Riflessioni sull’inserimento dell’IRGC nella lista delle org. terroristiche

Anche nel più ragionevole e meno pregiudiziale degli approcci, regna sopratutto l’essenzialismo rispetto alla questione delle sanzioni all’#Iran e della recente designazione dei Sepah-e Pasdaran (#IRGC) come gruppo terroristico.

Sta passando in sostanza l’idea che quest’ultima mossa – quella sull’Irgc – sia solo inutile, e invece è molto nociva per le persone in carne ed ossa, oltre che già controproducente in termini comunicativi: non è una coincidenza che molti politici riformisti – tradizionalmente e mediamente più lontani dagli apparati militari della Repubblica islamica – stiano in questi giorni solidarizzando pubblicamente con l’Irgc.

Questo essenzialismo declinato in termini semantici è abbastanza ricorrente quando si parla di Iran, tanto da provocarmi dei violenti moti depressivi, che mi spingono talvolta a rimanere ai margini del dibattito: è il caso di definizioni come “il paese degli ayatollah”, come se gli #ayatollah fossero tutti uguali, promotori delle stesse posizioni e della stessa postura, in coro, quando invece esistono dei religiosi – il fatto che dopo 40 anni i commentatori conoscano al massimo (e male) Khamene’i e Khomeini, al limite (molto al limite) un (compianto) ayatollah Muntazeri, la dice lunga sulla scarsa curiosità persino di chi si occupa di Iran nel quotidiano, ma preferisce concentrarsi su altro – con posizioni più “progressiste”, sensate e pacate anche solo di un Adinolfy; è il caso del refrain vuoto del “popolo” (variante: i giovani, chiaramente tutti impegnati politicamente, tutti consapevoli, tutti paladini) contro il “regime”,’ come fossero elementi sconnessi; è il caso dell’idea secondo cui, dopo aver diviso una arena complessa tra “conservatori” e “riformisti”, i primi sarebbero sempre fanatici e irrazionali, guidati da motivazioni e istanze non comprensibili, illogiche; è il caso dell’utilizzo avventuroso e disinvolto del termine “#teocrazia” (laddove Repubblica teocentrica sarebbe forse più corretto, o più vicino alla realtà); è il caso della confusione che esiste rispetto alle posizioni di alcuni iraniani – per esempio degli ultra nazionalisti persiani, quasi sempre laici, nostalgici del passato pre islamico e talvolta dello Shah, che si vedono allo stadio del Persepolis mentre intonano canti in onore della Germania nazista – sull’Olocausto, che anche nel peggiore dei casi sono travisate consapevolmente, e che comunque – entrerà mai in testa questo aspetto cognitivo così ovvio? – derivano dalla parziale marginalità storiografica di un evento verificatosi in Europa e per colpa dell’Europa, per il quale è quindi riservato un posto secondario nella narrazione comune o accademica, così come noi studiamo poco – e sentiamo meno l’urgenza del ricordo collettivo o della condanna istituzionale – quel che è successo agli armeni o ad altri popoli vittime di tragedie lontane da noi e dalle nostre responsabilità dirette.

È il caso di tanti altri casi, e questo dell’Irgc è un altro.

Classificare l’Irgc come gruppo terroristico significa ignorare quello che l’Irgc è: non un manipolo di fanatici paramilitari (ce ne stanno, certo) ma una istituzione strutturata, complessa, pervasiva, partecipata in diversi modi e partecipante a diversi settori dell’economia e della società. Se i militari possono essere stimati in circa 130000 membri, è pressoché impossibile stabilire quante siano le persone collegabili – anche inconsapevolmente, talvolta – alla istituzione IRGC in un modo o nell’altro, dal tecnico dei computer allo stagista neo laureato in ingegneria che viene preso in una azienda connessa. Probabilmente milioni.

È l’Irgc a gestire la protezione civile nei disastri ambientali o negli incidenti; è l’Irgc a gestire una buona fetta del comparto edilizio, le telecomunicazioni, ospedali, gli scout per i bambini, il campionato di calcio di serie A (tutte le squadre tranne due sono di proprietà di imprese ricollegabili all’IRGC) e tante altre cose.

