Egitto: la lotta silenziosa delle attiviste

(AGI) – Beirut, 12 mag. – A uno sguardo superficiale, la condizione femminile nell’Egitto di Al Sisi sembrerebbe non così problematica: lo scorso marzo il regime ha celebrato la Festa della Mamma, realizzando un evento in cui sono state premiate una serie di donne “modelli di eccellenza”, tra cui attrici, docenti, atlete, professioniste in vari settori e madri di poliziotti e soldati uccisi in servizio.
Nel governo ci sono alcuni ministri di sesso femminile, e nel Parlamento siedono 89 deputate. Ma i miglioramenti per quel che riguarda i diritti delle donne in Egitto, e la loro rilevanza nella società come agenti di cambiamento e progresso, rimangono più superficiali di quel che sembrano. Lo dimostra anche il destino di tante donne a capo di organizzazioni per i diritti delle donne.
L’evento di marzo, altamente pubblicizzato, secondo la ricercatrice Nermin Allam, del Research Council of Canada, sottendeva infatti un messaggio chiaro: la madre e la donna ideale, da prendere a modello, deve disinteressarsi alla politica nel perseguimento del suo successo e nel tentativo di veder accresciuti i suoi diritti.
Nell’Egitto odierno una serie di figure femminili attive nella difesa e nella promozione di questi diritti fa i conti con divieti di espatrio e frequenti cicli di interrogatori. E’ per esempio il caso di Mozn Hassan, direttrice del Nazra for Feminist Studies, di Azza Soliman, a capo del Centro di assistenza legale per le donne egiziane (CEWLA), e di Aida Seif-al-Dawla, co-fondatrice del Centro di Riabilitazione per le vittime di violenza, conosciuto col nome di Nadeem.
Secondo le ricerche di Nermin Allam, il regime egiziano sostanzialmente utilizza le donne per perseguire la propria agenda e rafforzare il proprio potere. A partire dall’evento della Festa della mamma, in cui lo Stato avrebbe cooptato le donne che vi hanno partecipato. Sembra che mentre si promuovono a parole i diritti delle donne, si continuino a limitare fortemente le libertà delle stesse, specie se organizzate in movimenti con fini politici.
 In questo senso va intesa la controversa “legge sulle Ong” approvata lo scorso anno: essa minaccia non solo le organizzazioni non governative che si occupano di advocacy ma anche il lavoro di beneficienza portato avanti dalle organizzazioni femminili all’interno della società civile.
Le legge in questione impone nuove restrizioni al loro lavoro e ai loro canali di finanziamento, oltre stabilire pene pesantissime per coloro che lavorino per entità straniere o conducano attività di advocacy o ricerca sul campo senza approvazione dello Stato. Numerose associazioni hanno subito il congelamento degli asset, e i membri del loro staff, come detto, fanno i conti con restrizioni, divieti di espatrio interrogatori a sorpresa.
Ma le donne impegnate in queste battaglie non si arrendono, mantenendo la speranza su una futura apertura, continuando a sfidare le autorità col loro attivismo e trovando nuove forme espressive e di lotta. Un esempio di come i gruppi di attiviste adottino nuovi linguaggi per far sentire la loro voce lo fornisce HarrasMap: nata nel 2010, l’organizzazione traccia e mappa tutti i casi di molestie sessuali in Egitto, paese in cui un recente sondaggio ha rivelato che il 99% delle donne ne è rimasta vittima almeno una volta nella propria vita.
Per sfuggire in un certo senso ad una pretestuosa accusa di “politicizzazione” delle proprie istanze da parte delle autorità, lo staff di HarrasMap anziché affidarsi a report di attivisti cerca il più possibile di servirsi di esperti e di raccogliere prove attraverso immagini o filmati. Un altro progetto interessante è BuSSY (in un evidente gioco di parole col termine inglese per designare la vagina), un’iniziativa di storytelling e arti performative che documenta e condivide le storie e le esperienze di varie donne.
Nella crescita tra mille difficoltà di questo attivismo delle donne hanno giocato un ruolo fondamentale le rivolte del 2011, in cui donne e uomini si sono riappropriati di spazi pubblici per protestare contro il regime. Ciò ha prodotto quella che in un certo senso è una “generazione politica”, composta da persone che sono tornate o hanno iniziato a interessarsi – e a lottare – per i loro diritti e per l’autodeterminazione. Molte delle donne intervistate da Nermin Allam hanno attribuito alla partecipazione alle primavere arabe i cambiamenti e gli avanzamenti nella loro carriera e nell’autoconsapevolezza. (AGI) LBY

