanti, un manipolo di agenti provocatori fedeli a Mubarak irrompono in piazza in sella a cavalli e cammelli, aggredendo indiscriminatamente i rivoltosi con armi di vario genere. Gli ultras ahlawy, che partecipano alle proteste, si trovano lì in mezzo e realizzano un cordone per proteggere la folla. Ingaggiano poi una vera battaglia con gli aggressori, mentre agenti di polizia vengono visti aizzare questi ultimi. Quel giorno moriranno 8 persone e quasi 900 finiranno in ospedale.

 

Tantissimi dei tifosi dell’Al Ahly continuano a partecipare alle proteste contro lo Scaf, il consiglio supremo delle forze armate, accusato di voler lasciare il paese nella paralisi per controllare il potere. Ampie porzioni dell’Egitto sono nel caos e ancora devono tenersi le elezioni che porteranno alla vittoria Mohammed Morsi, il primo presidente eletto nella storia dell’Egitto; la società non è mai stata così polarizzata, ed il confronto tra l’Al Masry e l’Al Alhy del febbraio 2012 fornisce l’occasione per rendersene conto.

 

Nonostante la vittoria 3-1, i tifosi dell’Al Masry invadono il campo e, dopo aver aggredito quelli avversari con pietre, bottiglie, coltelli e molotov, se la prendono anche con i giocatori dell’Al Alhy, scortati in fretta e furia dalla polizia nello spogliatoio. Il coach portoghese Manuel Josè (un passato tra Benfica, Belenenses, Uniao Leiria, Boavista e Braga) racconterà in seguito di essere stato picchiato negli spogliatoi da alcuni tifosi dell’Al Masry e di aver temuto di morire, sensazione rafforzata dalla vista di un ragazzo ucciso proprio nello spogliatoio dell’Al Ahly. Mohammed Aboutrika, una leggenda del calcio egiziano, e al tempo giocatore dell’Al Ahly, si ritirerà dal calcio giocato dopo aver assistito alla scena. Altri giocatori faranno la stessa scelta. Sul campo di Port Said la sera del primo febbraio 2012 rimangono 74 corpi senza vita e più di 500 feriti.

 

Numerose testimonianze, tra cui quella del capitano dell’Al Masry Karim Zekri, alimenteranno poi una tesi familiare, ricorrente nella storia egiziana. La polizia, i cui reparti sono in gran numero ancora fedeli o legati a doppio filo al sistema di potere di Hosni Mubarak, ha incitato e sostenuto gli aggressori, chiudendo, quanto pare, anche gli ingressi dello stadio. Che sia, in parte, una vendetta per quanto accaduto un anno prima nella battaglia del cammello?

 

Il fratello di Zekri, anche lui in campo, dirà che alcuni suoi amici che erano allo stadio sono stati incitati dagli agenti di polizia durante gli scontri, al grido di «andate ad ammazzare queste merde (i tifosi dell’Al Ahly), dicono che voi non siete uomini!». Sempre Zekri, rivelerà di aver visto fuori dallo stadio una gang di circa 50 persone, coltelli alla mano, di fronte allo sguardo impassibile della polizia.

 

Il massacro di Port Said

 

Europa

Dopo il massacro di Port Said il campionato egiziano viene sospeso. Un mese dopo il Basilea, che già da qualche tempo seguiva alcuni giocatori egiziani, organizza un’amichevole contro la nazionale egiziana under 23. Il match terminerà 4-3 per l’Egitto: El Neny giocherà tutta la partita, mentre Salah entrerà nel secondo tempo, segnando due gol. Nel giro di un mese, l’attuale attaccante della Roma firmerà un contratto con il club svizzero.

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El Neny arriverà a Basilea un anno dopo, a gennaio 2013, dopo aver sostanzialmente perso un anno (ed essere diventato padre per la prima volta): il campionato egiziano è fermo e il Paese attraversa l’ennesima fase di incertezza (sta entrando negli ultimi mesi il governo Morsi, che verrà rovesciato con un colpo di stato il 2 luglio 2013), accompagnata da una crisi economica sempre più profonda. El Neny, per gran parte del 2012, gioca solo con la Nazionale under 23 e in quella maggiore, allenata al tempo da Bob Bradley.

 

A Basilea El Neny trova tranquillità e un campionato senza eccessive pressioni. Ritrova, appunto, anche il suo amico Salah, musulmano devoto come lui, e insieme andranno spesso a pregare alla Moschea di Klybeckstrasse. I due hanno caratteri diversi, e lo si vede anche il 30 luglio 2013, in occasione dell’incontro dei preliminari di Champions League tra Basilea e Maccabi Tel Aviv.

 

Salah, forse incalzato anche dai tanti fan egiziani più politicizzati, decide di disertare il momento delle strette di mano tra le squadre prima della partita, scatenando una polemica che tornerà d’attualità al momento dell’acquisto da parte del Chelsea, il cui proprietario è Abramovich (che è ebreo). Al ritorno a Tel Aviv del 6 agosto, dopo ulteriori pressioni affinché non si recasse in Israele, Salah prende parte al rituale delle strette di mano, opponendo però alle mani tese degli avversari un “pugnetto” che alimenterà ancor più la bagarre mediatica (Salah segnerà poi un gol nel 3-3 finale che sancirà il passaggio del Basilea, in virtù dell’1-1 dell’andata). El Neny, invece, non farà una piega. All’andata stringerà le mani agli avversari, mentre al ritorno entrerà a partita in corso.

 

 

Salah rimarrà al Basilea fino a gennaio 2014, quando passerà al Chelsea, dove in un anno metterà insieme 13 presenze e due gol. El Neny, invece, complice anche la partenza nel 2012 di Granit Khaka, scalerà gradualmente le gerarchie divenendo un punto di riferimento nel Basilea sia di Murat Yakin (a volte in coppia con il fratello di Granit, Taulant) che, dal 2014, di Paulo Sousa. Gioca prevalentemente nei due mediani del 4-2-3-1, o si alterna tra mezzala e mediano quando il Basilea si schiera con tre difensori e cinque centrocampisti. Quest’anno, ha segnato anche un bel gol, con un tiro da 30 metri di potenza, a Firenze contro la Fiorentina.

 

L’Arsenal ha comprato El Neny per sopperire all’infortunio di Francis Coquelin, e per coprire in prospettiva i buchi che potrebbero lasciare le partenze di Flamini e Arteta a giugno. Se il calcio fosse fatto solo di numeri, El Neny sarebbe forse già il più quotato tra loro: oltre a correre tanto, più di tutti, l’egiziano ha infatti una superiore percentuale di passaggi riusciti quest’anno, 92,4% contro il 91,5% di Coquelin e l’89,5% di Flamini, che sono entrambi giocatori più difensivi.

 

 

Dal 2015/2016 ha preso a tirare con una certa regolarità: 1,8 a partita, recitano le sue statistiche in quest’ultima Europa League. Sono cinque i gol realizzati in questa prima parte di stagione, a fronte dei quattro messi a segno nelle precedenti due e mezzo. Merito anche del suo ex tecnico Paulo Sousa, oggi proprio alla Fiorentina. “Sousa ha cambiato il mio stile”, diceva El Neny durante una intervista del novembre 2014. “Sono un giocatore a cui piace pressare, per cui il mister vuole che il mio pressing salga sempre più di livello ma allo stesso tempo mi dice che ho un buon tiro e che devo provarci di più. Anche se alcuni compagni mi prendono in giro perché molti dei miei tiri finiscono alti”.

 

Al suo esordio con l’Arsenal, El Neny ha giocato una partita di livello, sorprendendo tifosi e critica, giocando 84 palloni con circa il 95% di precisione (ne ha sbagliati quatto), fornendo sempre lo scarico facile in virtù della sua mobilità, ed effettuando 5 tiri. Dei quattro passaggi sbagliati, due erano in zona pericolosa, mentre gli altri due erano tentativi di assist negli ultimi sedici metri (a fine partita saranno due i potenziali assist per un compagno). È sembrato a suo agio in un calcio fisico, perché – come Tigana? – ha intuito, coraggio, furbizia, anche se deve imparare a usare meglio il corpo ed in generale dovrebbe irrobustirsi.