Tutti i cittadini iraniani, potenzialmente, potrebbero prima o poi incorrere nella definizione di colui che fornisce “material support or resources” all’Irgc, e divenire quindi dei soggetti sanzionabili e sanzionati. Così, un ricercatore universitario dell’Università di Teheran, che magari abbia già assolto agli obblighi di leva e si ritrovi negli USA per una conferenza accademica, rischia 20 anni di carcere o nel migliore dei casi la revoca del visto. Per fare un esempio sciocco.

Ma, banalmente, rimanendo al preponderante aspetto militare, questa decisione di Trump sembra ignorare cose persino più elementari: tipo che in Iran il servizio militare è obbligatorio dopo i 18 anni, per cui un ragazzo iraniano che nell’immaginario peloso di alcuni dovrebbe essere “la speranza nel futuro” – come se anche i giovani fossero tutti uguali, tutti fatti con lo stampino del nostro #wishfulthinking – rischia di risultare a tutti gli effetti, per un periodo, un membro di una organizzazione terroristica come l’Isis.

Nell’amministrazione americana non esiste, al di là di tutto ciò, una singola idea su come questa roba possa avere effetti diversi da quelli già dispiegati dall’impianto sanzionatorio, il quale tra le altre cose sta danneggiando i piccoli imprenditori proprio a vantaggio dei colossi che in un modo o nell’altro fanno capo o sono collegati alla stessa Irgc, che quindi usufruisce direttamente o indirettamente di nuove quote di mercato, e che d’altra parte continua ora come continuava prima a mantenere in piedi gli affari con banche o paesi che queste sanzioni le hanno aggirate o ignorate. Laddove invece tutti gli altri sono già stati abortiti da istituti di credito e aziende impossibilitate a fronteggiare (o intimorite da) le pressioni americane.

Advertisements

Due cent sulla cittadinanza ai terroristi dell’Isis

È su questioni come quella della (privazione o concessione della) cittadinanza che emerge violentemente tutta la nostra confusione, tutta la nostra ignavia, tutta la nostra mancanza di riferimenti, figlie di un passato mai metabolizzato, della difficoltà a prenderci delle responsabilità storiche e politiche che siano in grado di sbloccare una visione sensata e civile del futuro. E mi riferisco al mio vago campo di appartenenza, quello di una sinistra stralunata e frammentata, visto che la destra si è ridotta alla pura inciviltà, alla pura brama di regresso umano.

Con quest’ultima premessa, intendo innescarne un’altra, e cioè che la decisione della Danimarca di privare della cittadinanza i figli dei combattenti dell’Isis non merita nemmeno di essere commentata, non me ne vogliate: chi nn capisce che le colpe dei padri nn possono MAI ricadere sui figli non merita a mio avviso di essere trattato come una persona dotata di senno. Non solo perché il principio è chiaro e dovrebbe essere radicato in ogni essere umano ma anche perché in ballo c’è un futuro sradicato e enigmatico per migliaia di bambini inconsapevoli, che saranno un peso per la società in cui vengono abbandonati. E sul luogo di “abbandono” torneremo più avanti.

Ho letto di tutto in questi giorni, sopratutto all’interno di un presunto campo progressista: con relativa sorpresa ho notato che l’idea di privare della cittadinanza – e quindi, di conseguenza, “lasciarli dove sono” – i combattenti italiani (o europei) dell’Isis arrestati in Siria e Iraq sta incontrando il favore deciso della quasi totalità del pubblico.

D’altronde stiamo parlando del male assoluto, stiamo parlando di persone che comprensibilmente non godono di alcuna compassione da parte di nessuno: togliere il passaporto ad un mostro sembra mettere tutti d’accordo, un salviniano come un elettore medio del Pd.

Ecco, io sono sbigottito. Il problema va declinato su più livelli, e per semplicità – rimanendo all’Italia, ma il discorso vale per ogni singolo paese europeo allo stesso modo – potremmo dividere i foreign fighters tra italiani di origine straniera (chi è arrivato in Italia N anni fa e ha ottenuto la cittadinanza) e gli italiani “purosangue” (mi pare ci sia ancora la tendenza a fare questo genere di distinguo), così cerchiamo di spiegarci anche con chi non ha chiaro il fatto che la purezza etnica non esiste ed è un criterio di cittadinanza più che surreale.