Tunisia: Amal, un rifugio per le madri non sposate

(AGI) – Beirut, 12 mag. – “Non sono viste come degli esseri umani al pari degli altri”. E’ lapidario il giudizio di Rebah ben Chaaben, psicologa, sulla considerazione delle madri non sposate all’interno della società tunisina. Ben Chaaben lavora per Amal, l’unica clinica – con sede a Tunisi – dedicata esclusivamente all’assistenza legale, sociale e sanitaria delle madri non sposate.
Ogni anno Amal – che in arabo significa “speranza” – accoglie una cinquantina di madri, anche con i loro bambini, al suo interno. La stragrande maggioranza di esse viene dalle fasce più disagiate della popolazione, non ha alcuna educazione sessuale e molte di essere non sono nemmeno alfabetizzate. Una buona parte si sono ritrovate incinte dopo relazioni sessuali consenzienti con i loro fidanzati, per poi essere abbandonate.
Quando per esempio il ragazzo di Mariam ha scoperto che era incinta, l’ha lasciata. “E poi ha sposato un’altra donna”, spiega, mentre allatta il figlio di venti giorni. Rimarranno nella clinica di Amal per i prossimi quattro mesi, e nel frattempo gli operatori dell’organizzazione la aiuteranno a trovare lavoro e una casa.
“Tutto per queste donne dipende dalla reazione della famiglia”, spiega la direttrice di Amal, Semia Massoudi, al Guardian. Il sesso extraconiugale è malvisto, e dunque una madre non sposata viene vista come portatrice di disonore e vergogna. Molte famiglie fanno pressioni sulle figlie affinché diano il bambino in affidamento. Secondo la ong francese Santé Sud, più della metà di queste madri abbandona il proprio figlio.
Il tabù sociale si riflette sul sistema legale: “esiste una differenza giuridica tra un figlio “legittimo” e uno “illegittimo”, spiega Monia ben Jemia, giurista e presidente dell’Associazione tunisina delle donne democratiche. Una differenza che inizia a manifestarsi in ospedale dopo il parto, dove talvolta le madri non sposate vengono interrogate dalla polizia, che vuole sapere il nome del padre del bambino.
Un bimbo nato fuori dal matrimonio non ha gli stessi diritti di eredità di un bambino nato al suo interno, e non esiste in Tunisia una giurisprudenza circa la potestà delle donne non sposate sui loro figli. Sia il Marocco che l’Algeria hanno eliminato la legge sul “capo di famiglia”, che concede solo all’uomo la potestà sui figli. Un passo che la Tunisia non ha ancora fatto.
Date queste premesse, il riconoscimento da parte del padre diventa fondamentale per queste donne, anche per quelle rimaste incinta a seguito di uno stupro. Amal ha un ruolo fondamentale anche in questo ambito, agendo da mediatore tra le madri e i padri, oppure aiutando le prime a ricorrere ad una legge del 1998, che permette alle stesse di chiedere la prova del DNA ai potenziali padri. In questo ambiente ostile, in ogni caso, Amal costituisce un rifugio unico per queste donne.
La Tunisia è spesso descritto – per molti versi a ragione – come un Paese arabo mediamente progressista, nel quale, secondo Freedom  House, “le donne godono di maggiori libertà sociali e diritti che in altri paesi della regione”. Una serie di riforme approvate durante l’epoca Bourghiba, tra gli anni ’50 e ’70, ha abolito la poligamia, ha concesso il diritto di voto alle donne, quello al divorzio e all’aborto, e ne ha elevato lo status all’interno della società. Per tutte le donne – verrebbe da dire – tranne che per le madri non sposate. (AGI) LBY

Stati Uniti: la guerra al Califfato virtuale

(AGI) – Beirut, 12 mag. – “Le sconfitte militari dell’Isis sono essenziali ma insufficienti. Man mano che ne indeboliamo la capacità militare sul campo di battaglia, sposteranno la loro attenzione sempre di più sul mondo virtuale, e avremo bisogno di fare tutto il possibile per anticiparli”.
Con queste parole il Generale americano Joseph Votel, a capo  del Comando Centrale degli Stati Uniti, ha fatto il punto sulla resilienza dell’Isis, ricordando come la perdita di territorio da parte dei miliziani di Al Baghdadi non significhi che il collasso del gruppo terroristico sia vicino. “Continueranno a coordinare e ispirare attacchi dal loro ‘Califfato virtuale'”, conclude il generale.
Lo scorso 8 febbraio un drone americano ha ucciso nei pressi di Mosul Rachid Kassim, terrorista dell’Isis nato in Francia, che aveva avuto un ruolo nell’organizzazione di attacchi in Francia. L’uccisione di Kassim fa luce su una guerra parallela che la coalizione a guida statunitense conduce contro i membri dell’Isis attivi nel mondo digitale, i quali si servono dei social media e dei messaggi criptati per reclutare attentatori in giro per l’Europa. Gli esperti di anti terrorismo li chiamano “attacchi a controllo remoto”.
Un team speciale del Comando statunitense, la Expeditionary Targeting Force, ha ucciso oltre una dozzina di sospetti pianificatori di attentati sin dalla scorsa estate. Oltre a Kassim, lo scorso agosto è stato ucciso il responsabile delle operazioni terroristiche dell’Isis, Abu Muhammad Adnani, il coordinatore della propaganda e fondatore del mensile Rumiyah, Abu Muhammad Furqan, e il responsabile dell’attentato di Capodanno in un night club di Istanbul, Abdurakhmon Uzbeki. Lo scorso dicembre, inoltre, un raid aereo su Raqqa ha ucciso tre uomini coinvolti nei sanguinosi attacchi di parigi del novembre 2015.
Man mano che l’Isis perde territorio tra Siria e Iraq, sembra che la sua capacità di stimolare attentati cresca: nell’ultimo mese – in corrispondenza dell’inizio dell’offensiva che nei giorni scorsi ha portato alla liberazione di Tabqa, città siriana vicino a Raqqa, che si aggiunge alla quasi completa liberazione di Mosul – lo Stato Islamico ha rivendicato diversi attacchi nel mondo, tra cui l’uccisione di un poliziotto sugli Champs-Elysees a Parigi, la strage contro i copti della domenica delle Palme in Egitto, quella nell’ospedale di Kabul (38 morti) e l’attacco suicida in un mausoleo sufi in Pakistan (88 morti).
Rob Wainwright, capo dell’Europol – l’agenzia di polizia dell’Unione Europea – ha infatti scoperto una decina di giorni fa che l’Isis ha messo in piedi una propria piattaforma sui social media, per cercar di sfuggire al controllo delle agenzie di intelligence che monitorano le comunicazioni e la propaganda dei militanti.
“Abbiamo certamente reso molto più difficile la loro operatività nello spazio digitale, ma su Internet è ancora pieno di terribili video di propaganda e possibilità di comunicazione su larga scala”, ha spiegato Wainwright nel corso di una conferenza sulla sicurezza tenutasi a Londra. “L’Europa sta facendo i conti con la più grande minaccia terroristica di questa generazione”, conclude.
Secondo Thomas Joscelyn, ricercatore della Fondazione per la Difesa delle Democrazie, con base a Washington, “i tentativi statunitensi di intercettare le comunicazioni dei terroristi sono falliti fino ad ora. Il governo statunitense ha bisogno di una campagna sistematica per contrastare questo fenomeno”. In effetti, uno studio pubblicato ad aprile dal Government accountability Office – una sezione investigativa del Congresso degli Stati Uniti, dedita all’auditing e alla valutazione – rivela che “non è stata messa in piedi alcuna strategia coesa e dai risultati misurabili per contrastare la propaganda dell’Isis”.
“La propaganda dello Stato islamico sopravviverà sicuramente al Califfato”, commenta Charlie Winter del King’s College di Londra, “e questa elasticità significa che la loro capacità di ispirare attacchi terroristici durerà”. Dal 2015 Twitter ha sospeso più di 650000 account legati all’Isis; Facebook e Youtube rimuovono regolarmente materiale di propaganda. Ma non è abbastanza, anche perché l’Isis pubblica tuttora un mensile online in dieci lingue diverse – Dabiq – e diffonde messaggi attraverso la propria agenzia di stampa, Amaq, che poi vengono resi virali sui social. (AGI) LBY