 

Quando El Neny passò al Basilea, intervistato dal quotidiano Aargauer Zeitung, spiegò in modo lineare la ragione della sua scelta.

 

«Allah ha deciso che sarei diventato un calciatore e che avrei dovuto firmare per il Basilea. Quando si tratta di prendere una decisione, ascolto lui. Se c’è ad un certo punto un’offerta da un club e Allah mi dice di non accettarla, io non la accetto. E lo stesso vale al contrario». E anche stavolta, non c’è da dubitarne, è valso il contrario.

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Per capire le elezioni in Iran: retrospettiva di un’arena complessa

 

Lo scorso 26 febbraio gli iraniani hanno votato per eleggere i 290 parlamentari del decimo Majles (Parlamento) della Repubblica islamica, che si insedierà il prossimo 28 maggio, e per il rinnovo degli 88 religiosi – di norma degli ayatollah – dell’Assemblea degli Esperti (Majles-e Khobregan), l’organo che ha il potere di supervisionare l’operato della Guida Suprema e di eleggerne una in caso di morte o rimozione di quest’ultima da parte della stessa Assemblea.

Come appreso dal Ministro dell’Interno iraniano Abdolreza Rahmani Fazli l’affluenza al voto (su base regionale, e senza il voto degli iraniani all’estero) è stata di poco superiore al 60% (con picchi molto alti, vicini al 90%, nei piccoli villaggi e del 75% nelle città di medie dimensioni): un dato inatteso, alto per le elezioni parlamentari, altissimo per l’Assemblea degli Esperti, alla cui ultima elezione avevano votato poco più del 35% degli aventi diritto. Le autorità hanno posticipato di sei ore la chiusura dei seggi per permettervi un più scorrevole afflusso. Dei circa 12000 candidati iniziali alle elezioni parlamentari, il Consiglio dei Guardiani ne ha approvati circa 6200, di cui quasi 600 donne, squalificando soprattutto personalità riformiste. Alla fine, al netto dei ritiri spontanei, gli iraniani eleggibili sono stati 5500. All’Assemblea degli Esperti, invece, sono stati ammessi 166 religiosi.

Il voto al Majles

Nonostante molti quotidiani abbiano usato toni risoluti, paventando imminenti cambiamenti di scenario, i risultati del voto sono parziali, il che induce ad usare cautela. Nel Majles, hanno ottenuto il seggio 217 parlamentari su 285 (cinque seggi vanno automaticamente assegnati alle minoranze caldea, ebraica, assira, armena e zoroastriana): ad una prima superficiale analisi si nota che 95 seggi sono andati al blocco dei “principalisti”, più genericamente i “conservatori” (torneremo su questa definizione), nel cui ambito ci sono gli oltranzisti contrari alle politiche di apertura internazionale del governo; 87 alla lista della “Speranza” guidata da Mohammad Reza Aref, che mette insieme personalità di orientamento riformista (come lo stesso Aref), alcuni conservatori e principalisti pragmatici, in appoggio al governo guidato dal centrista Hassan Rouhani (ma spesso avversi alle posizioni dei riformisti che sono nella stessa lista); 33 a parlamentari indipendenti, che hanno dichiarato il loro appoggio al governo. Il destino di 68 parlamentari verrà invece deciso al ballottaggio tra due mesi, prima dell’elezione del nuovo speaker del Majles. Dai primi resoconti si comprende come a Teheran abbia prevalso nettamente la lista del governo (con tutti e 31 seggi conquistati), e nelle altre province e in molte città minori i principalisti, la cui lista è guidata da Gholam-Ali Haddad Adel, filosofo ed ex speaker del Parlamento, cognato della Guida Suprema. Proprio Haddad Adel, per la prima volta, è rimasto fuori dal Parlamento, non riuscendo a farsi rieleggere.

Visto dall’Italia, uno scenario descritto in questo modo non dice molto, e tende anzi a confondere le idee: chi sono i conservatori, i principalisti? Perché stanno sia da una parte che dall’altra? Chi sono i buoni, gli amici dell’Occidente, e chi i cattivi, i nemici? Ma soprattutto, chi ha vinto? C’è da essere “contenti”? Si tratta di domande tutto sommato legittime, seppur viziate da una certa tendenza ad essenzializzare la realtà iraniana, e leggerla solo attraverso le lenti del suo rapporto con l’Occidente, del grado di aderenza a criteri politologici occidentali.

Quella iraniana è un’arena politica complessa, che si inserisce in una paese istruito (il tasso di alfabetizzazione si aggira attorno al 90%) e dall’età media molto bassa (30% della popolazione sotto i 18 anni). L’Iran odierno non è una società tribale, e vive un graduale processo di urbanizzazione (oggi attorno all’80%). Gli iraniani hanno una loro peculiare cultura politica, influenzata indirettamente anche da sensibilità ancestrali, che sono espressione di movimenti politici antecedenti alla rivoluzione del ’79, come il partito comunista Tudeh o la corrente nazionalista di Mossadegh. A questa coscienza “ereditata” si è aggiunta quella sopraggiunta con la rivoluzione. Agli iraniani piace discutere di politica, di idee politiche, di come organizzare la società, ed il Parlamento iraniano è – seppur limitato nelle sue funzioni – forse il più attivo del Medioriente, quello dove più si “fa politica”.

Oggi i partiti sopracitati non esistono più, come non esiste più la monarchia all’interno della quale (a fatica) si muovevano. La rivoluzione islamica ha determinato, oltre che una lunga Costituzione, un nuovo framework politico istituzionale all’interno del quale si muovono diversi schieramenti, con programmi anche molto divergenti, che si contendono tra le altre posizioni quella di Presidente della Repubblica islamica e di parlamentari del Majles.

I principalisti

Lo schieramento principalista affonda le sue radici ideologiche nella rivoluzione islamica e lo stesso nome deriva dalla aderenza ai “principi” di quest’ultima. Da un punto di vista formale, simbolico, l’intera arena politica è “principalista”, come l’intera arena politica italiana, ad esempio, si riconosce in linea di principio con i valori della Costituzione e della democrazia liberale.

I principalisti sono in parte espressione dagli eredi della fazione di “destra” dei khomeinisti (il Partito della coalizione islamica fondato da Habibollah Asghar Oladi), la forza politica più forte, ed emersa più prepotentemente durante la rivoluzione, a partire dalla quale si è poi sviluppata la nuova arena politica iraniana, poi evolutasi; e dall’Associazione del Clero combattente (Jāme’e-ye Rowhāniyyat-e Mobārez), che a dispetto del nome è fautrice di una linea moderata in politica estera, liberale in economia e conservatrice nelle questioni sociali. L’Associazione del clero combattente non va confusa con l’Associazione dei chierici combattenti, che sempre a discapito del nome (o della sua percezione indotta a Occidente) è una formazione di orientamento riformista (a cui capo c’è stato anche Mehdi Karroubi).

Dall’Associazione del Clero combattente provengono molte personalità di rilievo del Paese: dalla Guida Suprema Ali Khamene’i, al presidente Hassan Rouhani o all’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani. Oggi però si tratta di una “piattaforma” più fluida, che comprende personalità pragmatiche e ideologizzate, e che si orientano a volte in modo differente sulle singole questioni o sull’appoggio o meno ad un governo. La dispersione interna al fronte principalista ha coinciso con l’elezione di Ahmadinejad nel 2005, fautore di una linea populista in politica economica ed aggressiva in politica estera, e che ha in parte cambiato il volto – attirando elementi dei quadri intermedi dell’Irgc, del clero ultra conservatore e dell’elitè mercantile tradizionalista – dello stesso schieramento – fino al 2003 minoranza nel Parlamento dominato dai riformisti dell’allora presidente Mohammad Khatami –, portandolo su posizioni più oltranziste.