Anzitutto: la cittadinanza, come detto, non dovrebbe essere un premio o una punizione ma il sigillo finale di un percorso, di un processo negoziale dell’identità (che non è MAI fissa e unica, peraltro), così come la sua privazione dovrebbe seguire criteri universali, non discriminatori. Se la togli all’italiano di origini tunisine che è andato in Siria, la devi togliere anche all’italiano di Genova figlio di genovesi, convertito all’Islam in modo più o meno (..) consapevole, più o meno fraudolento, più o meno fuorviato.

Questo chiama lateralmente in causa l’assurda – poiché utilizzata da una marea di partiti a fini politici – questione del legame tra immigrazione e “invasione culturale”, che è ovviamente inesistente: se volete pensare che “l’Islam è incompatibile con i valori della nostra civiltà” (quale civiltà? quali valori?) fate pure, io mi sono stufato di starvi a sentire, però tenete a mente che essere o diventare musulmani non ha nulla a che fare con l’etnia e l’immigrazione di questo o quel cittadino straniero: motivo per cui l’idea malsana di “fermare l’arrivo dei musulmani per proteggere la nostra cultura” non ha alcun senso, perché musulmano, nel modo in cui preferisce esserlo, può diventarlo vostro figlio anche domattina. Che lo si tenga a mente e la si finisca di porre il nulla al centro del dibattito, anche a sinistra, con diverse intensità.

Quando la cittadinanza italiana viene concessa, la persona che la ottiene è, dovrebbe essere e dovrebbe risultare italiano come chiunque altro, senza distinzioni. Se si vuole privare qualcuno della cittadinanza – ipotizzando un reato di “tradimento”, oltre che di affiliazione terroristica, la quale come sappiamo non è mai bastata storicamente per procedere in questa direzione – lo si faccia a prescindere dalla geografia del suo albero genealogico.

Tuttavia, quello della cittadinanza è un problema che assume una dimensione formale se confrontato con una questione ben più concreta, pratica e urgente: il destino di migliaia di foreign fighters partiti dall’Europa (e dall’Italia, in misura marginale) per la Siria o l’Iraq, col fine di diventare “cittadini” dell’autoproclamato Stato islamico. “Stato islamico” che in nessun modo è o era uno Stato – ne’ tantomeno è “islamico” – se non nella mente bacata dei suoi promotori e dei loro speculari islamofobi e fans dello scontro di civiltà. L’Isis è una chiarissima internazionale mafiosa, non uno Stato riconosciuto da chicchessia, e avere il passaporto dell’Isis è – dovrebbe essere – come avere il passaporto di Topolinia.

La questione è questa: cosa fare concretamente dei FF cittadini italiani (ed europei) arrestati in Siria e in Iraq, al di là del concedere o togliere loro la cittadinanza.

Anche se volessimo ritenere l’affiliazione volontaria all’Isis come elemento sufficiente a togliere il passaporto italiano al convertito italiano o all’italiano di origine egiziana, rimane il punto che chiama in causa la gestione (ed i suoi costi economici, umani, legali, culturali, sociali) degli stessi, e di riflesso quella di una postura autocentrata ed egotica che facciamo sempre troppa fatica ad abbandonare.

Vorrei essere molto chiaro: queste torme di dissociati che un bel giorno hanno deciso di rispondere alla chiamata delirante di Al Baghdadi per andare a devastare paesi che già facevano i conti con un numero rilevante di problemi (problemi che in parte sono da ascrivere proprio ad una serie di paesi occidentali, basti pensare all’Iraq), DEVONO in tutti i casi e senza distinzione PAGARE le loro colpe nei paesi di cui erano cittadini a tutti gli effetti prima di partire per il medioriente.

Devono stare a nostro carico, dello Stato italiano (o europeo X), non a carico della Siria (anche al di là di chi governa o governerà a Damasco) o dell’Iraq, che se li sono ritrovati in casa come in una invasione di termiti.

Non credo ci sia bisogno di addurre ragioni particolarmente sofisticate, abbiamo la adorata logica a sostenerci, una logica che nn può non attivare la proprietà transitiva:

chi di voi riterrebbe giusto tenere nelle carceri italiane dei criminali australiani (oppure non so, papuani con cittadinanza australiana) venuti in Italia dall’Australia per distruggere l’Italia stessa, uccidere quanti più italiani possibile e instaurare in Italia un governo rispondente alla loro idea di mondo e di società rettiliana o melariana? Ve lo dico io: nessuno. Ed è del tutto comprensibile, direi ovvio. Quegli australiani dovrebbero tornare in Australia, la quale poi deciderà cosa farne.