Marocco: la battaglia per la terra delle Sulaliyyates

(AGI) – Beirut, 11 mag. – “Un piede su, un piede giù. Per la mia terra, verserò il mio sangue”. Da dieci anni esatti, questo è il coro che capita di sentire alle manifestazioni contro il programma di privatizzazioni delle terre a gestione collettivista nelle aree tribali marocchine. A far risuonare queste parole sono le Sulaliyyates, le donne che abitano queste zone del Paese, e che nel 2007 hanno dato vita al primo movimento nazionale per i diritti sulla terra. Ma non solo.
Le Sulaliyyates infatti non combattono solo per la terra: la loro lotta è più profonda, e riguarda la parità nei diritti di proprietà tra uomini e donne, in un paese in cui la legge prevede che le donne ereditino meno degli uomini. “Si tratta del primo movimento che riesce a scuotere davvero le fondamenta patriarcali della società”, spiega Zakia Salime, professore all’Università Rutgers. “Queste donne dicono no, non potete dare la terra (solo) agli uomini; e se le privatizzate, noi donne abbiamo diritto ad una quota paritaria”.
Saida Soukat, 27 anni e due figli, alle manifestazioni ci va con sua nonna Fatima, 93 anni, nata quando il Marocco era ancora sotto la dominazione francese, passata per l’indipendenza del Paese ottenuta nel 1956, per l’approvazione del nuovo codice di famiglia nel 2004 e per la primavera araba. Le Sulaliyyates sono nate nel 2007 con la protesta portata avanti a Kenitra (vicono alla capitale, Rabat) da una donna, Rkia Bellot, che si oppose alla discriminazione di genere nella ripartizione delle compensazioni per la privatizzazione della loro terra. Da lì, è stato un crescendo.
Circa il 35% dei terreni in Marocco sono designati come Sulaliyyate, cioè aree tribali a gestione collettiva. Secondo la legge consuetudinaria di queste aree, le donne sole, le vedove, le donne divorziate e quelle senza figli non possono ereditare la terra, il ché si traduce nel diritto dello Stato di confiscargliela senza compensazione. Così, sin dagli anni ’90, migliaia di donne sono state costrette a lasciare le loro case nelle Sulaliyyate e ad andare a vivere nelle baraccopoli attorno alle grandi città. Le cose sono peggiorate nel 2004, quando è stato firmato il Morocco Free Trade Agreement  con gli Stati Uniti, che ha fatto aumentare gli incentivi alla privatizzazione delle terre.
Saida Idrissi, a capo del bureau di Rabat dell’Associazione marocchina per i diritti delle donne, ha aiutato le Sulaliyyates a organizzarsi nel 2007, insegnando loro fondamenti di diritto costituzionale e guidando le negoziazioni con il ministero degli Interni. “Gran parte di queste donne sono analfabete, vengono da aree rurali e hanno paura a parlare in pubblico, per questo abbiamo dovuto mettere in moto una strategia ad hoc”, spiega Idrissi.
Il movimento ha fatto dei progressi, finché nel 2009 una delegazione di circa 500 Sulaliyyates provenienti da tutto il Paese ha protestato di fronte al Parlamento, chiedendo eguali diritti di proprietà e compensazioni eque in caso di espropri. In risposta, il ministero dell’Interno ha deciso di diffondere una serie di circolari in cui si affermava il diritto delle donne a far parte del processo di negoziazione delle compensazioni: tuttavia, queste circolari – non vincolanti – sono state a lungo ignorate dai delegati maschi delle aree tribali.
Il protagonismo delle donne nei movimenti di protesta per i diritti sulla terra è avvenuto quasi per necessità, spiega Saida Soukat: “per la nostra tradizione, è sconveniente che una donna si allontani dalla casa e dai figli. Tuttavia gli uomini durante le proteste vengono arrestati, così siamo intervenute anche noi, lasciando i nostri figli a casa”.
“In tutto il Paese, le donne sono in prima linea perché di norma a differenza degli uomini scampano alla repressione brutale e agli arresti della polizia. Così col passare del tempo hanno avuto sempre più successo, lasciando le loro case col sostegno dei loro uomini”, aggiunge Souad Eddouada, docente di gender studies all’Università di Kenitra.
Nonostante alcuni successi, la lotta è ancora lunga, visto che le Sulaliyyates non possono ancora trasmettere i diritti sulla quota di terra ai loro figli. “Ora ci stiamo concentrando sulla richiesta di una legge che li garantisca. Per adesso le garanzie sono molto fragili”, conclude Idrissi, “e le donne devono far parte a pieno titolo della gestione delle terre”. (AGI) LBY