Non è possibile ridurre la realtà iraniana alla dicotomia tra “conservatori e riformisti”, perché lo scenario è estremamente fluido, mutevole come le alleanze, rese ancor più incerte dalla crescita degli indipendenti. Un esempio simbolico è quello Ali Larijani – speaker del Parlamento –, che si è candidato come indipendente, dando il suo appoggio al governo: Larijani era fino al 2005 un principalista di ferro, nemico del riformista Khatami; il secondo mandato di Ahmadinejad lo ha però fatto gradualmente scivolare su posizioni ostili all’ex sindaco di Teheran, fino all’elezione di Rouhani. Oggi, Larijani rimane un principalista, un conservatore eletto nella provincia di Qom, ma ha deciso di sostenere le politiche prudenti del governo di centro guidato da Rouhani. Rilevante, in questo senso, anche il fatto che abbia ricevuto il pubblico e personale endorsement di Qassem Suleimani, “il James Bond iraniano”, a capo delle Forze Al Quds attive in Iraq e ormai una celebrità nel Paese.

La divisione nell’orbita conservatrice si è verificata, durante il secondo mandato di Ahmadinejad, tra tradizionalisti e oltranzisti, o ultraconservatori: tra i primi – un po’ il centro destra iraniano, vicini al clero conservatore e ai bazaarì più facoltosi – ci sono personaggi come il già citato Larijani, come il Capo dell’Assemblea degli Esperti Mohammad Yazdi o come Ali Akbar Nategh Nouri, oggi tutti in sostegno (a tempo, condizionato alle politiche) di Rouhani; tra i secondi ci sono invece politici come Ahmadinejad, l’ayatollah Mohammad Taqi Mesbah Yazdi e Gholam Ali Haddad Adel, rappresentanti della corrente più populista e autoritaria, più legata agli ambienti di sicurezza che al clero. In mezzo a queste due correnti si collocano la Guida Suprema Ali Khamene’ì, l’ayatollah Sadeq Amoli-Larijani, fratello di Ali, e Ahmad Jannati, importante figura nel Paese, membro sia dell’Assemblea degli Esperti che del Consiglio dei Guardiani.

E’ interessante notare come, se da una parte l’elemento relazionale è centrale nella composizione degli schieramenti, dall’altra il grado di parentela può essere spesso subordinato al grado di lealtà al sistema o ad altri fattori. Due esempi paradigmatici: quello della squalifica da parte del Consiglio dei Guardiani del nipote dell’ayatollah Khomeini dalla corsa per l’Assemblea degli Esperti; e quello della famiglia Khazali, il cui caso è stato ricordato tempo fa da Al Monitor: Abdolghasem Khazali è un ayatollah dell’Assemblea degli Esperti, addirittura tra i redattori della Costituzione della Repubblica islamica, in passato ardente sostenitore di Ahmadinejad. Suo figlio Mehdi, invece, è un oftalmologo e attivista iraniano, finito più volte in carcere per aver offeso autorità del Paese, in particolare proprio l’ex presidente Ahmadinejad.

Come accennato, le elezioni parlamentari hanno visto l’affermazione della lista vicina al governo a Teheran, mentre nelle altre province hanno prevalso i principalisti, con i riformisti che in molte non sono arrivati al 30%. Si registra anche una crescita degli indipendenti, la cui potenziale “mobilità” in futuro potrebbe smuovere il quadro in un senso o in un altro.

A dispetto di una certa tendenza occidentale ad analizzare i fatti del Medioriente in chiave autoreferenziale, le elezioni in Iran si giocano soprattutto su temi interni, come l’economia, e meno sul rapporto con l’Occidente e sui temi internazionali. In questo senso, la strategia e la retorica populista dei principalisti ha pagato al di fuori di Teheran, dove i benefici della rimozione delle sanzioni non sono arrivati e dove sul piano dialettico è più semplice attribuire al governo il mancato (immediato) miglioramento dell’economia, anziché ai tempi tecnici propri di un ciclo di ripresa economica, in un sistema peraltro che può trarre enormi vantaggi dal commercio con l’estero.

I temi internazionali sono importanti soprattutto a Teheran, dove forse per questo ha prevalso nettamente la lista vicina al governo, protagonista dell’accordo sul nucleare. Quando a maggio si dovrà eleggere il nuovo Speaker del Majles, saranno ancor più chiari gli schieramenti, specie in riferimento ai ballottaggi, visto che i 33 indipendenti hanno dichiarato sin da subito la solidarietà al governo. Se da un punto di vista prettamente numerico questa elezione segnala una vittoria dei principalisti, da quello sostanziale si può sostenere come invece si tratti di una parziale vittoria del governo, del centro conservatore-moderato, nella misura in cui segnala l’entrata in Parlamento di principalisti che potrebbero (o hanno già), di volta in volta, appoggiarlo su determinate questioni (il governo ad oggi non ha una maggioranza), e soprattutto l’uscita di scena di importanti personaggi oltranzisti, cioè coloro che si oppongono al governo in linea di principio. Anche i riformisti hanno complessivamente guadagnato posizioni.

Sono due, in particolare, gli aspetti fuorvianti della realtà iraniana sui quali spesso si insiste in Occidente: il primo riguarda la posizione dei riformisti, percepiti a torto come gli oppositori del regime (curiosamente l’accusa che gli viene mossa dagli elementi più oltranzisti in Iran), come espressione di una società civile colta, laica, che guarda con invidia a Occidente e con disprezzo al regime (speculari ai “conservatori”, che sarebbero integralmente dei fanatici o fondamentalisti, nemici del pluralismo). Si tratta di un giudizio, appunto, totalmente errato: il riformismo di Khatami nasce – ed è quella la sua forza, in un paese allergico all’intrusione straniera – ben all’interno della Repubblica islamica e dei suoi valori di riferimento, e non nega il Vilayat-e faqih: piuttosto, è arrivato a proporne una “riforma”, mantenendone molti dei tratti, ed in generale ha promosso una cultura di riforme. Si tratta di un movimento endogeno e variegato, quasi una piattaforma, espressione non solo della società civile nata durante o appena dopo la rivoluzione ma anche di una parte dei già citati khomeinisti: Mir Hossein Mousavi, il leader riformista agli arresti domiciliari dopo i disordini del 2009, era intimo dell’ayatollah Khomeini, così come era intimo del Padre della Repubblica islamica anche l’altro leader del movimento a cui è interdetta l’attività politica, l’ayatollah Mehdi Karroubi. Il secondo aspetto è in parte collegato al primo, e ci permette di affrontare di riflesso l’altra elezione, quella dell’Assemblea degli Esperti, dagli esiti assai interessanti.

Il clero iraniano e l’assemblea degli Esperti

Come risulta insoddisfacente, ormai, la dicotomia tra conservatori e riformisti, tra amici dell’Occidente e nemici, per una realtà politica complessa e sempre più rilevante come quella iraniana, è altrettanto ambigua la descrizione – dai toni di solito dispregiativi – dell’Iran come di un paese “comandato dagli (intransigenti) ayatollah”, che tende implicitamente all’essenzialismo. Quali ayatollah?

La rivoluzione del ’79, oltre a fondare una nuova arena, un nuovo ordine politico istituzionale, ha sancito l’entrata in politica attiva dei religiosi. Religiosi che avevano avuto già un ruolo preminente nella recente storia iraniana, a partire dalla rivoluzione costituzionale del 1905, influenzando le masse, ma che erano quasi sempre rimasti nei seminari religiosi e nelle moschee. Dopo aver rielaborato in parte il pensiero di Ali Shariati (lo sciismo rosso), Khomeini concepisce una dottrina politica che implica l’attivismo dei religiosi e una teoria dello Stato che ne sancisce la centralità, il vilayat-e faqih. Dal 1979 moltissimi mujtahid iraniani entrano in politica e, essendo anche loro esseri umani al pari dei non religiosi, adottano orientamenti via via sempre più diversificati.

