L’equilibrismo di Aoun e le incognita libanese nei rapporti Teheran-Ryad

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(AGI) – Beirut, 20 feb. – Intervistato la scorsa settimana da un’emittente egiziana, il presidente del Libano Michel Aoun ha affermato che “le milizie di Hezbollah sono complementari all’esercito libanese”, descrivendole in sostanza come le “Forze speciali” del Paese dei Cedri, ed elevando il loro intervento in Siria a garanzia dell’integrità territoriale libanese.

Se dal punto di vista della coerenza con gli schemi di alleanze interne una simile affermazione è parsa in linea con le posizioni di Aoun – Hezbollah è il principale alleato del Fpm, il più grande partito cristiano maronita del Paese, fondato dal presidente nel 2005 -, da un punto di vista contingente ha destato sorpresa e suscitato sensazioni contrastanti: da marzo 2016, infatti, le milizie filo-iraniane di Hezbollah sono nella lista delle organizzazioni terroristiche stilata dall’Arabia Saudita. Ed è proprio in Arabia Saudita che Aoun ha effettuato la sua prima visita ufficiale il 9 gennaio, per riavviare le relazioni tra i due paesi e per sbloccare il pacchetto da 3 miliardi di dollari in aiuti militari promesso da Ryad un anno prima, poi congelato per timori di “appropriazioni indebite” da parte del Partito di Dio.

Un timore rafforzato nei giorni scorsi dal ministro degli Esteri saudita, Adel al Jubeir, che ha ribadito che l’Iran – padrino di Hezbollah – costituisce “la principale fonte di destabilizzazione regionale”. Posizione speculare a quella del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che ha definito i sauditi responsabili della diffusione del jihadismo wahhabita.

Nel frattempo, qualche giorno prima della visita di Aoun a Ryad, anche il capo della Commissione Esteri del parlamento iraniano, Alaeddin Boroujerdi, si era recato in visita a Beirut per discutere un eventuale sostegno iraniano all’Esercito libanese, una ipotesi accolta per la prima volta in modo positivo anche da alcune forze libanesi (come le LF di Samir Geagea) considerate storicamente ostili all’iran.

Eppure, nonostante le profonde divergenze, non si può dire che Iran e Arabia Saudita, come ricordato dal ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif all’Economic Forum di Davos, non abbiano cooperato durante le elezioni in Libano, determinando la formazione di quello che appare come un assetto istituzionale di larghe intese in Libano, che non scontenta completamente nessuno ma che allo stesso tempo pone delle incognite sul futuro.

L’arena politica libanese dal 2005 è divisa in due coalizioni: da una parte il blocco “14 marzo”, che fa riferimento al partito filo-saudita Mustaqbal, guidato da Saad Hariri e sostenuto da alcuni partiti cristiani; dall’altra il blocco “8 marzo”, guidato dal sopracitato Fpm, e sostenuto da varie formazioni, tra cui il partito armeno Tashnaq i due partiti sciiti, Amal e Hezbollah. Le due coalizioni storicamente si accusano a vicenda di essere strumenti di ingerenza dei rispettivi mentori regionali, Arabia Saudita e Iran. Oggi, però, è meno chiara del solito la direzione in cui sta andando il Libano: tra le braccia di Teheran o di Ryad? Di nessuna delle due? O, nella misura del possibile, tra le braccia di entrambe?

Se l’elezione di Aoun è stata salutata come un successo indiretto di Hezbollah e dell’Iran, allo stesso tempo non ha incontrato l’opposizione dell’Arabia Saudita, ammansita dalla nomina di Saad Hariri a primo ministro ma sopratutto dalla pronta ripresa delle relazioni con Beirut, in cima all’agenda dell’ex generale libanese e sancita dallo sblocco di importanti aiuti militari, a sua volta non contestato dall’Iran.

Le tensioni accumulate da Teheran e Ryad all’interno della regione per ora non sembrano trovare sfogo concreto in Libano, che anzi appare come un terreno di “prova” per un accidentato confronto dialettico, anziché militare, dagli esiti però imprevedibili, come appare imprevedibile la condotta diplomatica di Aoun, attento a non alienarsi il sostegno di entrambi. Pochi giorni prima di rilasciare l’intervista al canale egiziano in cui si è espresso sul ruolo di Hezbollah, Aoun ha ricevuto a Beirut Thamer al Sabhan, ministro saudita per gli Affari del Golfo, con il quale ha annunciato l’imminente nomina di un nuovo ambasciatore saudita, carica vacante dallo scorso agosto. Due eventi, a pochi giorni di distanza, che contribuiscono a rendere ancor più contraddittorio il quadro.

L’evoluzione dello scenario libanese appare come un elemento di “disturbo” nella narrazione delle altrimenti sempre più ostili relazioni tra Teheran e Ryad sui vari fronti: mentre si consumano le guerre per procura in Siria, Iraq e Yemen, con i due giganti regionali che si accusano vicendevolmente di destabilizzare la regione, nel Paese dei Cedri sembrano adeguarsi momentaneamente alla situazione di compromesso creatasi con l’elezione di Aoun a Presidente della Repubblica e la nomina di Saad Hariri – alleato dei sauditi – a primo ministro.

Non è però del tutto chiaro se questo compromesso politico sia più la conseguenza di una precaria e geograficamente limitata tregua tra la monarchia del Golfo e la Repubblica islamica, o se al contrario ne sia in parte – ed in modo inedito – la causa indiretta, l’elemento di convergenza istituzionale che dissuade i due paesi dall’impegnarsi in un conflitto aperto, che in un certo senso, se il Libano non esistesse, sarebbe forse molto probabile. L’equilibrismo diplomatico di Aoun sembra, per ora, garantire la tenuta di questo “stallo instabile”. (AGI) di Lorenzo Forlani (LBY)

Il declino finanziario dell’Isis

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(AGI) – Beirut, 21 feb. – Un calo drastico degli introiti, strettamente connesso alla perdita di territori sotto il proprio controllo tra Iraq e Siria. Il “modello finanziario” del sedicente Stato islamico vacilla: secondo uno studio condotto dall’International Center for the Study of Radicalisation and Political Violence, le entrate dell’Isis si sono più che dimezzate nel corso del 2016, l’anno in cui sono partite le più importanti offensive – quella di Mosul su tutte – per sottrarre ai miliziani le regioni sotto il suo controllo. Secondo vari report, già a ottobre del 2016 – mese in cui è partita l’ultima offensiva dell’esercito iracheno sulla seconda città più popolosa del paese – l’Isis aveva perso almeno un terzo delle aree sotto la sua gestione in Siria e Iraq.

Se nel 2014, anno in cui proprio a Mosul fu proclamato lo Stato islamico, le entrate dell’Isis erano comprese in una forbice che andava dal miliardo al miliardo e ottocento milioni di dollari annui, nel 2016 questa cifra sembra attestarsi tra i 500 e gli 800 milioni di euro: ancora tanti per una organizzazione militare che può contare su un ricambio di manodopera costante, ma molti meno se si considera l’Isis uno “Stato”, seppur embrionale e del tutto sui generis.

Contrariamente a quanto si tende a pensare, la maggior parte degli introiti dell’Isis non deriva dai più volte citati donatori esterni – provenienti sopratutto dai Paesi del Golfo -, definiti dai ricercatori dell’Icsr “irrilevanti”, ma dalla tassazione diretta delle popolazioni sotto il proprio controllo, dalla confische, dai saccheggi e della vendita di petrolio proveniente dalle aree controllate in questi due anni e mezzo.