Stati Uniti: Harvard lancia Shariasource, finestra sul diritto islamico

(AGI) – Beirut, 11 mag. – Si chiama “Shariasource” il progetto concepito ormai quasi dieci anni fa da Intisar Rabb, docente di diritto alla Harvard School of Law e direttore del Programma di Studi sul diritto islamico. E’ una piattaforma online in continuo aggiornamento, una finestra di comprensione – pensata per docenti, giornalisti, politici ma anche per il grande pubblico – sul concetto spinoso e controverso di Shari’a, e sui suoi diversi gradi e direzioni di applicazione nel mondo, con particolare riferimento alla casistica negli Stati Uniti.
Nel sito di Shariasource è possibile consultare gratuitamente materiale giuridico (verdetti, fatawa – plurale di fatwa -, contenziosi tra musulmani, ecc) proveniente da tutti i paesi del mondo, oltre ai dibattiti tra accademici sulle controversie giuridiche che hanno in qualche modo chiamato in causa il rapporto tra Legge dello Stato e Shari’a.
“Il diritto islamico è spesso visto come qualcosa di esoterico e impenetrabile”, spiega la ricercatrice Sharon Tai. “Esiste la diffusa percezione che nel diritto islamico vi sia una mancanza di logica, visto che si basa sulla teologia, ma in realtà una logica esiste eccome”.
Sulla piattaforma vengono pubblicate cause legali da tutto il mondo in un formato narrativo, nel tentativo di farne comprendere lo svolgimento e le logiche al grande pubblico, ammorbidendo la loro complessità. L’idea in parte nasce dalla constatazione che nella maggior parte delle 173 cause legali negli Stati Uniti, pubblicate sul sito di Sharisource, i giudici ignoravano completamente cosa fosse la Shari’a, sia nel senso giuridico che in quello più metafisico.
Il primo caso pubblicato lo scorso marzo sul sito di Shariasource faceva luce sulla causa di divorzio – e di separazione dei beni -tra due coniugi pakistani residenti nel Maryland ma sposatisi in Pakistan, in cui si sancì la precedenza delle leggi americane sul divorzio. Nel frattempo, alcuni Stati stanno passando delle leggi che vietano l’uso della Shari’a in ogni sede, mentre altri ne considerano la parziale applicazione in alcuni ambiti.
E’ bene ricordare che Shari’a significa “legge” (o meglio, “sentiero battuto”) in senso metafisico, intesa come “legge di Dio”, sconosciuta agli uomini, ma viene spesso citata come se fosse un preciso corpus normativo di diritto positivo (come in effetti è in paesi come l’Arabia Saudita o l’Iran, in parte), mentre molto più spesso i musulmani la intendono come un codice di leggi o riferimenti etici, comportamentali e consuetudinari, senza potere coercitivo.
La Shari’a in senso più pragmatico non è in ogni caso univoca e universale, ma il risultato dello sforzo interpretativo dei giuristi che si occupano di fiqh (giurisprudenza islamica), partendo dalle varie scuole di interpretazione – anche dette madhahab – delle fonti del diritto (Corano, Sunna, consenso dei dotti – ijma – e procedimento per analogia – qiyas). Ad esempio sulle questioni di diritto di famiglia le interpretazioni della scuola malikita (prevalente in Nordafrica) possono divergere molto da quelle, ad esempio, della scuola hanbalita.
“Non esiste nemmeno una nozione universalmente accettata di Shari’a oggi. In Arabia Saudita abbiamo la legge saudita; in Egitto, quella egiziana. Questo perché viviamo in un moderno sistema di Stati Nazione, che fa sì che i dogmi cambino da paese a paese”, spiega Samy Ayoub, professore nell’Università del Texas ed esperto di Diritto islamico ed Etica musulmana.
Ad ogni modo, continua Ayoub, imporre l’applicazione della Shari’a negli Stati Uniti è incompatibile con la stessa tradizione legale islamica. E’ d’accordo con lui l’Imam John Ederer, americano dell’Oklahoma convertitosi all’Islam vent’anni fa, che oggi insegna nella moschea al Salam di Tulsa, e che conferma che “i musulmani sono obbligati dal punto di vista islamico a onorare la legislazione dello Stato in cui vivono, come si afferma anche nella quinta sura del Corano quando si parla di obbligo di adempiere ai contratti. Se scelgo di essere un cittadino (americano), prendo una green card o un visto, sono tenuto a rispettare le leggi”, conclude Ederer.
Proprio in Oklahoma, è stata passata nel 2010 una legge che vieta in ogni caso ai tribunali di prendere in considerazione la Shari’a o le leggi di qualunque altro paese diverso dagli Stati Uniti. Nel 2013, tuttavia, la legge è stata cancellata, quando un giudice ha sancito che violava la libertà religiosa garantita dalla Costituzione.
Un anno dopo, nel 2014, alla Corte Suprema ha fatto scuola il caso Burwell vs Hobby Lobby Stores, nel quale si era dato ragione alla Hobby Lobby, basando il giudizio sulla compatibilità con i “valori cristiani” dei proprietari.
“Non sento mai parlare di ‘legge cristiana’ in questi casi. Quando i tribunali hanno a che fare con disposizioni etiche cristiane o ebraiche, si parla di ‘credo religioso’, mai di ‘legge’. Quando si tratta di Cristiani, ci riferiamo alla possibilità che la legislazione nazionale consideri il loro ‘credo religioso’, mentre quando si parla di musulmani ci si riferisce sempre alle ‘regole’, il che forse le fa apparire più inquietanti”, commenta Will Smiley, professore di Storia al Reed College, evidenziando una distorsione della percezione nel dibattito pubblico. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Afghanistan: l’ombra dei Talebani sulle scuole afghane