E’ corretto dividere l’arena politica iraniana in laici e religiosi, accordando una implicita preferenza ai primi (come d’altronde farebbe un laico in Occidente, di fronte ad un sacerdote che entra in politica)? Sicuramente no: era un religioso Khomeini, come è un religioso Khamene’i. E’ un religioso l’ayatollah ultraconservatore Taqi Mesbah Yazdi, che teorizza l’inutilità della Repubblica islamica, poiché a suo avviso non sono necessarie elezioni in quanto “le persone sono solo delle capre ignoranti” e l’autorità deriva solo da Dio; ma è un religioso anche l’hojatoleslam Mohammad Khatami, autore di numerosi saggi su forme di democrazia islamica, fautore del dialogo tra civilizzazioni, del pluralismo.

E’ un ayatollah Ahmad Jannati, intransigente chierico, accusato dai riformisti in quanto membro rilevante del Consiglio dei Guardiani della squalifica di loro rappresentanti in più tornate elettorali e sostenitore della linea dura contro i dissidenti (e il cui figlio Ali, su posizioni talvolta differenti, è ministro della Cultura del governo Rouhani); ma era un Grande ayatollah anche Hossein-Ali Montazeri, che fu per un periodo il successore designato di Khomeini, salvo poi essere emarginato (in favore di Khamene’ì) quando invocò la fine del sostegno a movimenti come Hezbollah: Montazeri è un personaggio molto noto in Iran, rimpianto anche dai veri e propri laici, che criticò apertamente il governo di Ahmadinejad – e ancor prima alcuni aspetti della Repubblica islamica, discutendo con lo stesso Khomeini –, invocò riforme in senso democratico e negli ultimi anni fu vicino ai riformisti. E’ morto a dicembre 2009 a 87 anni, qualche mese dopo i disordini seguiti alle proteste dell’Onda Verde per la rielezione di Ahmadinejad.

I religiosi in Iran sono parte del tessuto sociale, e non possono essere paragonati – sopratutto in termini di percezione pubblica – ai “nostri” religiosi, se non per aspetti limitati. L’ assenza – tipicamente islamica, anche se più sunnita – di un magistero unico sui fedeli da una parte e del celibato per i religiosi dall’altra sono solo due dei fattori che contribuiscono a renderli organici alla società, familiari, e meritevoli di riverenza da una parte del popolo più in qualità di “sapienti” – di mediatori del messaggio religioso, o politico-religioso – che come membri di una elitè invisibile e irraggiungibile (pur con i suoi evidenti privilegi).

Ahmadinejad era senz’altro un laico: anzi, se escludiamo le brevi e iniziali esperienze di Bani Sadr e Rajaei ad inizio anni ’80, è stato il primo presidente laico dell’Iran, che nonostante le rigidità su numerose questioni anche sociali (è pur sempre un uomo molto devoto), fu ad esempio un sostenitore del diritto delle donne a vedere le partite di calcio allo stadio (e fu accusato da Ahmad Jannati di “lassismo” sul velo obbligatorio). Fu però anche un sostenitore delle milizie Basiji, e di uno scontro aperto con gli Stati Uniti nell’ambito di una radicale ridiscussione delle alleanze. Il suo mentore era il già citato ayatollah Mohammad Taqi Mesbah Yazdi. E’ laico anche l’attuale sindaco di Teheran Mohammed Bagher Qalibaf (innegabile il suo successo come sindaco della capitale), membro del Partito islamico conservatore (principalista), che anni fa fece sistemare nei parchi di Teheran delle panchine divise per sesso, onde evitare la promiscuità, salvo poi dover ritirare gradualmente l’iniziativa dato che le coppiette si sedevano in ogni caso sui prati.

D’altro canto, non era un laico Khatami, come non lo è Rouhani (che in farsi significa “religioso” ed è il nome da rivoluzionario, quello all’anagrafe è Hassan Feridon). Se paragoniamo questi ultimi all’ex sindaco di Teheran, o anche all’attuale, ci accorgiamo come sia sempre più insensata la dicotomia tra religiosi e laici, specie se ci si riferisce alla “postura” rispetto all’Occidente ma talvolta anche se ci si limita alla concezione del pluralismo, della democrazia e persino della libertà dei costumi (anche Rouhani si è espresso contro l’imposizione del velo).

Fatte queste premesse, è importante rilevare come i risultati più favorevoli al governo e più sorprendenti per il futuro – se non altro perché potrebbero segnalare un cambio di tendenza – del Paese siano stati registrati nell’elezione per l’Assemblea degli Esperti. Dei sedici seggi assegnati nella provincia di Teheran (la seconda che ne assegnava di più era il Razavi Khorasan con 6, poi via via gli altri), quindici sono andati a candidati della lista “Speranza” vicina al governo. Primo e secondo in lista, con due milioni di voti a testa, si sono piazzati Akbar Hashemi Rafsanjani e il presidente Hassan Rouhani. Il rimanente seggio se lo è aggiudicato Ahmad Jannati (1,2 milioni di voti), principalista. Sono quindi rimasti fuori sia l’ayatollah Mesbah Yazdi, piazzatosi diciannovesimo, che Mohammad Yazdi, attuale capo dell’Assemblea, diciassettesimo. Il capo del potere giudiziario, Sadeg Larijani, dopo aver appreso della loro mancata elezione, ha invocato il “complotto britannico”, sostenendo che la lista dei riformisti e dei pragmatici abbia in sostanza coordinato la sua campagna con i media anglosassoni, e chiedendosi se “questo tipo di coordinamento con agenti stranieri sia nell’interesse del regime”; in pronta risposta, dato che i candidati vengono approvati dal Consiglio dei Guardiani, il portavoce del governo Rouhani Mohammad Bagher Nobakht gli ha intimato: “Non abbiamo alcuna “lista britannica” e se qualcuno vuole dire il contrario, mi pare che stia insultando il Consiglio dei Guardiani”. La maggioranza degli 88 seggi dell’Assemblea rimane tuttavia appannaggio dei principalisti e ultraconservatori, pur in diminuzione, e ben il 58% dei componenti sono gli stessi di prima.

Conclusioni

Queste elezioni non hanno forse un solo vincitore ma hanno dei perdenti negli ultraconservatori (la cui sorte sarebbe forse stata peggiore senza le squalifiche di molti riformisti, che in certi villaggi hanno determinato una assenza totale di candidati di questo orientamento), segno che la stabilità del Paese – legata alle politiche del governo – viene considerata dall’establishment prioritaria, e che i tentativi di metterla in discussione dovranno essere risolti in un Parlamento meno conflittuale e polarizzato del precedente, che pare andare verso una composizione più ibrida, orientata verso il centro, in cui crescono i pragmatici, cioè coloro che ritengono i principi ideologici secondari rispetto alla stabilità e alla prosperità economica. Se durante la presidenza Khatami la parola chiave era pluralismo, “democrazia islamica”, con il governo Rouhani – più spostato “al centro” – è “benessere”, progresso, sviluppo.

L’Occidente dovrà tenere conto del fatto che l’Iran si considera, a ragione, un Paese rilevante nello scenario internazionale, con dei suoi specifici interessi nazionali, spesso legati più alla politica interna che a quella estera. Il percorso di Rouhani verso la possibile rielezione nel 2017 passerà più da questi che dalla necessità di assecondare una implicita o esplicita agenda gradita all’Occidente. Tenendo sempre conto che in un paese così popoloso, istruito, con più di metà della popolazione nata dopo il 1979, un processo endogeno di mutamento della società in senso più pluralistico – non un riflesso dei desideri occidentali ma della crescente consapevolezza della propria complessità – è inevitabile, pur nell’ambito dell’eccezionalità istituzionale della Repubblica islamica.