Sopratutto in seguito alla perdita delle aree del governatorato di Ninive – la cui capitale è proprio Mosul – i ricavi da vendita di petrolio sono scesi drasticamente, in particolare tra il 2015 (550 milioni di dollari) e il 2016 (250 milioni); le tassazioni e le confische, che nel 2015 avevano portato nelle casse di Daesh tra i 400 e gli 800 milioni di dollari, nel 2016 hanno fruttato tra i 200 e i 400 milioni; con l’abbandono da parte dei miliziani di aree più popolose, anche i fondi derivanti dai saccheggi, dalle confische e dalle multe di vario genere hanno subito un drastico declino: si passa dai 350 milioni del 2015 ai 190 del 2016. (AGI) lby

Ikhwan ban: perché designare la fratellanza musulmana gruppo terroristico è sbagliato

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(AGI) – Beirut, 15 feb. – La notizia è sembrata passare in sordina, offuscata dalle polemiche che hanno seguito il “Muslim ban” ordinato dal neo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ai danni di alcuni paesi a maggioranza musulmana. All’interno dell’amministrazione americana, sta infatti prendendo corpo quello che potremmo chiamare “Ikhwan ban” (Ikhwan sta per Fratellanza, in arabo): l’idea di un ordine esecutivo che designi i Fratelli musulmani come gruppo terroristico, e non più come movimento politico transnazionale. Si tratterebbe di una decisione problematiche, per varie ragioni.
I Fratelli Musulmani vengono fondati da Hassan al Banna nel 1928 ad Ismailia, in Egitto. Si oppongono sin dal 1936 al mandato britannico nel Paese, ed alcuni suoi membri nel corso degli anni si rendono responsabili di atti violenti e omicidi. Vanno così incontro a varie ondate di repressione governativa (le più importanti nel 1948, 1954, 1965), fino alla rinuncia alla violenza nel 1970: da quel momento la Fratellanza – che nel frattempo apre uffici in tutti in gran parte dei paesi a maggioranza musulmana sunnita. dal Marocco all’Indonesia – si dedica ad attività caritatevoli, fornitura di servizi pubblici, alfabetizzazione, costruzione degli ospedali, facendosi portatrice di valori da promuovere pacificamente, dal basso.
Nel corso degli anni, i Fratelli Musulmani entrano nell’arena politica dei paesi del Medioriente e del Nordafrica, ottenendo seggi in parlamento. Dopo l’11 settembre, l’amministrazione di Bush jr. lancia delle attività investigative nei confronti di sostenitori della Fratellanza: le indagini vengono chiuse un paio di anni dopo per mancanza di prove, e portano alla rimozione dalla lista dei soggetti sanzionabili decine di persone.
Il momento di maggior successo dei Fratelli musulmani coincide con l’elezione di Mohammad Morsi a presidente dell’Egitto nel 2012, e precede la loro fase più difficile. Il suo mandato dura infatti un anno, prima del colpo di stato portato a termine nell’estate del 2013 dal generale Abdel Fattah Al Sisi, attuale presidente egiziano. Da quel momento, tre paesi in particolare – Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti – decidono di inserire i Fratelli Musulmani nella lista dei gruppi terroristici. L’idea dell’amministrazione americana va letta anche alla luce delll’attività di lobbying di questi paesi, come scrive il New York Times, che dal 2013 al 2015 avrebbero fatto pressioni in questa direzione in ogni incontro bilaterale.
La designazione della Fratellanza a gruppo terroristico – promossa sopratutto dal Capo stratega di Trump, Steve Bannon, e da Frank Gaffney, fondatore del Center for Security Policy e consigliere di Trump – pone sia questioni concettuali che pratiche: non c’è dubbio, come scrive Shadi Hamid sull’Atlantic, che la Fratellanza sia portatrice di valori illiberali e autoritari; si potrebbe persino sottoscrivere – per certe espressioni della Fratellanza – la definizione di “hate group”, data da Eric Trager, ricercatore del Washington Institute for Near East Policy.
Il punto è però che per attribuire ad un gruppo l’aggettivo “terroristico” è necessario che esso si renda protagonista di atti violenti, o appunto terroristici: e la Fratellanza, come detto, al di là delle idee promosse nel corso degli anni, rifiuta esplicitamente la violenza, e non può, come invece hanno affermato Gaffney e molti altri esponenti repubblicani, compreso il rivale di Trump, Ted Cruz, essere equiparata a movimenti come Al Qaeda, Stato islamico, Al Shabaab o Boko Haram. Il terrorismo è un mezzo, non un fine, ed è utilizzato da questi ultimi, non dalla Fratellanza, che esprime tuttora partiti politici pacifici in Tunisia (Ennahda), Turchia (Akp), Kuwait (Hadas), Marocco (Jdp) e altri, con cui gli Stati Uniti hanno relazioni. Come ha affermato il diplomatico Tom Malinowski, “questa decisione segnala che l’amministrazione Trump è più interessata a creare conflitto con una quinta colonna immaginaria di musulmani in America che a preservare le nostre relazioni con partners impegnati in attività di counterterrorism come Turchia, Marocco, Giordania e Tunisia, o a combattere il vero terrorismo”. Confondere idee e azione – motivando queste decisioni con il concetto fumoso e multiforme di “islam radicale” anziché quello di “attività terroristica” – può essere pericoloso e controproducente.
Quest’idea appare rafforzata anche dalla pubblicazione nel marzo 2016 di un numero specifico della rivista dello Stato Islamico, “Dabiq”, il cui titolo recitava “I Fratelli musulmani apostati”. Sono due le ragioni principali dell’ostilità dei gruppi terroristici alla Fratellanza: la prima attiene al “metodo”, cioè quel “gradualismo” scelto dai Fratelli musulmani per “islamizzare” dal basso la società, escludendo esplicitamente la lotta armata ed entrando nel gioco della democrazia, dell’ordine costituzionale e del rispetto del processo elettorale; la seconda è quella della disponibilità al confronto – concretizzatasi durante il mandato di Morsi, e già prima di lui con Erdogan, espressione di un partito legato alla Fratellanza – con l’Occidente e con paesi come Israele da una parte e l’Iran sciita dall’altra.
Le controindicazioni pratiche della possibile designazione della Fratellanza a gruppo terroristico deriva in parte da queste ultime. Da una parte il pericolo che una tale decisione finisca per colpire musulmani di ogni tipo anzitutto negli Stati Uniti, se si considera che gli stessi Gaffney, Cruz e Bannon hanno definito tre importanti associazioni islamiche americane impegnate nel dialogo interreligioso e nelle attività educative – la Islamic Society of North America, la North American Islamic Trust e il Council on American islamic relations – come delle “affiliate dei Fratelli Musulmani”, sebbene non esista alcuna evidenza in tale direzione (un centinaio tra senatori e deputati americani ha pubblicamente lodato le attività di queste organizzazioni). Inoltre, le clausole del Ministero del Tesoro per congelare gli asset e perseguire chi “fornisca supporto finanziario o tecnologico ad un gruppo” sono piuttosto lasche, e si basano sul “ragionevole sospetto”, non su prove.
Dall’altra il rischio, più “transnazionale”, che stigmatizzando e bandendo un movimento importante, pacifico e radicato come la Fratellanza si finisca per spianare la strada ai suoi sostenitori potenziali o reali verso la “radicalizzazione”, l’affiliazione a gruppi violenti. Reprimere movimenti politici pacifici ma di ispirazione religiosa non solo indebolisce la logica democratica, affossando il principio di rappresentatività che ne è alla base e spingendo i loro sostenitori a credere che non abbia alcuna rilevanza; contribuisce anche a produrre quella dose di disincanto, di disagio che spinge nel lungo termine alla violenza e al jihadismo.