(AGI) – Beirut, 10 mag. – Per molto tempo, il ruolo dei Talebani nel sistema scolastico dell’Afghanistan si era limitato al deciso rifiuto delle scuole “laiche” all’istituzione e alla gestione in autonomia di una rete di madrase (scuole coraniche), che in molte aree isolate del Paese hanno finito per costituire l’unica possibilità educativa per i bambini afghani.
Dall’est del Paese arriva però una notizia che alla luce di queste informazioni ha del paradossale: molti insegnanti delle scuole governative – quindi laiche – denunciano pressioni da parte dei Talebani, volte a scoraggiare l’attribuzione di brutti voti a studenti mediocri. No, le pressioni non arrivano dai genitori dei ragazzi, ma proprio dai militanti attivi nel paese sin dall’invasione sovietica dell’Afghanistan.
Secondo fonti locali, i Talebani intimidiscono spesso gli insegnanti, obbligandoli a far passare gli esami a studenti che a scuola non vanno mai, oltre a tollerare la loro sistematica assenza, dovuta alla partecipazione dei ragazzi ai combattimenti nell’area circostante.
Ma non tutti gli insegnanti hanno bisogno di essere minacciati. Molti di essi, infatti, sembrerebbero essere in prima persona membri attivi dei Talebani, persone che alla fine delle loro lezioni imbracciano il kalashnikov. Il paradosso è che questi insegnanti prendono lo stipendio dal governo, le cui Forze armate nel frattempo combattono gli stessi Talebani.
“I Talebani stanno interferendo nel sistema educativo”, spiega un educatore nella provincia di Kunar. Nelle aree in cui i Talebani sono molto forti, questi ultimi si recano nelle scuole obbligando il preside ad assumere alcuni loro membri come insegnanti. Talvolta, questi insegnanti-militanti modificano i corsi che devono tenere, eliminando dai libri contenuti ritenuti blasfemi dai Talebani e aggiungendo materie extra curriculari, come l’esaltazione del Jihad armato.
L’infiltrazione talebana nel sistema scolastico afghano pone un dilemma alle autorità: chiudere le scuole infiltrate, oppure concedere ai bambini quella che spesso appare l’unica opportunità educativa. Perché è chiaro che accettare la presenza talebana nelle scuole ha delle conseguenze politiche, nella misura in cui di fatto assegna ai Talebani – in modo indiretto – la fornitura di servizi finanziati dal governo di Kabul.
Secondo Timor Sharan, analista dell’International Crisi Group, “i Talebani si sono riciclati come uno Stato-ombra”, nominando anche delle figure simili ai ministri-ombra. “Per questo hanno bisogno di fornire un determinato numero di servizi nelle aree che controllano. La loro influenza sulla vita quotidiana è cresciuta ultimamente, e la gente ha paura”.
Tuttavia, il parziale supporto popolare di cui godono i Talebani deriva sopratutto dal loro ruolo di mediatori. Nelle aree rurali, istituiscono dei “tribunali mobili”, nei quali risolvono le controversie secondo una stretta interpretazione della Shari’a. ll loro sistema giudiziario parallelo in queste aree si fa spesso preferire a quello statale, poiché è percepito come meno corrotto.
Per il Pentagono, i Talebani controllano oggi  otto distretti su quattrocento in Afghanistan, ed esercitano influenza su altri 25. Secondo gli analisti, questi numeri sottovalutano la presenza talebana. (AGI) LBY

Nordafrica: cambio ai vertici in al Qaeda, Belmokhtar ai margini?