Asimmetrie informative sulla guerra in Siria

Vedo che spesso molti giornalisti – anche attraverso la fraternizzazione con attivisti all’interno degli schieramenti, che hanno tutto il diritto di esser tali – si rendono strumenti, inconsapevoli interpreti di un diffusissimo sentimento anti-sciita e anti-persiano, innegabile (e non è discorso di essere jihadisti o violenti, parlo di razzismo, come quello nei confronti degli albanesi qui tempo fa), diffuso ahimè in tutto il mondo arabo e propagato dai potenti mezzi di comunicazione del Golfo. Un sentimento di matrice quasi razziale, che trova peraltro la sua perfetta espressione anche in ambito militare (proposta dell’Arabia Saudita di costituire un commando militare congiunto nel golfo, con esplicite funzioni anti iraniane, finanziamento gruppi qaedisti in TUTTI i paesi confinanti con Iran, da Afghanistan a Pakistan fino a Iraq), in ambito commerciale-energetico (politica dei prezzi bassi del petrolio di Ryad, gasdotto siriano), religioso (finanziamento gruppi che hanno obiettivo dichiarato di uccidere sciiti in quanto tali, a prescindere da affiliazione politica, poiché percepiti come falsi musulmani, attacchi agli sciiti in aumento in KSA), e in ambito strategico (alleanza di comodo con Tel aviv pur essendo evidente incompatibilità di fondo).

Qui non si tratta di fare il tifo per qualcuno, si tratta di individuare le ragioni geopolitiche di ogni attore, e la loro legittimità alla luce della propria sicurezza, della preservazione della propria sovranità territoriale, che in questo secolo è stata spesso minacciata in quella regione.

Chi paragona l’intervento iraniano in Iraq a quello americano davvero non ha capito un cazzo, così come chi paragona quello russo a quello americano: la Russia, di cui non condivido nè la politica estera ambigua nè la gestione delle minacce interne al Paese, è intervenuta nell’unico paese in cui aveva una base navale nel medirerraneo: una cosa che gli Stati Uniti avrebbero fatto (e che in passato hanno fatto) sin dal primo minuto della guerra, fossero stati nelle stesse condizioni. Sappiamo tutti che gli interessi economici contano, e la Russia – fino a quando non ha bombardato a settembre – non ha fatto altro che cercar di preservarli, e preservare un proprio alleato, legato a Mosca da trattati militari firmati decenni fa.

L’Iran – ancora di più – è intervenuta in Iraq su esplicita richiesta di un governo (anzi di due: c’è anche quello del Kurdistan iracheno, che a nessuno piace mai ricordare, ma Barzani ringraziòp per prima Teheran per le armi: eravamo a giugno 2014), quello di Al Maliki al tempo, che peraltro era l’antica espressione del volere americano in Iraq (ci si ricorderà che Al Maliki per gli iraniani era la seconda scelta nel post-saddam, loro preferivano Jafari), non in modalità imperialiste o per conquistare Baghdad. Certo, c’è la protezione dei luoghi santi di karbala e najaf, che peraltro è sancita dal trattato di Qasr e Shirin di 300 anni fa.

E’ intervenuta in Siria con consiglieri ed Hezbollah perché la Siria era l’unico alleato regionale, e anche un bambino delle elementari sa bene che i trattati di alleanza militare vanno rispettati: Siria e Iran – cucù – ne avevano uno in essere, e da molti decenni. Punto. Gli Stati Uniti, per dire, intervennero e sono sempre intervenuti in paesi in cui non avevano alcun interlocutore, in paesi i cui governi le erano ostili, in Paesi che NON GLIELO AVEVANO CHIESTO, oppure in cui avevano alcuni oppositori come interlocutori, oppositori che spesso si militarizzavano e provavano il colpicino di stato; la Siria – che è e rimane un regime, guidato da un uomo che non può più stare dove sta, colpevole di aver ucciso centinaia di migliaia di persone – non è un “fantoccio” iraniano, come non lo è Hezbollah: altrimenti, mi pare ovvio, oggi Siria e Libano sarebbero due Repubbliche islamiche come l’iran. E invece non lo sono: motivo? L’Iran non punta certo a stabilire una egemonia culturale nel mondo islamico, a cambiare il mondo – aldilà della retorica che serve da collante – a propria immagine e somiglianza. Non ne avrebbe la possibilità. Vuole un vicinato sicuro, al limite alleato, non ostile, controllo della propria sovranità e illimitate possibilità commerciali.

Vuole però, e giustamente, vedersi riconosciuto un ruolo politico regionale, e magari uno egemonico, allo stesso modo in cui gli Stati Uniti sono egemonici in nord e sud america, e altrove. Non ne hanno il diritto? Come a dire: “finora avete deciso voi (paesi occidentali) che assetto dovesse avere la regione. Ora vogliamo dire la nostra anche noi, anche perchè scusate tanto, ma in questi decenni ci avete creato solo problemi ai confini (ricordiamoci tanto per rinfrescarci che la guerra Iran-Iraq vide il sostegno dell’occidente a Saddam)”.

E invece vedo che tutto ciò è lungi dall’essere chiaro, e un motivo basilare e concreto c’è: sono tanti coloro che sostengono per varie ragioni l’iranofobia, anzitutto perché il regime iraniano è celebre per non essere simpatico; e d’altra parte manca il reale contrappeso, dato che gli iraniani all’estero sono forse l’unica comunità mediorientale quasi totalmente ostile all’attuale regime, oserei dire in larghe parti atea (l’unica ad esserlo, non trovi egiziani atei) e spesso nostalgica dello shah, propensa a rimpinguare la retorica anti iraniana.

Vedo attivisti giornalisti e osservatori che spingono la loro iranofobia fino a renderla fuorviante anzitutto per loro stessi, fino a dimenticarsi di segnalare non dico ogni, ma almeno qualche musulmano sciita ucciso in varie parti del mondo (come se sciita=filoiraniano), allo stesso modo in cui lo fanno con ammirevole solerzia nel caso siriano (caso in cui certamente occorre denunciare i massacri perpetrati da Assad e da alcuni gruppi ribelli). Continuo a ricordare che gli sciiti sono una minoranza presa di mira in quanto tale nel mondo musulmano, sin dai tempi di al Qaeda e molto prima sia della guerra in Siria e dell’invasione dell’Iraq nel 2003, e spesso hanno l’unica protezione nell’Iran (o meglio solo in Iran sei al sicuro come sciita, anche se lo sei meno come essere umano pensante, con idee politiche non affini a quelle del regime). Ho capito che non vi stanno simpatici come i curdi (che dal grosso dell’opinione pubblica temo siano ancora percepiti come non musulmani, o comunque come “poco musulmani”, poco islamycy), però a volte basterebbe tenere presente la realtà, numeri spesso anche banali. Milioni di sciiti che oggi scappano dalla Siria già erano scappati dall’Iraq di Saddam verso la Siria, perseguitati da quello che noi chiamavamo laico, visto che aveva un vice cristiano.

Coloro che dimenticano tutte queste cosine sono peraltro – e curiosamente, devo dire – le stesse persone, in genere, che per ragioni forse di opportunità non scrivono e non hanno mai scritto una sola sillaba su quello che fa Israele con i palestinesi da varie decine di anni: anzi, a volte li trovi proprio a rimproverare severamente coloro che continuano a denunciare i crimini che Netanyahu o alcuni suoi predecessori hanno commesso in questi decenni, non equiparandoli a quelli di Assad (orrendi), non sovrappondone le logiche: sono ritenuti tutti rei di non paragonare esplicitamente al Assad a Netanyahu, come se le due cose c’entrassero qualcosa; come se non fosse evidente che in realtà dire merda di Assad è divenuto – e ci mancherebbe, – totalmente accettabile, sacrosanto, popolare presso chiunque, mentre vi invito a proporre un pezzo o a mettere la stessa verve e la stessa passione rispetto a quel che accade in Israele. Bene che vada sarete presi come complottisti, anti massonici da complotto giudaico. E il pezzo non lo vedrete pubblicato su una testata di rilievo.

La verità è che – lo so, sa molto di complotto antico, di filopalestinismo anacronistico, di bandiere della pace, ecc, di sesso e droga libere eh – parlare di quel che accade in Siria e insistere con una narrazione che vede solo un colpevole è un utile palliativo, un medicinale che si somministrano coloro che ne parlano per non parlare di altro. Fammela prendere con un dittatore, su, così faccio il mio e non devo parlare, nemmeno accennare ad altro.