Libano: verso la totale depenalizzazione dell’omosessualità?

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(AGI) – Beirut, 15 feb. – L’ultimo verdetto, per certi versi storico, è arrivato dal giudice della Corte di Cassazione libanese, Rabih Maalouf: lo scorso 26 gennaio, nel trattare il caso di una coppia di ragazzi gay accusati di “atti contro natura”, Maalouf ha chiarito che l’omosessualità non è punibile, perché “è una scelta personale, non un reato”.
Il Libano si avvia così verso la depenalizzazione dell’omosessualità, in una regione in cui i rapporti tra persone dello stesso sesso fanno i conti con un forte stigma sociale ed in molti casi sono del tutto illegali, fino a prevedere, in alcuni paesi, anche la pena capitale.
Il percorso del Libano parte da lontano e, si potrebbe sostenere, in “punta di diritto”, oltre che col sostegno della società civile: la sentenza del giudice Maalouf è infatti la quarta di questo tipo da dieci anni a questa parte. Già nel 2009, infatti, il giudice Mounir Suleiman stabilì in un caso analogo che le relazioni sessuali tra consenzienti non sono “contro natura”. Suleiman, nella sentenza, disse che “l’uomo fa parte della natura ed è uno dei suoi elementi, quindi si può dire che nessuna delle sue pratiche o comportamenti sia contro natura, anche se si trattasse di un comportamento criminale”.
“Contro natura” è la parola chiave per leggere la questione dell’omosessualità in Libano: fino ad oggi, gli omosessuali potevano rischiare fino a un anno di carcere a causa dell’articolo 534 del Codice Penale libanese, introdotto nel 1922, durante il mandato francese, il quale afferma che “sono punibili gli atti sessuali contrari all’ordine di natura”. I Francesi sono andati via dal Libano nel 1946, ma la legge è ancora lì.
Nel 2012, il ministro della Giustizia del tempo, Shakib Qortbawi, sollevò pubblicamente la questione della pratica – da parte delle forze di sicurezza – dell’esame rettale nei confronti di uomini accusati di condotta omosessuale (spesso fermati solo in base al proprio aspetto esteriore), rilasciando una dichiarazione ufficiale in cui chiese di porre fine a questo genere di abuso. Risale poi al 2013 l’importante contributo della Società Libanese degli psichiatri, che pubblicano un testo in cui si afferma che l’omosessualità “non è un disordine mentale”, a cui poi allegano nel 2015 la richiesta di abolire l’articolo 534 del codice penale.
Nel gennaio del 2014 il giudice Naji al Dahdah ha archiviato il caso di una persona transessuale che aveva avuto rapporti con un uomo, motivando per la prima volta la sentenza con la considerazione che “l’articolo 534 non fornisce una chiara interpretazione di cosa sia contro natura, ed una relazione omosessuale non è un atto innaturale”. Nel gennaio 2016 si registra il caso della prima persona transessuale a cui viene permesso di cambiare le sue generalità sui documenti di identità.
La novità più importante – a quasi otto mesi da una grande manifestazione, guidata dall’associazione Helem, a favore dei diritti LGBT di fronte alla stazione di polizia di Hbeish, a Beirut, famosa per aver fatto registrare dei casi di violenza da parte delle Forze di sicurezza interna ai danni di omosessuali – arriva però dall’ultima sentenza, quella del giudice Maalouf, che nel motivare la sentenza cita l’articolo 138 dello stesso Codice penale, una disposizione a protezione della libertà d’espressione, il quale recita che “un atto intrapreso nell’esercizio di un diritto, che non preveda un abuso, non dovrebbe essere trattato come un reato”. Insomma, se non c’è danno, non c’è il crimine.
Se la prassi pare ormai andare verso il consolidamento della non punibilità delle relazioni omosessuali, il cammino legislativo potrebbe essere ancora lungo. Da una parte uno stigma sociale ancora forte: un sondaggio condotto dal Pew Research Center nel 2013 rileva che circa l’80% dei libanesi (composto sopratutto da cristiani e musulmani, più le altre 15 confessioni minoritarie) disapprova l’omosessualità; dall’altra lo scarso interesse, quando non l’ostilità, della gran parte dei partiti politici, a cui sarebbe demandata l’abolizione dell’articolo 534.
Il Paese dei Cedri non è il primo del Medioriente ad andare in questa direzione: in Turchia l’omosessualità è stata depenalizzata durante l’impero ottomano, nel 1858. La Turchia è anche il primo paese a maggioranza musulmana ad aver autorizzato un Gay pride, sebbene si registri ancora un forte stigma sociale delle componenti più conservatrici, in aumento negli ultimi anni; in Israele, il paese più tollerante in tema di omosessualità dal punto di vista legislativo, sono legali anche le convivenze tra persone dello stesso sesso, così come la step child adoption, e sebbene non ci siano matrimoni riconosciuti tra persone dello stesso sesso, quelli conclusi fuori dal paese, o celebrati da stranieri che arrivano in Israele, vengono registrati al Ministero dell’Interno; in Giordania, i rapporti tra persone dello stesso sesso sono stati depenalizzati nel 1951 ma atti omosessuali in pubblico possono essere perseguiti per “turbamento della moralità pubblica”.
Anche in Iraq, dal 2003, l’omosessualità non è formalmente illegale ma, complice anche il disfacimento della società civile, lo stato di guerra, i conflitti inter comunitari e il tribalismo predominante in alcune aree, gli omosessuali sono vittime di pesanti discriminazioni. In Bahrein gli atti privati e consensuali tra omosessuali sono stati depenalizzati nel 1976. In tutti questi paesi, a livelli diversi, esiste in ogni caso da una parte lo stigma sociale (in arabo “tamyeez”), un parziale lassismo rispetto alla violenze sui gay e dall’altra una mancanza di garanzie e tutele degli omosessuali sul luogo di lavoro, negli ambienti militari o anche nella fornitura di servizi sociali pubblici. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

L’ennesima sciocca polemica sul velo in Iran

Andrebbero spese due parole sull’ennesima polemica inutile, sciocca e infantile che si sta creando a proposito del velo indossato in Iran dalle politiche svedesi.

La totalità dei media parla in sostanza della visita della delegazione femminile svedese in Iran come una “gaffe”, una zappa sui piedi alla causa femminista, sempre più confusa (non in Svezia però, guardacaso) con qualcosa che non è. La vicenda ci dice molto su cosa siamo diventati.

Le donne svedesi in visita a Teheran sono le stesse che hanno risposto al sessismo di Trump con quella foto simbolica in cui posano tutte insieme mentre firmano una legge sul clima, laddove trump e la sua squadra di uomini avevano posato mentre firmavano una legge che priva dei fondi federali le ong che sostengono l’aborto in giro per il mondo.