(AGI) – Beirut, 10 mag. – Mokhtar Belmokhtar, il leader algerino qaedista del gruppo Al Murabitoun, sarebbe stato sollevato a sorpresa dal suo incarico dal “consiglio degli anziani” dello stesso movimento, e sostituito col suo braccio destro e vice, Abdelrahman al Sanhaji. Lo riferiscono fonti militari maliane e mauritane, secondo le quali Belmokhtar sarebbe in questo momento in Libia, dove lo scorso novembre si sarebbe fatto curare le ferite riportate a causa dell’attacco di un drone. Non è tuttavia chiaro il suo reale stato di salute, né la sua posizione. Sembra però che questo cambio ai vertici sia il risultato di frizioni interni all’orbita qaedista.
Al Sanhaji è uno dei sopravvissuti dell’operazione Tiguentourine, la crisi di In Amenas in Algeria, nel gennaio 2013, nella quale morirono 67 persone, di cui 37 stranieri presi in ostaggio nei pressi di un impianto petrolifero proprio da una brigata comandata da Belmokhtar. Al Sanhaji si sarebbe salvato perché parte del gruppo di “supporto” ai terroristi, al di là del confine con la Libia.
Non è chiara la motivazione per cui Belmokhtar sarebbe stato sollevato dal suo incarico. Sembra che tensioni tra quest’ultimo e i notabili qaedisti siano nate lo scorso dicembre, quando il consiglio degli anziani avrebbe deciso di riunire una serie di gruppi armati dell’area in una nuova piattaforma, il “Gruppo di Supporto all’Islam e ai Musulmani”, sotto il comando del leader tuareg Iyad Al Ghali.
Un’operazione ambiziosa, che sotto la benedizione di Ayman Al Zawahiri avrebbe messo insieme una serie di personalità dell’orbita jihadista regionale, tra cui lo stesso Al Ghali (proveniente da Ansareddin), Djamel Okacha (conosciuto come Yahia abu al Hammam) e lo stesso Belmokhtar.
Operazione che tuttavia avrebbe indispettito lo stesso Belmokhtar, che avrebbe comunicato la sua contrarietà a decisioni prese in sua assenza. Secondo fonti militari mauritane, il consiglio degli anziani lo ha poi invitato a unirsi ai meeting del nuovo gruppo, ma il guerrigliero algerino non si è mai presentato, ribadendo la sua autonomia e quella dei suoi uomini rispetto al nuovo gruppo, e provocando una crepa all’interno dell’orbita qaedista nella regione.
Sembra infatti che i jihadisti di al Murabitoun siano intenzionati a mantenere la fedeltà a Belmokhtar, non riconoscendo la nuova leadership di al Sanhaji, nonostante la promessa fatta dal Consiglio degli anziani sul mantenimento della autonomia operativa degli Al Murabitoun, pur all’interno della nuova organizzazione “ombrello”.
E’ questa l’ennesima apparente marginalizzazione di Mr Marlboro – uno dei nomi con cui è conosciuto Belmokhtar -, in passato dato per morto almeno in quattro occasioni, l’ultima delle quali lo scorso dicembre. Il Guercio – l’altro soprannome di Belmokhtar, per via della perdita di un occhio – ha iniziato la sua parabola nelle fila delle organizzazioni jihadiste negli anni ’90, partecipando alla guerra civile in Afghanistan e combattendo l’invasione sovietica, durante la quale perse il suo occhio sinistro. Poi entra nel GIA algerino, partecipando alla guerra civile nel suo Paese, in seguito all’annullamento della vittoria elettorale del FIS (Fronte islamico di Salvezza). Dal 2003 entra nell’orbita di al Qaeda, finanziandosi come jihadista soprattutto attraverso il contrabbando e i rapimenti.
Nel 2012, in seguito alla rottura con l’Emiro di Al Qaeda nel Maghreb Abdelmalek Droukdel, forma una sua brigata autonoma con il nome di Kataiba al Mulaththamin (Brigata degli Inturbantati), che nel 2013 si fonde con il “Movimento per l’Unicità del Jihad nell’Africa occidentale”, assumendo il nome di Al Murabitoun, che si renderà protagonista di azioni terroristiche sopratutto in Algeria, Mali, Burkina Faso e Costa d’avorio.
Già a quel tempo sembra che Belmokhtar abbia annunciato l’intenzione di lasciare al più presto la leadership del gruppo alle “nuove leve”. Questo episodio lascia quindi aperta la possibilità che Mr Marlboro – a differenza di quanto accaduto in passato – stia volontariamente scivolando dietro le quinte, lasciando la scena ad altri, complice anche quello che sembrerebbe uno stato di salute precario. Ma un ex ufficiale dell’unità anti terrorismo algerina avverte: “Belmokhtar non dovrebbe essere dimenticato così in fretta; durante la sua carriera jihadista è stato più volte dato per finito. Ma è sempre tornato” .(AGI) LBY

Giordania: l’equilibrismo geopolitico di Re Abdullah II

(AGI) – Beirut, 9 mag. – Durante questi sei anni di guerra in Siria, la Giordania è stato uno dei paesi più direttamente esposti al conflitto. Dal principio Amman, uno dei più solidi alleati statunitensi della regione, ha sostenuto le formazioni ribelli contro il regime di Bashar al Assad; poi, con l’emergere dello Stato islamico, la posizione giordana è divenuta via via più ambigua, e in qualche modo rappresenta bene il rebus che fronteggiano i paesi che oggi sono ostili sia al regime di Damasco che agli uomini di Al Baghdadi.
Negli ultimi mesi, mentre lo Stato islamico iniziava a perdere terreno nell’area di Mosul in Iraq e in quella di Raqqa in Siria, una nuova offensiva ha preso il via nel sud della Siria, al confine con la Giordania. Migliaia di forze ribelli addestrate in territorio giordano, con il sostegno statunitense, hanno respinto le formazioni jihadiste, contribuendo a securizzare il sud della Siria e il confine siro-giordano.
Secondo alcuni report, truppe giordane e statunitensi stazionerebbero da più di un mese sullo stesso confine, in quello che sembra il preludio di una ulteriore campagna militare con cui i ribelli dell’ Jaish Usood al Sharqiyya (L’esercito dei leoni dell’est), sostenuti dalle forze giordane, intendono scacciare i miliziani dell’Isis dall’area adiacente al bacino di Yarmouk, nel sud della Siria.
Amman da una parte sostiene sin dal principio le ragioni dei ribelli, dall’altra combatte l’Isis – un nemico del regime -, coordinandosi talvolta con Mosca – con cui mantiene buone relazioni – e cercando di tenere lontana dai suoi confini la minaccia di Daesh. Lo scorso aprile, l’Isis ha infatti pubblicato un video in cui annuncia l’intenzione di condurre attacchi in territorio giordano.
La notizia di una possibile operazione in Siria delle truppe giordane ha però scatenato la reazione indispettita di Mosca e Damasco, preoccupati dalla postura muscolare assunta dall’amministrazione Trump sia nei confronti dell’Isis che nei confronti di Damasco, nella quale intravedono il tentativo di minare la sovranità siriana. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha già chiesto chiarimenti ad Amman, una settimana prima che Assad definisse in un’intervista la Giordania “parte del piano americano dall’inizio della guerra in Siria”.
“La Giordania non è un paese indipendente, perché qualunque cosa desiderino gli americani, Amman la esegue; quindi se gli americani vogliono usare il nord della Giordania per condurre attacchi contro la Siria, la Giordania lo permetterà”, ha detto Assad all’agenzia Sana.
Il portavoce del governo giordano, Mohammad Momani, ha risposto definendo le frasi di Assad delle “invenzioni”, e riaffermando l’impegno giordano al mantenimento dell’integrità territoriale siriana e nella lotta alle organizzazioni terroristiche.
Amman negli ultimi due anni ha diminuito sensibilmente il suo sostegno ai ribelli anti-Assad, probabilmente nel timore che ciò potesse rafforzare l’Isis, e ha impedito a centinaia di jihadisti di attraversare il confine siro-giordano per condurre attacchi in Siria.
Lo scorso novembre il Generale giordano Mahmoud Freihat ha affermato che dall’inizio della crisi in Siria “la Giordania non ha mai operato contro il regime, e ciò lo dimostra anche il fatto che le nostre relazioni diplomatiche con Damasco sono rimaste in piedi”. Freihat ha poi ammesso che Amman ha addestrato formazioni ribelli ma lo ha fatto in funzione dell’obiettivo di difendere il confine dalle infiltrazioni dell’Isis, e di combattere quest’ultimo nel deserto di Hamad (sud della Siria).
Ora che l’Isis perde terreno, tuttavia, si pongono con maggiore insistenza degli interrogativi: cosa accadrà tra le forze ribelli sostenute da Amman nel sud della Siria e i reparti dell’Esercito siriano (e di Hezbollah), quando gli uomini di Al Baghdadi verranno definitivamente sconfitti? Damasco permetterà a queste forze ribelli di mantenere il territorio sottratto a Daesh? Lo scontro è inevitabile?
Secondo Orab Rintawi, capo del think thank Al Quds, Assad ha in un certo senso ragione: “la Giordania non può discostarsi così tanto dalla politica statunitense in Siria. Nonostante Washington abbia affermato che la guerra all’Isis rimane una priorità, nei fatti la reale priorità della politica americana in Siria e nella regione rimane il contenimento dell’Iran, alleato di Damasco e di Mosca. Non è un caso che durante la sua recente visita a Washington, il Re giordano Abdullah II abbia posto l’accento sul rischio che “l’Iran crei un link geografico da Teheran a Beirut”, una volta che l’Isis verrà sconfitto, riempiendo un vuoto di potere che invece gli Stati Uniti vogliono colmare con forze non ostili a Washington.
Rintawi esprime preoccupazione in merito: “la politica statunitense è impostata sull’idea di uno scontro con l’Iran. Washington già combatte Teheran servendosi di siriani, yemeniti, e altri. Speriamo non lo faccia anche attraverso i giordani. Assisteremo ad altri cinque anni di scontro (indiretto), in cui gli americani non pagheranno alcun prezzo, ma saremo noi a farlo”. (AGI) Lby