Il problema di fondo sta anche nella difficoltà che abbiamo a riconoscere le nostre colpe, perché le nostre colpe sono la premessa ineludibile, poi ci sono le motivazioni contingenti. La rivolta contro Assad non è legittima, è STRA-LEGITTIMA. Il problema è che indubbiamente le ragioni di chi ha voluto la rivolta si sovrappongono a quelle di chi vede la rivolta solo come una occasione per prendere possesso della Siria, farne un altro afghanistan e isolare l’Iran, cioè l’Arabia Saudita e, fosse accaduto anni fa, senz’altro anche gli Usa, molto più preoccupati di Teheran di quanto non lo siano di altri (ed è grave, perché Teheran a parte Tel aviv, ampiamente ricambiata, non minaccia NESSUNO di noi).

Il problema è che se gli Stati Uniti in particolare, ma avvolgerei il nastro fino al 1916, non avessero contribuito a creare un pericoloso isolamento attorno a Teheran a partire dal 1979, probabilmente oggi Teheran non avrebbe avuto i problemi avuto in passato coi Talebani; non avrebbe il problema al Qaeda in Iraq dal 2005, o Jundullah in Balucistan; e avrebbe sostenuto Asad 20 giorni, non di più (d’altronde Rafsanjani, ma anche altri, sono contrari all’appoggio ad Asad, e vengono definiti imprudenti in Iran). Lo ha sostenuto fino ad ora perché vi piaccia o no, ma Teheran continua ad essere isolata nella regione, e ad avere miliziani dell’Isis a 200 km dal confine, che ogni giorno inneggiano all’invasione della Persia e allo sterminio degli sciiti (che in Iraq sono organizzati in milizie, molte delle quali composte da sunniti e sciiti, altre invece solo da sciiti, che si rendono anche protagonisti di efferatezze e rappresaglie ai danni di civili sunniti accusati di appoggiare Daesh), e cyber imam sauditi a 100 km dalle coste che inneggiano alla fitna ogni santo giorno.

E l’isolamento, specie per un regime, produce paranoia. La paranoia produce tentativi di securizzazione preventiva. La securizzazione preventiva produce o alimenta, ahimè, la guerra.

Anniversari – Muntazar al Zayidi e G.W. Bush

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Esattamente 7 anni+1 giorno fa, a Baghdad, Muntazar al- Zaydi, giornalista iracheno dell’emittente al Baghdadiya, musulmano sciita, decise di divenire l’idolo di tutti noi, lanciando una scarpa da passeggio a G.W. Bush, che la schivava per un pelo, e dicendogli “Questo è un bacio d’addio da parte del popolo iracheno, cane!”. Poi ne lanciò un’altra, sempre schivata, dicendo «questo è per le vedove, gli orfani e tutti quelli che sono stati uccisi in Iraq!”.

Al Zaydi, per quel gesto che ogni iracheno con una dignità avrebbe voluto compiere, fu condannato per “vilipendio a un capo di Stato straniero” ad una pena di 3 anni di reclusione, poi ridotta a 9 mesi per buona condotta. Bush, invece, dipinge quadri nella sua villa in Texas.

Visto come sono andate le cose in seguito, penso ci siano ragioni per credere che Muntazar oggi lo rifarebbe, magari sostituendo la scarpa con un gatto incazzato, o con un topo gigante

Il valore della sovranità e la diversità iraniana

Della democrazia, delle varie forme e declinazioni di un sistema con caratteristiche democratiche più o meno marcate, più o meno effettive, più o meno consolidate, si potrebbe parlare un anno intero senza sosta, e senza probabilmente arrivare a stabilire una verità che vada bene a tutti.

Io penso che la democraticità di una società sia importante, e tendo ad associarla anzitutto al pluralismo, alla condivisione del valore del dubbio, alla conflittualità (una società conflittuale è una società in cui esistono disaccordi) e alla rappresentatività: una società che permette alle persone di sentirsi rappresentate presso le istituzioni è una società più democratica di quella che non lo rende possibile. Un’altra caratteristica è l’autonomia, che a noi pare scontata, ma che per molti paesi ha costituito e costituisce una questione di primaria importanza: ed è superfluo dire che per chi decide o vuole decidere il proprio destino, è preferibile un sistema politico endogeno e condiviso ma “rozzo”, rispetto ad uno imposto dall’esterno, estraneo al tessuto sociale ma sofisticato ed “avanzato”.

Un sistema condiviso può cambiare, nella misura in cui cambiano le componenti interne, nella misura in cui mutano pelle, si evolvono coloro che lo hanno prodotto; un sistema non condiviso, e “calato” dall’altro, andrà sempre, prima o dopo, incontro ad un rigetto, e lo farà per lo stesso motivo per cui lo si è imposto: per la democrazia. Perché le persone, prima o poi, con tempi e modi diversi, si accorgono che quel sistema non lo hanno messo in piedi loro. E lo vorranno, giustamente, cambiare. La storia del Medioriente, che ora andremo incidentalmente a citare, è piena zeppa di questi esempi, che arrivati a questo punto dovrebbero peraltro farci riflettere.

Qualche amico, per gioco, ogni tanto mi dice che sono “filo iraniano”, che quando posso “difendo” quel Paese, quel “regime”, e che sembra che per me non abbia difetti. Chi mi conosce e chi ha parlato con me di Iran sa che invece io sono critico nei confronti del Paese, di molte sue contraddizioni e di come è distribuito il potere. Non ho motivi per “difendere” un Paese intero o un regime, a sua volta composto da persone di diversa sensibilità, e a dire il vero mi pare difficile difendere un aspetto del Paese senza finire per criticarne un altro.

C’è però un motivo per cui – contrariamente a quanto fanno la totalità dei media occidentali – non parlo quasi mai dell’Iran quando mi capita di parlare di problemi di democrazia in Medioriente:

oggi, nell’area che va da Casablanca a Islamabad, l’Iran, assieme alla Turchia, è l’UNICO paese mai fisicamente colonizzato (le forme di colonialismo economico come sappiamo abbondano e l’Iran non ha fatto eccezione, pagando in concreto con un colpo di stato a guida CIA nel 1953) dall’Occidente nella sua storia, ed è quindi anche l’unico ad avere un sistema giuridico e politico istituzionale endogeno, frutto del SUO tessuto sociale (o di parte di esso, quella emersa più decisamente, quella più organizzata dopo e durante la rivoluzione del ’79), delle SUE contraddizioni, della sua sociologia. Anche l’Arabia saudita, tecnicamente, non è stata mai colonizzata. Ma l’Arabia saudita non ha una storia. Israele è invece troppo giovane, e non aveva bisogno di essere colonizzata essendo nato come avamposto occidentale, “faro di civiltà nelle terre selvagge d’oriente”.

Per noi che abbiamo la memoria corta è difficile ricordare tutto e mettere in fila le cose ma tutti i Paese mediorientali (che brutta parola!) colonizzati nel corso del secolo scorso, fanno o hanno fatto i conti con crisi di rigetto, con corti circuiti dovuti alla realtà di una società che cambiava al suo interno, e che voleva autodeterminarsi, contrapposta a quella di elitès, di sovranuncoli, di famigliole regnanti vogliose di arricchirsi svendendo pezzi di paese a Paesi esportatori di civiltà e di mantenere il proprio personale potere, spesso assicuratogli proprio da questi stessi Paesi occidentali ed esportatori di civiltà.

I paesi francofoni hanno ereditato codici civili napoleonici e/o penali occidentali, e lo stesso è valso per la struttura dei loro sistemi economici, spesso concepiti secondo i criteri di economisti europei pagati dai paesi coloniali di riferimento, basati sull’esportazione, e in molti casi sulla svendita di prodotti locali più o meno preziosi, a beneficio di questi stessi paesi coloniali; i Paesi anglofoni hanno in qualche caso mantenuto l’appartenenza al Commonwealth, e in quasi tutti i casi hanno avuto in eredità istituzioni e meccanismi politici anglosassoni: era il caso della prima bozza di costituzione indiana per esempio, o alcuni aspetti del sistema giordano.