Smettiamola tutti, adesso, ora, di pretendere di poter fare permanentemente la morale al mondo e allo stesso tempo rimanere adolescenti della Storia e del diritto, oltre che della logica, della dignità e del buon senso, vittime di un complesso di superiorità e della tendenza a trattare il mondo come la discarica della nostra autoreferenzialità: volete togliere la cittadinanza a chi ha aderito all’isis, combattendo o meno? Bene.

Però questa gentaglia, che mantenga o meno il passaporto italiano, deve finire in carcere in ITALIA, scontare uno o dieci ergastoli in ITALIA, essere recuperata socialmente o smaltita nell’indifferenziata in ITALIA. Della quale sono certamente, in parte, un prodotto, e dalla quale, in ogni caso, sono partiti alla volta del medioriente. Da cittadini italiani, “acquisiti” o meno. A nostro carico e di nessun altro, con tutti i costi connessi.

L’opzione di lavarcene le mani, esternalizzando i costi di queste sciagure umane sull’Iraq o sulla Siria, non è ricevibile, non è degna, non è logica, non è ammissibile, non è umana. Diventiamo adulti, basta stronzate.

Algeria: opposizioni stilano una road map, previsto sciopero generale da domani

(AGI) – Beirut, 25 mar. – Le opposizioni e i sindacati algerini avrebbero concordato una road map per porre fine alla crisi politica in corso nel Paese, dove da alcune settimane si susseguono proteste anti-governative, esplose a causa della quinta ricandidatura del presidente 82enne Abdelaziz Bouteflika alle elezioni del prossimo 18 aprile, ed intensificatesi dopo l’annuncio della loro posticipazione fino a fine anno.
La proposta di road map prevederebbe un periodo di transizione della durata di 6 mesi, a partire dalla data di scadenza del quarto mandato di Bouteflika, il 28 aprile. In questi sei mesi verrebbe costituito un organismo presidenziale incaricato di governare il paese fino a nuove elezioni, nel quale verrebbero incluse “figure di rilievo nazionale conosciute per la loro integrità, credibilità e competenza”, secondo una dichiarazione ottenuta dalla Afp.
Sempre secondo la dichiarazione, queste figure di transizione non potranno candidarsi alla prossima tornata elettorale, né potranno appoggiare ufficialmente alcun candidato. Al meeting tra le opposizioni e i sindacati avrebbero partecipato anche membri del partito islamista “Movimento per la società della pace” e Ali Benflis, uno dei principali rivali politici del presidente Bouteflika, nonché ex primo ministro.
Nel frattempo, sui social network si rincorrono diverse voci. La più importante è la diffusione di un appello anonimo per uno sciopero generale a partire dal 26 marzo, che coinvolgerebbe i settori del petrolio e del gas, i dipendenti ferroviari, portuali ed aeroportuali, quelli delle poste. Poche ore fa l’amministratore delegato della compagnia energetica statale Sonatrach, Abdelmomen Ould Kaddour, ha chiesto in una lettera ai dipendenti di continuare a lavorare domani 26 marzo, pur non specificando alcun divieto di adesione alla protesta.
Il Fronte di Liberazione nazionale – il partito del presidente – ha poi fatto sapere attraverso il suo portavoce Hocine Khaldoun, intervistato dall’emittente Dzeir News, di ritenere “inutile” l’avvio di una conferenza nazionale (richiesta dallo stesso presidente nei giorni scorsi, dopo aver annunciato il ritiro della sua candidatura, ndr), poiché la possibilità di un quinto mandato è stata già chiaramente respinta dalle proteste di piazza.
Nel frattempo, il portale web “Afrik” segnala un altro rumour clamoroso diffuso da un utente su Twitter, secondo il quale “alcuni rapporti medici confermerebbero la morte del presidente Bouteflika a Ginevram in Svizzera, lo scorso 22 febbraio”. Voce non confermata (e non è la prima volta che vengono diffuse notizie simili, ndr), la cui credibilità dipende anche dalle condizioni di salute del presidente, costretto su una sedia a rotelle, che non appare in pubblico da diversi anni. (AGI) LBY

Siria: all’Iran il porto di Latakia, Teheran pianifica una presenza lungo termine