Recatesi in Iran, appunto, le donne svedesi non hanno fatto altro che adeguarsi alle leggi di un paese: una legge che come sappiamo è discriminatoria, perché non lascia alle donne la scelta di mettere o non mettere il velo, ed è in parte speculare alle leggi a lungo vigenti in molti paesi del Medioriente ai tempi dei (nostri) dittatori laici e illuminati, tra cui lo stesso shah, che per dei periodi vietarono alle donne il velo negli uffici pubblici. Si potrebbe parlare molto della genesi dell’obbligo del velo in Iran, della reazione identitaria di cui era effetto collaterale. Ma non è la sede: basti dire che si tratta di una legge a mio avviso sbagliata, poiché discriminatoria, una sorta di feticcio usato dal regime per certificare la sua diversità, come scrisse Akbar Ganji.

La colpa attribuita alla delegazione e’ in sostanza quella di non essersi “ribellate” in qualche modo a questa legge, a non aver ribaltato il tavolo con qualche gesto eclatante. Con questa loro scelta ignominiosa di adeguarsi alle leggi del paese che le ospita, avrebbero in qualche modo “mortificato” la causa femminista. Si dice: “ma come, prima posate contro il maschilismo dell’amministrazione trump e poi vi fate sottomettere da Teheran?”

Non riesco a capire davvero quale sia il legame tra adeguarsi alle leggi di un paese in cui si va in visita, paese che non supplica nessuno per riceverla, e mortificare la causa femminista. O in che modo questo Adeguamento cozzi con la risposta simbolica data a trump attraverso quella foto.

Il femminismo, come ogni lotta sociale, deve si avere il coraggio di rompere gli schemi, ma essere sopratutto il frutto di una strategia pragmatica, efficace, perché è appunto un movimento che non mira all’autopreservazione politica ma all’ottenimento di diritti: se i diritti delle donne fossero garantiti, se non esistesse la disuguaglianza di genere, il femminismo non avrebbe ragione di esistere.

Nel postare quella foto rispetto a Trump, le donne svedesi hanno mandato un messaggio all’Occidente di cui Svezia e Usa fanno parte, quello in cui la comunicazione e i processi di sensibilizzazione pubblica assumono un ruolo sempre più centrale. Un messaggio da diffondere all’interno di una comunità occidentale eterogenea ma che ufficialmente si richiama agli stessi principi, e vive dinamiche e problemi simili al suo interno. Un gesto che serve a smuovere coscienze, simbolico più che rivoluzionario, all’interno della legalità ma di rottura, diretto, frontale. Un gesto di rottura come quello di rifiutarsi di mettere il velo in Iran non avrebbe avuto alcuna conseguenza positiva (tantomeno per le donne iraniane), se non quella totalmente autoreferenziale della foto simbolica ad uso e consumo del Pubblico occidentale, in cerca di sensazioni forti.

Cosa avrebbero dovuto fare quelle stesse donne – che nessuno può accusare di non conoscere la questione femminile, le sue criticità in occidente come in oriente – arrivate a Teheran? Cercare l’incidente diplomatico? Farsi rimandare a casa poiché ferme nella decisione di non voler rispettare una legge discutibile ma vigente? Pensate che la Svezia, con tutto il rispetto, sia un cliente o un interlocutore irrinunciabile per Teheran?

Perché sia chiaro: non sarebbe stato possibile non tanto togliere il velo all’interno di palazzi governativi, quanto diffondere immagini in cui le donne svedesi si mostrassero senza velo davanti alle loro controparti maschili.

Quella delle donne svedesi è stata una scelta matura e pragmatica, fatta da donne certamente consapevoli delle battaglie che combattono, che sono andate in Iran non certo per mostrarsi al mondo, per farsi il selfie d’impatto, bensì per una visita ufficiale in cui erano in gioco i rapporti bilaterali tra i due paesi. Per discutere esattamente come degli uomini, e con degli uomini.

Le donne svedesi hanno probabilmente capito cosa è importante e cosa non lo è, anche ai fini della questione dell’eguaglianza di genere: meglio discutere – magari anche di diritti delle donne – con le autorità iraniane tenendo il velo (che d’altronde a parte il fatto che in Iran e’ imposto per legge, viene fuorviatamente visto in occidente come un simbolo di oppressione femminile anziché di azione, reazione o rivendicazione identitaria, spesso da persone che con la stragrande maggioranza di donne musulmane che portano il velo per scelta, non hanno mai scambiato una parola, ma parlano per loro, se ne fanno interpreti) anziché rinunciare ad una occasione di confronto – che prescinde i benefici economici – puntando i piedi rispetto ad una legge di cui erano consapevoli prima di partire.

Ho il sospetto che le donne svedesi in Iran siano altamente consapevoli della loro condizione e dei temi portanti per le donne nel mondo, e non sentano minacciata in alcun modo la loro identità dal fatto di mettere il velo in un paese in cui è obbligatorio; mentre ho la speculare impressione che molti/e di quelli/e che le hanno criticate non solo avrebbero rinunciato fallacianamente ad andare in Iran a discutere nel merito di N argomenti per il capriccio di non metter il velo, ma confondano il dettaglio con la sostanza, riducano il femminismo ad un po’ di chiasso e non ad una battaglia organica, profonda, di ampio respiro. E infatti, guardate come è messa la Svezia a parità di genere. E guardate come siamo messi noi.

Stiamo qui a pensare e a blaterare sul fatto che invece una visita debba essere una grottesca occasione per ribaltare il tavolo in modo infantile, con l’unico risultato di essere invitati al rispetto della legge vigente (che è nota, e può legittimamente indurre donne di N paesi a rifiutare la visita in Iran) e nemmeno mezzo a favore della causa femminile in alcun luogo del mondo. E Magari, con l’effetto collaterale di irrigidire un regime, che può si cambiare dal suo interno come in parte ha fatto in questi 40 anni, ma che certamente non lo farà sotto minaccia, sotto ricatto, o su indicazione di un occidente che spesso a ragione ha percepito come intruso, come latore di gharbazadegi (intossicazione da Occidente), come agente propulsore di un cambiamento esogeno ed imposto, che ignora una società polarizzata, complessa e in trasformazione demografica come quella iraniana. E quando non capisci, anche se le intenzioni sono lodevoli, il rischio è di fare (e farti) solo un danno.

Iran e Corea del Nord – compito scritto di geopolitica for dummies

Caso A – La Corea del Nord ha appena effettuato l’ennesimo test missilistico di fronte alle sue coste, a cinquecento km dalle coste del Giappone, alleato USA come la Corea del Sud. Missili Musudan a medio raggio, non intercontinentali, sono atterrati a 500km dalla zona di lancio, nel Mar del Giappone (dove c’è la base americana di Okinawa). Per il comparto militare e di difesa Pyong yang spende ogni anno porzioni rilevanti del suo Pil (diciamo un costante 15% dal 2002 al 2012, quindi mediamente quasi 4 volte quello che ha speso la Corea del sud, dice il Dipartimento di Stato americano, ma di dati certi non ce ne sono), e spesso si esibisce in prove di forza e più o meno deliberate provocazioni nei confronti di Seoul. Diciamo che di pretesti ne fornisce. Tutto ciò in una regione più o meno pacifica, in cui non ci sono guerre in corso né particolari minacce terroristiche, simmetriche o asimmetriche (non che non ci sia il diritto ad avere un sistema difensivo o di deterrenza, comunque).
La Corea del Nord – che non ha firmato il trattato di non proliferazione nucleare -dispone della bomba atomica.

Dagli Stati Uniti, poliziotti mondiali, non è arrivato verso la Corea del Nord nemmeno un fiato, uno sbuffo, un alito. Non un alert, non una minaccia, tantomeno un preavviso. Un tenero “siamo col Giappone”, un solerte “è inaccettabile”. Baci ad Abe. Tutto regolare. La Pace è al sicuro.