In tutti questi paesi, dall’Egitto, al Marocco, all’Algeria, alla Giordania, fino al Pakistan, un tratto comune è impossibile da ignorare: la mancanza di più o meno TUTTI i parametri proto-democratici sopra elencati, dalla autonomia alla rappresentatività; la presenza, ciclica, del TERRORISMO, di movimenti che prima o dopo ricorrono alle armi per “cambiare le cose”, per dare forma ad una idea di società che in modalità pacifiche non è possibile realizzare.

In Iran, il terrorismo è sostanzialmente assente, se non si considerano le ormai estemporanee azioni terroristiche del movimento qaedista di Jundullah, attivo a fasi alterne nel Balucestan e, secondo Teheran, sostenuto dal servizio di intelligence pakistano. Il loro leader Abdolmalek Rigi nel 2010 aveva peraltro confessato di essere stato sostenuto dalla CIA, ma questa è altra storia.

In Iran, non si può certo dire che le libertà individuali e i diritti umani vengano estensivamente e universalmente rispettati ma è altrettanto vero che questa mancanza di libertà spesso non è dissimile a quella riscontrabile altrove, in Paesi che magari non hanno alcun evidente riferimento al teocentrismo o alla “islamicità” della Repubblica, ma che sono egualmente prive di adeguate garanzie. D’altronde un nome non fa primavera: anche perché la Corea del Nord in coreano è la Chosŏn Minjujuŭi Inmin Konghwagukm, cioè la Repubblica popolare DEMOCRATICA di Corea. E capite bene che di democratico c’è pochino, così come non necessariamente uno stato che si definisce “islamico” è più islamico, o più “teocratico” di altri che non lo fanno. Al solito, conta la sostanza.

L’Iran oggi costituisce, a modo suo, un esempio per il mondo islamico, segnalando la possibilità di prendere una strada, una delle tante possibili, e di farlo da soli: l’unico sistema – Turchia a parte – che è il prodotto di forze interne al Paese, della loro dialettica e del loro conflitto, e di una rivoluzione: l’unica a carattere popolare che la Storia riconosca, dal 1789 ad oggi. Non è un aspetto secondario, è fondamentale.

Non è solo una questione di risultati ottenuti: nonostante una recente (1980-88) guerra, nonostante sanzioni enormemente limitanti per una economia basata in buona parte (ma non unica: c’è un settore industriale rilevante) sull’esportazione di gas e petrolio, l’Iran ha tassi di mortalità infantile minimi, tassi di urbanizzazione superiori a quello francese, un sistema sanitario pubblico, un sistema scolastico pubblico (laico: Khomeini non sostituì mai la scuole esistenti con tipiche “madrase” ma le mantenne e moltiplicò), 2276 atenei di diversa qualità, ma accessibili e raggiungibili da tutti, con la cosa che si riflette sull’alfabetizzazione del paese, sostanzialmente universale, e sul numero di universitari, di cui il 68% sono di sesso femminile, con picchi del 75% in certe facoltà scientifiche; nonostante un sistema che si percepisce e in parte è dominato dall’Uomo, ci sono due donne oggi tra le titolari di Ministeri del governo Rouhani, di cui una è anche vicepresidente: Masoumeh Ebtekar, che è anche la ragazza fluent in inglese e incaricata di parlare col “mondo” durante la crisi degli ostaggi americani sequestrati da studenti iraniani nel 1979.

L’Iran ha sempre dato molto fastidio non per la violazione di diritti umani, ma perché va per conto suo: sono le parole usate proprio dal già citato Abdolmalek Rigi, in riferimento al fatto che a suo avviso gli Usa sarebbero più preoccupati di Paesi come l’Iran rispetto a Paesi come l’Arabia Saudita, o anche rispetto ai Taliban: quando decidi da solo, quando non concerti con Washington, quando te ne infischi del Washington consensus sei prima o dopo, e in qualche modo, un problema.

Proprio perché ritengo impossibile paragonare in modo credibile e coerente paesi diversi, gradi di democrazia e di giustizia, benessere complessivo ecc, penso che un criterio sia importante, imprescindibile per valutare in qualche modo il virtuosismo di un Paese, che prescinda dalla maggiore o minore somiglianza al nostro sistema politico, alle nostre categorie: quello dell’autonomia, della sovranità.

L’Iran non è meglio di altri paesi se ci basiamo su un improbabile e contorto criterio qualitativo, normalmente riferito a parametri occidentali: lo è però, se consideriamo che è quel che è essendoci arrivato da solo, senza imposizioni o ricatti dall’esterno, non dovendo rendere conto a nessuno del proprio percorso, se non a se stesso, ad alcune sue anime uscite “sconfitte” dalla rivoluzione (come in tutte le rivoluzioni, peraltro).

Questa motivazione filosofica, simbolica, fa il paio con quella concreta, pratica: l’autonomia, il controllo della propria sovranità produce società meno schizofreniche, e nel medio lungo periodo probabilmente produce meno violenza, meno terrorismo, meno disadattati che vogliono “sparigliare” sparando a qualcuno. Produce anche – e ne è un riflesso – società più conflittuali, meno votate all’adulazione acritica del sovrano illuminato e più votate alla discussione, al litigio, al contrasto tra chi è percepito nel sistema e chi fuori dal sistema, tra chi – riflesso di un passato di colonizzazione economica e culturale – viene percepito come “spia” e chi come “fedele” alle istituzioni, con tutto ciò che ne consegue in termini di paranoie collettive. Produce infine società che possono cambiare, MIGLIORARE, da dentro, come in parte è accaduto all’Iran dal 1979 ad oggi.

A Teheran oggi 1 donna su 3 si rifà, e può rifarsi, il naso; nella Repubblica islamica d’Iran oggi è possibile vedersi riconosciuto, dopo varie visite dallo psicologo, il proprio genere sessuale “alterato” e cambiare sesso, tanto che oggi Teheran ha superato Casablanca come principale destinazione per chi voglia sottoporsi all’operazione; in Iran oggi – complice un problema di tossicodipendenza tutt’altro che indifferente – si discute concretamente di liberalizzare il consumo di marijuana (il possesso di eroina anche in quantità non elevatissime può comportare la pena di morte); in Iran, oggi, nonostante l’esistenza di un certo razzismo all’interno della società verso afghani e arabi, si accolgono quasi 2 milioni di rifugiati, che in passato erano stati prodotti dai bombardamenti americani; in Iran, dove – mentre noi parliamo di integrazione pretendendo di insegnarla al Mondo – convivono persiani (53%), azeri (16%), curdi (10%), luri (/%), arabi (3%), baluci, armeni, georgiani, assiri (1%), turkmeni, shabak, gilaki, qashqai, mazandarani, senza farsi alcuna guerra, a parte quelle stimolate dall’esterno. In Iran oggi vince le elezioni un uomo come Hassan Feridon Rouhani, laureato in Scozia e voglioso di reapproachment con l’Occidente, ma ieri vinceva l’irrequieto Ahmadinejad, prodotto dall’avanguardia dei rivoluzionari, quello che propose di “occupare l’ambasciata sovietica invece che quella americana” durante i disordini del 1979. Un Paese in cui la figura di Khomeini è agitata tanto da chi è fautore di un irrigidimento della società, di una sua chiusura, quanto da coloro che sentono traditi gli ideali della rivoluzione: tanti riformisti – quelli dell’Onda verde – sono khomeinisti della prima ora; ma anche tanti principalisti, ultra conservatori.