Hamas: chi è il nuovo leader Ismail Haniyeh

(AGI) – 9 mag. – Sabato scorso, pochi giorni dopo la pubblicazione del nuovo statuto di Hamas, Ismail Haniyeh è stato scelto come nuovo leader dell’ala politica dell’organizzazione politico-militare palestinese. Haniyeh sostituisce nell’ufficio di Doha – la sede politica di Hamas – Khaled Meshaal, che ha curato le relazioni internazionali e finanziarie del gruppo per gli ultimi 12 anni.
L’elezione di Haniyeh da parte del Consiglio della Shura del movimento islamista arriva in un momento particolare per Hamas: in calo da tempo, e per motivi diversi, il sostegno di Egitto, Iran e Siria, l’organizzazione ha da poco pubblicato il suo nuovo statuto, dove prende le distanze dalla Fratellanza musulmana e ammorbidisce la sua posizione verso Israele, annunciando il riconoscimento dei confini del 1967.
Ci sono diverse angolazioni dalle quali leggere questa elezione: se da una parte ci si aspetta che Haniyeh prosegua nel tentativo – messo in moto dal suo predecessore Meshaal – di miglioramento delle relazioni coi paesi arabi, dall’altra l’ascesa del 54enne leader politico si inserisce nel processo di ribilanciamento interno ad Hamas stessa, a favore della leadership di Gaza e della sua ala militare, le Brigate Ezzedine al Qassam. Insomma, un lento spostamento dei centri di potere: da Doha a Gaza.
Haniyeh, 54 anni e tredici figli, ha una lunga storia, personale e all’interno di Hamas. Nato nel campo profughi di Al Shati, nella Striscia di Gaza (dove tuttora ha casa), dopo aver passato vari periodi nelle carceri israeliane tra gli anni ’80 e ’90, è stato a lungo assistente del leader spirituale di Hamas, lo Sceicco Ahmad Yassin (assassinato in un raid aereo israeliano nel 2004), e ha sempre goduto di grande popolarità tra i palestinesi della Striscia.
Nel 2006 contribuisce alla vittoria di Hamas alle elezioni parlamentari e diventa Primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese, carica che però a causa del conflitto tra Fatah e la stessa Hamas gli viene negata da Abu Mazen, che nomina Salam Fayyad in seguito alla presa della Striscia di Gaza da parte del movimento islamista.
Proprio all’inizio di quest’anno, Hamas aveva selezionato Yahya Sinwar, un leader oltranzista, per sostituire lo stesso Haniyeh come leader a Gaza, una mossa che a molti è parsa in contraddizione con l’ammorbidirsi delle posizioni palestinesi sancito dal nuovo statuto. “La composizione del bureau politico a Gaza tende al radicalismo”, spiega l’analista politico palestinese Hussam al Dajani al New York Times. “Haniyeh è un elemento di equilibrio, essendo una persona flessibile che sostiene la pace, l’unità e la stabilità della regione”.
Secondo un ricercatore della Swedish Defense University Bjorn Brenner, nonostante una reputazione di leader politicamente affabile, che più di tutti ha contribuito al rafforzamento dell’ala politica di Hamas, portando quest’ultima a vincere le elezioni del 2006 e trasmettendo la generale sensazione di maggiore moderazione rispetto ai suoi predecessori, questi anni di aspro confronto – quando non ostilità – con Fatah (oltre ai conflitti con Israele, ultimo dei quali lo scorso 2013) hanno spinto Haniyeh ad intensificare i suoi rapporti con l’ala militare del movimento.
“Haniyeh ha subito una radicalizzazione per via della situazione a Gaza”, spiega Brenner al Los Angeles Times. “E’ stato uno dei leader convinti che la partecipazione di Hamas al processo politico avrebbe reso l’organizzazione legittima agli occhi della comunità internazionale, rafforzando i palestinesi, e costringendo Israele a trattare col movimento. Ma non è andata così”. Hamas è tuttora considerata una organizzazione terroristica da Israele, Stati Uniti e Unione europea. (AGI) Lby