Caso B – L’Iran (che non attacca un paese dal 1737) ha effettuato la scorsa settimana un test missilistico nei suoi mari territoriali. Test a cui ha diritto (vista anche la situazione regionale) ai sensi dell’accordo sul nucleare, in cui si parla di “violazione dello spirito dell’accordo” (null’altro) nel caso in cui l’Iran testi missili “designed to be capable of carrying nuclear weapons”. I missili iraniani sono capable solo di esercitare deterrenza, visto (ma non solo) che la Quinta flotta statunitense staziona non lontano dal porto di Bandar abbas. Ricordiamo che le spese per la difesa dell’Iran dal 1998 al 2015 si sono attestate attorno al 2-3% del pil in media, negli ultimi 5 anni del 2.5%: le più basse della regione. In percentuale rispetto al Pil, l’Iran ha speso meno della Grecia, del Kyrgizistan, Myanmar, Brunei..Del Botswana. L’Arabia saudita è arrivata anche al 15%, Israele al 9%, ed entrambe, alleate USA, spendono in media il quadruplo dell’Iran. Nel 2015 l’Iran ha speso il 2.3% del Pil, Israele il 5.5%, l’Arabia Saudita il 13.5%.
L’Iran non ha nessuna arma nucleare ed è firmataria del trattato di non proliferazione nucleare.

Dagli Stati Uniti, poliziotti mondiali, sono arrivati nei confronti dell’Iran accuse di compromettere “la pace della regione” e sopratutto minacce di guerra, le prime così dirette dal 1979, con la messa ufficiale in preavviso annunciata in una apposita conferenza stampa.

—-> perché?

ll futuro di Cipro conteso tra Nato e Russia

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(AGI) – Beirut, 10 feb. – Dopo un conflitto interno che per longevità è secondo solo a quello israelo-palestinese, per l’isola di Cipro – divisa tra una componente turca e una greca – sembrava intravedersi negli ultimi mesi l’atteso orizzonte dell’unità nazionale. Alla Conferenza Onu di Ginevra si erano incontrati lo scorso 12 gennaio Mustafa Akinci, leader turco cipriota della parte nord dell’isola, e Nikos Anastasiades, presidente della Repubblica di Cipro, che occupa l’area meridionale, per avviare quella che per molti è forse l’ultima chance per la riunificazione. C’è però un paese che sembra avere alcune ragioni per non caldeggiare l’accordo: la Russia.
A fine dicembre si era infatti tenuta un’altra conferenza a Cipro, un seminario organizzato da cinque partiti scettici nei confronti della riunificazione, al quale i maggiori leader dei paesi interessati alla questione cipriota – Gran Bretagna, Turchia, Grecia – si erano rifiutate di partecipare: non è mancato però Stanislav Osadichiy, l’ambasciatore russo nell’isola del Mediterraneo.
Interpellato in merito da Anastasiades, che lo ha in seguito incontrato in un’altra conferenza dello scorso 9 gennaio promossa dalla Camera di Commercio cipriota, Osadchiy – che in passato aveva espresso un tiepido supporto al piano di riunificazione, si è difeso sostenendo di aver preso parte ad una conferenza di cui non conosceva l’orientamento. Le dichiarazioni di Osadchiy sono state contraddittorie durante gli ultimi due mesi, e non è chiaro quale sia davvero la posizione russa sulla questione cipriota. Nel frattempo, in modo ufficiale, la Russia smentisce ogni accusa di una sua contrarietà rispetto alla riunificazione, e riconduce le polemiche generatesi nelle ultime settimane alla guerra “mediatica” che da tempo vede le emittenti russe al centro di accuse (fake news, ecc).
Mosca ha sempre costituito una sorta di “protettore” della Repubblica di Cipro, sia per la comune religione cristiano ortodossa che per il fatto che la terza isola del mediterraneo ha sempre svolto la funzione di centro bancario-finanziario strategico per gli imprenditori russi nella regione. Cipro è anche la meta marittima preferita dei turisti russi, oltre ad essere stata la principale destinazione degli Investimenti diretti esteri di Mosca nel 2014. Mosca ha anche concesso a Copro un prestito di 2,5 miliardi di dollari durante la crisi finanziaria del 2011, ed i due paesi hanno firmato un trattato di cooperazione militare nel 2015, che permette ai russi di far attraccare a Cipro le loro navi militari in caso di emergenza (un punto particolarmente delicato, visto che l’unico altro approdo di Mosca nel Mediterraneo è il porto di Tartous in Siria).
Ma le recenti accuse rivolte al Cremlino circa la sua presunta capacità di influenzare processo politici o addirittura elettorali negli Stati Uniti, assieme alla suo chiaro supporto verso forze anti-estabilishment in giro per l’Europa, ha fatto sorgere alcuni dubbi negli osservatori, sopratutto in riferimento al sincero sostegno russo verso il negoziato di riunificazione, che nelle occasioni pubbliche e istituzionali Mosca non ha mai negato.
Le ragioni di un eventuale, reale ostruzionismo russo rispetto all’unità di Cipro sembrano essere sopratutto di carattere economico-commerciale: la riunificazione dell’Isola faciliterebbe e velocizzerebbe in effetti lo sviluppo delle riserve di gas recentemente scoperte al largo di Cipro, che per ora rimane bloccato per via delle dispute sulle acque territoriali. Il gas cipriota finirebbe per essere molto più economico da importare per i paesi circostanti: paesi che attualmente si rivolgono alla Russia.
E’ per esempio il caso della Turchia, che importa il 99% del suo gas, metà del quale dalla Russia. Ankara certamente si rivolgerebbe a Cipro, una volta sancita la riunificazione e la possibilità di sfruttare i giacimenti: un danno potenzialmente troppo grande per la Gazprom, ed una situazione che potrebbe essere sfruttata anche da altri paesi europei. Inoltre, una riunificazione potrebbe spingere Cipro ad entrare nella Nato.
Un altro elemento cui i russi sembrano essere contrari è quello del mantenimento di Grecia, Turchia e Gran Bretagna – che a Cipro mantiene due basi militari ad Akrotiri e Dhekelia, rispettivamente vicino Limassol e vicino Famagosta – come “garanti” del futuro cipriota. Durante gli ultimi colloqui di Ginevra Anastasiades è sembrato riferirsi a questa questione, nel parlare di “alcuni punti insoluti”.
Il presidente greco cipriota non ha mai fatto mistero del fatto di ritenere Ankara – ed in misura minore Londra e Atene – il principale ostacolo, chiedendo il ritiro delle loro truppe. Dal canto suo la Turchia si sente legittimata a rimanere a Cipro dalla storia, cioè da quanto nel 1974 mandò le sua truppe per porre un freno alle ambizioni della giunta militare greca, che aveva appena deposto con un colpo di Stato l’Arcivescovo Makarios, che era il presidente. Recentemente Erdogan ha affermato che la Turchia ha il diritto di mantenere le sue truppe a Cipro “per sempre”.
Nel 1983 Rauf Denktash dichiara ufficialmente la scissione della Repubblica turca di Cipro del Nord dal resto dell’isola, riconosciuta solo dalla Turchia. Da quel momento in particolare i destini delle due entità viaggeranno in parallelo, non incontrandosi mai su quasi nulla. Nel 2004 Cipro, ancora divisa, entra nell’Unione Europea, dopo che il piano di pace per la riunificazione portato avanti dall’ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan era stato sostenuto dai turchi ciprioti ma respinto dai greci ciprioti.
Anche in quella occasione un ruolo decisivo al tempo fu giocato da due entità molto vicine a Mosca, entrambe contrarie al piano di Annan: il partito comunista Akel e la Chiesa Ortodossa, che spinsero appunto la popolazione del sud sopratutto rigettarlo. Nel 2004, poi, la Russia utilizzò per la prima volta in dieci anni a quella parte il suo diritto di veto su una risoluzione Onu che avrebbe sancito alcuni cambiamenti nell’isola, se la riunificazione si fosse concretizzata.
Tuttavia, il ricercatore del Peace Research Institute di Oslo , Harry Tzimiras, considera l’ambiguità russa solo uno degli ostacoli alla riunificazione cipriota: quella delle truppe turche, viste anche le dichiarazioni di Erdogan, rimane centrale. In sottofondo, un altro problema rimane l’atavica sfiducia tra le due entità etno confessionali – e istituzionali – che si dividono l’isola. Una sfiducia che a volte rischia di compromettere gli sforzi fatti sin qui, ma che sopratutto tende a produrre accuse da una parte e dall’altra, sospetti, diffidenze: “A Cipro – conclude Tzimiras – raramente si combatte contro i fatti e sui fatti, più spesso di combatte contro percezioni e fantasmi”. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Medioriente: l’irrefrenabile ascesa dei matrimoni social