L’Iran ha la possibilità di cambiare, evolvere dall’interno. L’Iran ha oggi un futuro, cioè quello che manca a TUTTI i paesi caduti disgraziatamente sotto la “cura-democrazia” da noi gentilmente offerta, e a tutti i paesi i cui sovrani hanno impedito la genesi di una cultura politica indipendente, di una arena, di ideali, valori, idee da mettere alla prova in un modo o nell’altro. E io non ho dubbi: molto meglio una Shar’ia universalmente condivisa e accettata, frutto della concertazione, del conflitto, della discussione interna alla società che la produce, che un sistema “avanzato”, tecnicamente rispettoso di ogni libertà economica, sociale e civile ma che sia stato imposto, somministrato, consegnato ad un paese la cui popolazione non lo riconosce, e prima o poi lo metterà in discussione.

Viene naturale citare nuovamente l’Iran: si sente spesso dire che “durante il regime dello Shah le donne erano libere di non mettere il velo, di andare in giro in minigonna”, il che è vero; si tende però a ritenere questo fatto come il sintomo di una maggiore giustizia, una maggiore libertà, e dunque segnale di una società in qualche modo da rimpiangere: la verità, però, è che le donne in Iran, nel 1975, andavano sì in giro in minigonna, ma rappresentavano una percentuale dell’1% della popolazione, cioè quella – tipica di un sistema ingiusto, verticale, autoreferenziale, privo di connessioni con una società lontana anni luce dalle condizioni dello Shah – vicina ai circoli di notabili dello Shah. Erano quelle che ci mostravano – e i social ci mostrano – per darci un’idea di quanto fosse bravo lo Shah a rendere l’Iran uguale all’America, di cui era il principale alleato regionale, mentre si ignoravano completamente altre iraniane, conservatrici, che portavano il velo, che protestavano per le pubblicità di pin-up in stile Playboy mezze nude in un Paese profondamente religioso, e che venivano reputate delle selvagge da autocrati come lo Shah.

Erano la maggior parte, ma i nostri giornali (e oggi molti nostri libri) le ignoravano, come faceva lo Shah. E infatti il tasso di alfabetizzazione femminile, nel 1965, era del 15% scarso, uno dei più bassi della regione (così come il tasso di mortalità infantile era il più alto in assoluto), visto che molte donne delle campagne avevano la scuola più vicina a 5-6 ore di distanza; oggi, a prescindere dalla qualità, il tasso è il più alto in assoluto in Medioriente, circa l’88% (dati 2009). Durante il regime dello Shah erano disponibili alcune libertà, e nella fattispecie quelle utili alla soddisfazione di ceti (residualissimi) che guardavano al modello americano più che a quello di chiunque altro. Erano le libertà vendibili, pubblicizzabili; ma sopratutto, erano libertà calate dall’alto, funzionali alla suggestione dell’Occidente e alla felicità di donne che pagavano migliaia di dollari per andare in scuole americane dalle parti di Saadabad. Il diritto alla scuola era sostanzialmente assente, come quello alla salute. Ma a “noi” interessava più che ci fossero donne che potevano mettere la minigonna, un indumento peraltro estraneo alla millenaria cultura locale, religiosa o meno. Oggi continuano a non interessarci i progressi da tutti i punti di vista – e nonostante sanzioni molto limitanti – di un Paese che ha scelto una SUA strada, e dunque meritevole di rispetto fosse anche SOLO per questo motivo; e continuano a interessarci molto le sue malefatte, il suo antimperialismo dal sapore antico, i sui proclami contro Israele, le sue donne col chador e i suoi austeri mullah (che in molti casi hanno una sensibilità 100 volte più democratica di tanti militarotti in giro per la regione, nostri alleati).

Non penso che “l’esportazione della democrazia” di matrice statunitense sia negativa a causa dell’oggetto esportato, come alcuni sottendono; penso invece che su un piano puramente ideal(istico) (e quindi non quello dei politici, che pensano al concreto) la volontà di diffondere la democrazia sia lodevole. La volontà, il desiderio, la speranza.

L’esportazione della democrazia è invece problematica per il “mezzo”, per il fatto che la “esportazione” presuppone in un caso o nell’altro, in un modo o nell’altro, una violazione della sovranità e degli equilibri socio-politici interni del Paese in cui si vuole esportare. Ciò è ancor più vero in un mondo interdipendente, globalizzato, inserito in un processo di omologazione che vede comunque un Paese in particolare a far da guida, in un sistema percepito ancora come unipolare, o semi-unipolare. La democrazia non è in nessun caso sbagliata: lo è però esportarla, e la storia inizia a renderlo evidente. Cerchiamo di ricordarlo quando tracciamo la linea di demarcazione che divide tra buoni e cattivi.

Un pensierino fugace sulla “riforma” nell’Islàm

Innanzitutto è necessario precisare che:

Ayan Hirsi Ali
Ehsan Jami
Sultan al Qassemi
Ali A. Rizvi
Salman Rushdie
Mohammad Hegazy
Loubna Berrada

per citare i più conosciuti, NON sono (più) musulmani, sono anzi in gran parte atei. Non possono, quindi, esser presi per rappresentanti di alcun “islam moderato”, né tanto meno per i futuri protagonisti della cosiddetta “riforma” dell’islam, che sempre più persone invocano.

Non è un riformatore – ma credo non ci sia bisogno di dirlo – il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, checché ne dicano i Ferrara, i Panella, i soliti ciarlatani insomma.

Poi, in caso, si può parlare di riforma, sempre tenendo presente che una “Riforma” (non so, tipo quella di Lutero, che però non è che fu proprio pacifica e vissuta con serenità, oltre al fatto che Lutero in sè non è che fosse un angelo, anche tralasciando la storia dell’antisemitismo.. i contadini tedeschi del tempo ne sanno qualcosa) nell’islàm necessita anzitutto di una risposta ad un quesito fondamentale:

chi minchia dovrebbe guidarla, dal momento che non c’è un Papa, non c’è un clero con potere di magistero unico sui fedeli, e non c’è un potere centrale che rappresenti terzi più di quanto non rappresenti se stesso? Come si chiedeva qualche tempo fa Mehdi Hasan, a quale porta di quale Moschea o di quale istituto, un “riformatore” islamico dovrebbe affiggere le sue 95 tesi? E chi dovrebbe leggerle, e per conto di chi altro?

Sarebbe già difficile sparigliare nel mondo sciita, il 15% del mondo musulmano, dove in teoria esistono autorità più o meno clericali (ma non un Papa e nemmeno un capo assoluto), e dove esiste anche un’altra netta divisione politica tra chi si oppone alla crescente egemonia iraniana e alla legittimità del vilayat-e-faqih, chi invece la condivide e ci vede un esempio. C’è Al Sistani, che la pensa molto differentemente da Khamenei. C’è un Mesbah Yazdi, matto come un cavallo, ma c’è anche gente come un Golpaygani (che peraltro va per il 98 anni). Personalità diverse che concepiscono soprattutto la politica, poi la Shia, e in parte l’islàm, in modo diverso.

E’ sbagliato continuare a paragonare monoteismi diversi. “Il Cristianesimo ha diviso fede e ragione”, “il Cristianesimo è più moderno”, e altre amenità diffusesi in modo graduale e sotterraneo. E poi occhio, che in teoria una “riforma” islamica – limitata alla Penisola arabica in un momento geopolitico particolare – ha prodotto l’Arabia Saudita con il suo wahhabismo di Stato. E temo in generale che nel mondo globalizzato una riforma possa essere guidata o “venduta”, promossa, solo da chi detiene il maggior numero di denari. Come al solito, come in tutto.

E indovinate un po’, amici miei, chi è che eventualmente si offrirebbe di investire dei soldini per “guidare” una qualsivoglia Riforma, pubblicizzarla, universalizzarla (sempre per assurdo eh, vedi sopra)…..

Forse sarebbe la volta buona che il wahhabismo saudita si appropria dei diritti d’autore della parola Islàm, in toto,e se ne fa unico rappresentante. E noi, a quel punto, potremmo ripetere in coro – senza doverci sentire, come dovrebbero quelli che ora lo fanno, dei beoti – che “l’Islam è il problema”.

No, niente riforma dai. Riformiamo il nostro sistema di percezioni piuttosto, e studiamo con l’obiettivo di capire, non per ricercare conferme a pregiudizi.