Indonesia: l’ascesa degli islamisti

(AGI) – Beirut, 8 mag. – Lo scorso 19 aprile Anies Baswedan, ex ministro della Cultura indonesiano, è stato eletto governatore della regione di Jakarta, battendo il governatore uscente Basuki Tjahaja Purnama, dopo una campagna dai toni molto accesi, in cui spesso si è fatto riferimento alla dimensione dell’appartenenza religiosa.
Purnama è cristiano, vicino al presidente Joko Widodo, mentre Baswedan è musulmano. Ma non è questo aspetto a preoccupare i moderati rispetto all’ascesa dell’estremismo in un paese come l’Indonesia, il più popoloso paese musulmano al mondo, conosciuto per il suo pluralismo e il clima di tolleranza.
I moderati e liberali indonesiani sono infatti allarmati perché Baswedan ha ricevuto l’appoggio di alcuni personaggi dell’orbita islamista indonesiana. Uno di questi è Muhammad al-Khaththath, leader del Muslim Community Forum – una formazione ultra conservatrice – che lo scorso marzo è stato arrestato dalle autorità con l’accusa di voler portare a termine un colpo di stato.
Al Khaththath nel corso di febbraio aveva guidato delle manifestazioni in cui ha apertamente criticato il secolarismo indonesiano, annunciando di volerlo spazzare via in favore di una stretta applicazione della Sharia, in cui i cristiani dovrebbero rinunciare ai loro incarichi pubblici. Parole dure le ha anche riservate al presidente Widodo, definito in una occasione “un musulmano che non capisce cosa significhi essere tale”.
Dalla sua cella, al Khaththath – un martire agli occhi dei suoi supporters – ha scritto una accorata lettera ai suoi sostenitori, invitandoli a “votare per un governatore musulmano” alle elezioni di Jakarta. Non tutti lo hanno ascoltato, ma in numero sufficiente da assicurare la vittoria di Baswedan.
“Non sono preoccupato per la vittoria di Baswedan”, spiega al Washington post l’ex speaker del Senato e consigliere del Presidente, Sidarto Danusobroto, “sono preoccupato per i movimenti che lo hanno sostenuto”. Movimenti come l’Islamic Defenders Front (IDF) e Hizbut Tahrir. “L’islam è diverso da come lo descrive l’IDF”, aggiunge Mohammad Nuruzzaman, a capo di Ansor, un movimento giovanile di musulmani moderati che ha collaborato in questi anni con la polizia per la repressione di cortei ultra-conservatori non autorizzati.
Moltissimi gruppi della società civile, spesso composti da musulmani, in questi mesi hanno chiesto con maggiore insistenza l’attuazione di misure legislative volte a mettere fuori legge gruppi o movimenti che dichiarano apertamente di voler creare un Califfato, come per esempio lo stesso Hizbut Tahrir. Una settimana fa la polizia ha annunciato di aver avviato una indagine per stabilire che pericolo reale ponga il fatto che Hizbut Tahrir abbracci l’idea di un califfato, e per metterla eventualmente al bando.
Dal canto suo, il portavoce del movimento islamista Ismail Yusanto ha affermato che “avere come obiettivo ideale l’istituzione di un Califfato non viola la Costituzione indonesiana”. Hizbut Tahrir, attivo da una ventina d’anni in Indonesia, è bandito in molti paesi, tra cui buona parte di quelli arabi, tra cui l’Egitto, la Germania e la Cina.
Tuttavia, in principio il portavoce di Hizbut Tahrir ha le sue ragioni. Andreas Harsono di Human Rights Watch spiega che nonostante Hitzbut Tahrir abbia posizioni altamente discutibili e discriminatorie nei confronti di minoranze, donne e comunità LGBT, ciò non significa automaticamente che debba essere bandita.
“Non è illegale dire: voglio discriminare le donne”, spiega con un paradosso Harsono. “La questione è complessa”, aggiunge. Perché il passo tra dichiarare di voler discriminare e discriminare effettivamente – o mettere in atto politiche in questo senso – è molto breve. Sull’arresto di al Khaththath, Harsono esprime dubbi della stessa natura, facendo un distinguo tra la critica violenta nei confronti delle istituzioni secolari portata avanti da Khaththath e la sua effettiva intenzione di realizzare un colpo di stato, che finora non è stata dimostrata.
Alla crescita dei movimenti islamisti in genere fa da sfondo l’aumento del soft power saudita-wahhabita. Fino a qualche tempo fa, il wahhabismo in Indonesia non esisteva: quella indonesiana è una tradizione pluralista e democratica, di cui espressione è anche il partito che dall’inizio del 2000 esprime il Capo di Stato, quel Partai Demokrat (PD) fondato dall’ex presidente Susilo Bambang Yudhoyono e che ha visto una donna, Megawati Sukarnoputri, eletta Capo di Stato nel 2001. Il pensiero filosofico alla base delle politiche del PD è l’antitesi do quello wahhabita: è il Pancasila, fondato – molto in breve – sui concetti di civiltà umana, unicità di Dio, giustizia sociale, democrazia rappresentativa, unità nazionale. (AGI) LBY