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(AGI) – Beirut, 8 feb. –  Fino a non più di venti anni fa, uno scenario del genere era forse impensabile: da un recente sondaggio condotto dall’Università Sultan Qaboos in Oman emerge che, nel Paese della Penisola arabica, circa l’83% degli omaniti tra i 18 e i 60 anni è contrario al matrimonio combinato dai propri genitori. Trend simili, seppur di più lieve, si possono riscontrare negli altri paesi della Penisola arabica, dove pure rimane rilevante, nella regolazione dei rapporti sociali, l’elemento clanico-tribale. Di questo cambiamento, progressivo ma rapido, c’è una ragione fondamentale, riassumibile in due parole: social media.
La scorsa settimana è uscito sul Newsweek un articolo-reportage realizzato nel Sultanato dell’Oman, in cui vengono intervistati i ragazzi di oggi, alle prese con le reti sociali e le conseguenze prodotte sulla loro vita sentimentale. C’è la storia della ventiseienne Dana, che dopo aver conosciuto il suo ragazzo su Facebook quattro anni fa, ha trovato un escamotage per rendere la cosa “presentabile” ai genitori: il suo ragazzo ha iniziato infatti a pregare nella moschea vicino casa sua e ad allenarsi nella stessa palestra in cui andava suo fratello, per cercare di stabilire un contatto all’interno della sua famiglia. Nel frattempo, Dana ha trovato lavoro nello stesso ufficio del suo ragazzo: tutti queste circostanze indotte, e sommate tra loro, hanno finito per rendere il loro rapporto accettabile agli occhi delle loro famiglie. Così, Dana e il suo ragazzo presto si sposeranno.
Oppure c’è storia di Mubarak al Balooshi, che dopo aver conosciuto su Instagram – famosa applicazione per la condivisione di foto – e chattato a lungo con quella che sarebbe poi diventata la sua ragazza, ha scoperto che si trattava di sua cugina.
Il caso di Al Balooshi è tanto emblematico quanto paradossale. Qualche decennio, o forse qualche anno fa, sarebbero stati i suoi genitori a combinare il matrimonio con una sua parente di primo o secondo grado: magari proprio sua cugina. Mubarak ha invece ignorato le opinioni dei suoi genitori, assecondando la frattura generazionale – in qualche misura riscontrabile in ogni società umana – che si è creata tra le vecchie generazioni e quelle nuove, specie quella dei cosiddetti “nativi digitali”, e arrivando forse allo stesso approdo che sua madre e suo padre avrebbero auspicato per lui. Infatti, dopo aver proposto il matrimonio alla sua amata, entrambe le famiglie, sebben sorprese per le modalità con cui i due si sono conosciuti, hanno accolto con entusiasmo i loro piani per il futuro.
I matrimoni combinati in Medioriente riguardano e hanno riguardato più le società rurali che quelle urbanizzate (mediamente meno chiuse), e quelle conservatrici, che spesso ma non sempre sono sovrapponibili alle prime. La religione – sopratutto l’Islam, maggioritario nell’area che va da Casablanca a Islamabad – è in un certo senso secondaria. A volte è lo stesso concetto di conservatorismo ad essere di difficile e multiforme declinazione: Samar al Mawali, ventitreenne omanita, ci ha messo un po’ a dire ai suoi genitori che si frequentava con un ragazzo, ottenendo il loro sostegno. Si è sposata lo scorso dicembre, dopo otto anni di relazione. Per Samar, l’opera di persuasione è stata facile, nonostante una famiglia molto religiosa, la cui religiosità – o il conservatorismo, appunto – è spesso confusa con chiusura mentale: “i miei genitori sono conservatori dal punto di vista religioso: digiunano, pregano cinque volte al giorno…ma non sono sono conservatori al punto da non tollerare i rapporti con l’altro sesso”, ha dichiarato la ragazza al Newsweek.
Bisan, ragazza siriana di Damasco proveniente da una famiglia sostanzialmente laica e benestante, convive a Beirut con quello che da meno di un anno è il suo fidanzato, siriano di Homs, conosciuto proprio su Facebook e incontrato per la prima volta nella capitale libanese. Ci ha messo un po’, Bisan – intercettata dall’Agi – a far accettare la cosa ai genitori, rimasti in Siria, perché Salah, il suo ragazzo, viene da una modesta famiglia di contadini. Anzi, sua madre, ciclicamente non demorde, pur rispettando la figlia: vorrebbe che sposasse un ragazzone, Muhammad, che a Bisan non piace ma che si è ingraziato i suoi parenti, anche in virtù di una estrazione sociale simile alla loro. Presto Bisan – che come Salah vorrebbe tornare prima in Siria, quando la guerra sarà finita – sposerà il suo ragazzo, con buona pace di sua madre, che nel frattempo è venuta in Libano a conoscerlo.
Sia in contesti musulmani, o cristiani o – sopratutto – in zone a maggioranza induista come l’India, i matrimoni combinati rimangono una realtà, pur in deterioramento. Nelle comunità più chiuse e conservatrici, essi rappresentano agli occhi delle famiglie il proseguimento “naturale” di scelte fortunate, pur “a posteriori”: molte coppie oggi over 60, a prescindere dalla loro affiliazione religiosa, si sono conosciute grazie alle decisioni dei loro genitori, che in certi casi prevedevano anche il consenso degli interessati, in altri no. Scelte che hanno prodotto famiglie numerose, felici, o entrambe le cose, ma in cui l’amore è arrivato dopo il matrimonio, non prima.
Spesso, matrimonio combinato fa rima con matrimonio tra consanguinei, o con matrimonio tra cugini di primo grado (vietato in molti paesi occidentali): uno studio un po’ datato (2008) condotto dalll’Institute of Santa Fe mostrava come nel 2008 una media del 35% circa dei matrimoni in Siria fossero conclusi tra cugini di primo grado (media aumentata dalle percentuali più alte nel distretto di Raqqa), poco maggiore che in Giordania (32%); in Iran si scendeva al 28% circa (anche qui la media è falsata dalle percentuali molto alte nella regione del Balucistan, al confine con il Pakistan); in Egitto si scendeva fino al 25%, in Libano al 18%; in Arabia Saudita si saliva al 41% e in Pakistan al 55%
I social media hanno accelerato una dinamica – quella della percezione tra i giovani del matrimonio combinato – che era comunque già in atto, stimolata dalla globalizzazione, dai mass media e da internet: un sondaggio Gallup – realizzato nel lontano 2002, cioè prima della nascita di Facebook, Instagram, Twitter – mostra come ad esempio in Libano i ragazzi fossero per l’85% contrari ai matrimoni combinati, senza sostanziali differenze tra cristiani (90%, ricordando però che le comunità cristiane sono mediamente più benestanti nel paese dei Cedri) e musulmani (80%), così come tra donne (84%) e uomini (86%).
Una percentuale addirittura più alta, sempre secondo lo stesso sondaggio, poteva essere riscontrata in Giordania, paese quasi integralmente musulmano, e considerato più conservatore dal punto di vista religioso (specie se si paragonano Amman e Beirut): nella monarchia hashemita, infatti, il 93% degli uomini e l’89% delle donne erano contrarie ai matrimoni combinati. In Arabia Saudita, dove la famiglia reale degli Al Saud si erge a custode della rigida e letteralista ortodossia wahhabita, questa percentuale ammontava comunque al 50% circa, anche qui con lievi differenze tra uomini e donne.
Chiunque abbia conosciuto i giovani iraniani di città come Teheran, sarà venuto a conoscenza delle tecniche di approccio adottate prima dell’avvento di Facebook, funzionali all’elusione della condanna del clero conservatore e delle famiglie tradizionaliste (in Iran sono formalmente vietati i rapporti pre matrimoniali ma si registra un costante aumento – come riporta un servizio del Guardian – delle convivenze tra coppie non sposate, ndr): sulla Vali-e Asr, una lunghissima via che taglia a metà Teheran per 18 km, ragazzi e ragazze affiancavano le loro automobili per scambiarsi bigliettini con i propri numeri di telefono, bypassando il rischio di seccature prodotte da occhi zelanti o censori.
Poi, alla metà del primo decennio del ventunesimo secolo, sono appunto arrivati i social media: un dirompente strumento di apertura al mondo (lo si è visto anche durante le primavere arabe), che in Oman, nel mondo arabo e nel più ampio mondo a maggioranza musulmana, contano su decine di milioni di utenti. Ed è noto che i trend di apertura sono assai difficili da arrestare. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Ceceni ad Aleppo

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Alla fine dello scorso mese di dicembre Aleppo è tornata sotto il controllo del regime siriano. Un controllo in certa misura effimero, visto che l’Esercito siriano è ridotto ai minimi termini – indebolito da defezioni in massa e mancanza di equipaggiamenti – e deve i suoi principali successi militari al sostegno aereo russo e a quello terrestre da parte degli iraniani e delle milizie sciite fedeli a Teheran.
Oggi Aleppo è una città distrutta, che evoca i tempi della seconda guerra mondiale, con centinaia di migliaia di sfollati, migliaia di morti e gran parte delle infrastrutture e delle attrazioni archeologiche da rimettere in piedi. Tuttavia, pur a fatica, la città prova a rivivere nella normalità – o meglio nell’assenza di conflitto armato -, ad immaginare un presente di relativa pace, mentre le forze in campo in Siria preparano la futura offensiva su Raqqa, città del nord est, capitale formale dell’Is.
A metà dicembre, mentre ad Aleppo est si combattevano le ultime fasi della guerra cittadina, la Russia di Putin ha iniziato ad impiegare nella parte ovest del polo industriale siriano le sue forze speciali, con compiti essenzialmente di polizia. Forze speciali che avevano una caratteristica peculiare: i circa 400 operatori sono infatti ceceni. La scorsa settimana la notizia della loro massiccia presenza ad Aleppo è stata confermata da Ramzan Kadyrov, leader paramilitare ceceno e primo ministro reggente della Repubblica cecena, il quale ha affermato che tra gli obiettivi concreti delle sue truppe c’è anche quello di partecipare alla ricostruzione della Moschea Omayyade di Aleppo, semi distrutta durante i bombardamenti, in cui si è recato in compagnia del Muftì ceceno Salah Hajj Mezhiyev.
Secondo un articolo del Wsj, l’impiego di ceceni ad Aleppo sarebbe anzitutto funzionale al mantenimento di un certo grado di pax civile, o perlomeno un tentativo di temperare la potenziale ostilità degli abitanti di Aleppo verso truppe straniere, dato che larga parte della minoranza etnica cecena è composta da musulmani sunniti, proprio come gran parte della popolazione della più estesa città siriana.
Ad Aleppo persiste da tempo una situazione di estrema tensione settaria: i russi hanno infatti limitato al minimo la loro presenza sul terreno – ma assicurano quella aerea – favorendo invece l’afflusso degli alleati iraniani e sopratutto delle milizie sciite, da Hezbollah e quelle irachene raccolte sotto l’ombrello delle Hashd Al Shabi (le Unità di mobilitazione popolare nate in Iraq e coordinate dal generale Qassem Suleimani, capo della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione iraniana). Le milizie sciite – le cui famiglie secondo un report del Guardian stanno ripopolando delle aree di Aleppo, concorrendo ad una sua ridefinizione demografica – sono percepite dalla popolazione di Aleppo come estranee al tessuto sociale cittadino.
La decisione di Putin di coinvolgere la componente cecena si spiega dunque con la necessità di attirare un certo grado di benevolenza della popolazione locale, o perlomeno di temperarne l’ostilità derivante in parte de ragioni confessionali, assegnando loro compiti di polizia militare attraverso l’installazione di checkpoint nei punti nevralgici della città, di sostegno alla ricostruzione delle infrastrutture, di protezione alle unità di guastatori russi e di training delle residue forze militari del regime siriano. Ma non solo.
Le truppe cecene hanno infatti una lunga esperienza di guerra contro elementi wahhabiti di Al Qaeda e dell’Is in Cecenia, e secondo dei report alcuni suoi elementi sono attualmente infiltrati all’interno dell’Isis. Tra i miliziani dello Stato islamico infatti, c’è un numero ragguardevole di ceceni: il più famoso tra essi era il comandante Tarkhan Tayumurazovic Batirashvili, conosciuto col nome di battaglia di Abu Omar al Shishani (in arabo “shishani” significa ceceno), considerato la mente dell’assedio dell’Isis su Mosul e ucciso in combattimento nel governatorato di Salah al Din in Iraq lo scorso luglio. Su di lui pendeva al tempo una taglia di 5 milioni di dollari, che lo ponevano al tempo tra i terroristi più ricercati al mondo.
E’ dunque probabile che tra le mansioni degli operatori ceceni ad Aleppo ci siano anche quelle di counter insurgency, per combattere le ultime enclavi di miliziani di Daesh e Al Nusra rimasti in città. Ciò non deve far dimenticare due aspetti: il primo è che se la presunta ostilità della popolazione di confessione sunnita di Aleppo verso le milizie sciite si muove secondo logiche confessionali, non è da escludere che ne possa emergere una nei confronti delle truppe cecene, su linee etniche. In entrambi i casi, si tratta di truppe straniere, occupanti. Il secondo è che ai cittadini aleppini che hanno lasciato il Paese o la città è teoricamente garantito il diritto al ritorno, anche se molti certamente non torneranno – temendo rappresaglie o la coscrizione obbligatoria – finché non sarà siglato un patto di riconciliazione nazionale: ciò colliderà certamente con la ricomposizione demografica in atto in città.
Nel frattempo, Aleppo piange tra le sue macerie: secondo Abdullah Al Dardari, vice segretario esecutivo della Commissione economico sociale per l’Asia occidentale delle Nazioni Unite, i danni calcolati in Siria – che richiederanno un afflusso di fondi per ora in stand by, viste le divisioni in seno alla comunità internazionale – ammontano più o meno a 350 miliardi di dollari: di questi, il 15% – circa 52 miliardi – andrebbe destinato alla ricostruzione di Aleppo. Secondo altri osservatori, per ricostruire e far tornare a vivere di vita propria quella che una volta era la più grande città siriana, polo industriale del Paese e uno dei suoi fiori all’occhiello dal punto di vista archeologico e architettonico, ce ne vorrebbero almeno il doppio. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

La battaglia di Mosul

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(AGI) – Beirut, 2 feb. – Il 14 giugno 2014, all’interno della Moschea al Nur di Mosul – costruita nel dodicesimo secolo d.c – il leader dell’Isis Abu Bakr Al Baghdadi ha proclamato la nascita del cosiddetto Stato islamico. Dalla seconda città più popolosa dell’Iraq, il sedicente Califfato ha durante tutto il 2014 esteso gradualmente la sua presenza, verso sud – nelle regioni tribali sunnite dell’Anbar – e verso ovest, per cercare un collegamento ed una continuità territoriale con la città siriana di Raqqa.
Sin da luglio 2014, l’Isis ha fatto i conti, sopratutto nelle regioni contigue a quelle sciite di Karbala e Najaf – città sante sciite – con la controffensiva dell’Esercito iracheno, ma sopratutto delle milizie sciite filo iraniane, coordinate dal capo della forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione, Qassem Suleimani, che ne hanno impedito un allargamento dalle regioni dell’Anbar verso est. In una di queste battaglie, quella di Jurf al Sakhar, liberata con l’operazione “Ashura”, fondamentale è stato il supporto aereo degli strike aerei americani. I miliziani dell’Isis, quindi, da quel momento hanno deciso di rafforzare la loro presenza a nord, sopratutto nel governatorato di Nineveh e nel suo capoluogo, Mosul.
Dopo una prima offensiva guidata dai pashmerga e dalla Combined Joint Task Force tra gennaio e febbraio del 2015, conclusasi con uno stallo (in cui le perdite militari tra i miliziani e tra i pashemrga sono state più o meno equivalenti), e una seconda tra marzo e settembre 2016, in cui vengono coinvolti in modo più massiccio l’esercito iracheno e le milizie, entrambi supportati (anche) dall’Iran, conclusasi con la liberazione dei dintorni di Erbil e dei villaggi a ovest della città di Mosul, prende il via l’offensiva principale: quella cioè iniziata lo scorso 16 ottobre.
L’ultima offensiva di Mosul – operazione denominata “Qadimun ya Nineweh”, che in arabo significa “stiamo arrivando, Nineveh” – vede nelle sue fasi iniziali e per le prime due settimane, la partecipazione di un contingente di circa 30000 soldati, suddivisi tra Forze speciali dell’Esercito iracheno, Pashmerga curdi, le forze al Quds iraniane, le milizie sciite, supportati dai raid aerei americani, contro circa 6000 miliziani dello Stato Islamico in controllo della città irachena. L’accordo tra le forze prevede che sia solo l’esercito iracheno a entrare in città e non le milizie sciite, per evitare una resistenza o una mancata collaborazione da parte di una porzione della popolazione sunnita.
Il 31 ottobre le forze speciali irachene raggiungono la periferia est di Mosul, negli approdi di Karama e Gojgali, ed iniziano a sfondare le linee nemiche all’interno della città. Nel mese di novembre e dicembre, però, incontrano una feroce resistenza dello Stato islamico, che si serve di camion bomba, kamikaze e cecchini. Nel frattempo, le milizie sciite si concentrano a sud ovest di Mosul, tagliando i rifornimenti verso l’autostrada che porta a Raqqa (nel frattempo oggetto di altri raid aerei). Le milizie si fermano però ai margini della cittadina di Tal Afar su stimolo di Baghdad, per non creare ulteriori conflitti con la sua popolazione di etnia turcomanna.
Dopo 6 settimane, Mosul è accerchiata, i raid aerei fanno saltare in aria quattro dei cinque principali ponti cittadini e i miliziani si asserragliano nella parte ovest di Mosul, divisa a metà dal fiume Tigri. A fine dicembre viene distrutto anche il Ponte vecchio, l’ultimo rimasto in piedi. Il 13 novembre le forze della coalizione riprendono il controllo anche delle rovine dell’antica città di Nimrud. Dopo una situazione di stallo per tutto il mese di Dicembre, il primo gennaio 2017, secondo l’Afp, il 60% di Mosul risulta liberata.
Si calcola che siano circa 160000 i civili evacuati, oltre a un migliaio rimasti uccisi. Anche nella zona tornata sotto il controllo iracheno, con 400000 abitanti, la situazione è attualmente drammatica, se come scrive l’Economist manca l’elettricità, le scuole rimangono chiuse, i salari degli impiegati statali bloccati, ed in alcune aree alcune milizie hanno messo in piedi dei checkpoint autonomamente, creando conflitti in una città che rimane ancora, in una certa misura, eterogenea dal punto di vista etno confessionale. Ovviamente la situazione è ancora peggiore per la popolazione civile nelle aree ancora controllate dallo Stato islamico, compresa la città vecchia, cui come detto sono stati essenzialmente tagliati i rifornimenti provenienti da Raqqa.
Secondo numerosi esperti, la parte ovest di Mosul, ancora in buona parte sotto il controllo dell’Is, è meno estesa della parte est ma molto più popolosa, includendo anche distretti sunniti che per varie ragioni – sopratutto la storica percezione di abbandono e discriminazione del governo centrale di Baghdad a maggioranza sciita – hanno dichiarato lealtà all’Is. Michalel Knights, del Washington Institute for Near East Policy, sostiene che a meno di un imprevedibile e repentino collasso dell’Is, la ripresa di Mosul ovest richiederà molti mesi, almeno fino a giugno 2017. Anche il primo ministro iracheno Haider al Abadi ha dichiarato lo scorso gennaio che l’offensiva potrebbe durarne perlomeno altri tre.
Le Nazioni Unite nel frattempo esprimono la loro preoccupazione per le condizioni dei circa 750000 civili rimasti nella zona ovest. “I prezzi dei generi alimentari di base stanno schizzando alle stelle”, ha dichiarato alla Bbc Lisa Grande, coordinatrice umanitaria. “Acqua e elettricità sono intermittenti e molte famiglie senza redditi fanno fatica a mangiare una volta al giorno. Altri sono costretti a dare alle fiamme qualunque cosa per riscaldarsi (di notte le temperature scendono facilmente sotto lo zero, ndr). L’Onu sostiene che nonostante buona parte della popolazione sia fuggita, almeno 550000 persone sono rimaste nelle loro case, e quasi metà delle vittime dei combattimenti a Mosul risultano essere civili. La battaglia di Mosul è ancora lontana dalla sua fine. (AGI) di Lorenzo Forlani (Lby)