(AGI) – Beirut, 22 mar. – Un documento pubblicato dall’autorità portuale di Latakia – città a maggioranza alawita sulla costa siriana, nonché feudo della famiglia Al Asad – informa che la Repubblica islamica dell’Iran ha ottenuto dal governo siriano la gestione del porto della città. Un risultato dall’alto valore strategico per l’Iran, che rafforzerà l’asse di collegamento con il Mar Mediterraneo.
Teheran prenderà in gestione il porto di Latakia presumibilmente a partire dal prossimo 1 ottobre 2019, data in cui scadrà il contratto di gestione del porto tra la Souria Holding e il vettore francese CMA-CGM. La notizia conferma che la Repubblica islamica pianifica una presenza di lungo termine in Siria, durante la quale “rientrare” degli investimenti e degli aiuti forniti al regime di Assad in questi anni di guerra.
Secondo Fabriche Balanche, esperto di Siria intervistato dal quotidiano libanese Orient le Jour, inizialmente si era parlato della possibile apertura di un complesso industriale iraniano nei pressi di Tartous, altra città costiera non lontana da Latakia, incontrando però la contrarietà di Mosca – che a Tartous ha la sua unica base militare nel mediterraneo. Così si è deciso di virare su Latakia, dove gli iraniani dovrebbero avere a completa disposizione 23 magazzini.
La notizia appare coerente con il recente rafforzamento dei rapporti tra Iran e Siria, concretizzatosi negli ultimi mesi con la firma di diversi accordi di natura militare, commerciale ed energetico e suggellato dalla visita di Bashar Al Assad a Teheran lo scorso 25 febbraio – la prima sin dall’inizio del conflitto siriano nel 2011 -, durante la quale ha incontrato il presidente Hassan Rouhani e la Guida Suprema Ali Khamenei. Tra gli accordi più importanti siglati da Damasco e Teheran c’è proprio quello che prevede la costruzione di centrali elettriche nella stessa Latakia.
Gli scontenti, in questo scenario, rischiano di essere due: il primo è ovviamente Israele, che probabilmente non esiterebbe – come fatto in questi anni in Siria – ad effettuare bombardamenti sul porto nel caso in cui dovesse ritenere che arrivino delle merci “sospette”.
La seconda è la stessa Russia, che storicamente attribuisce alla regione di Latakia un valore strategico per la sua politica estera, avendo investito molto sulla base di Tartous e su quella di Hmeimim, e che quindi vedrebbe il controllo del porto di Latakia da parte di Teheran come un elemento di “disturbo”, o perlomeno concorrenziale. La Russia considera la regione di Latakia la sua zona d’influenza per eccellenza.
Non esistono ancora elementi per pensare ad una tensione tra Mosca e Teheran ma è indubbio che questa notizia possa modificare gli equilibri rispetto al ruolo che i due paesi hanno in Siria e all’influenza che possono esercitarvi in futuro. Russia e Iran rimangono alleati ma hanno obiettivi specifici che in parte sono divergenti, a cominciare dalla ricostruzione del Paese.
Secondo il quotidiano Al Arab Al Jadeed, la scorsa settimana Mosca avrebbe mostrato risentimento nei confronti di Damasco dopo la visita di Assad in Iran, e l’incontro avvenuto tra il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu e Bashar Al Assad è stato preceduto da quello tra quest’ultimo e i capi di stato dell’Iran e dell’Iraq. (AGI) LBY

M.O: Pompeo chiude il tour regionale in Libano, Hezbollah in cima all’agenda

(AGI) – Beirut, 22 mar. – Un tentativo di mediazione nella crisi interna al Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), la conferma del sostegno a Netanyahu in vista delle prossime elezioni e il “contrasto alle minacce regionali poste dall’Iran” e dalla sua principale proxy, Hezbollah, movimento sciita libanese. Questi i principali punti del tour regionale in Medioriente effettuato dal segretario di Stato americano Mike Pompeo, arrivato in tarda mattinata in Libano, dopo le visite in Kuwait e Israele dei giorni scorsi.
Quella nel Paese dei Cedri è la visita più attesa: prima di partire alcuni giorni fa per il Kuwait, Pompeo aveva ribadito l’intenzione di “disconnettere il governo libanese dalle minacce poste da Hezbollah e l’Iran”. “In Libano saremo molto chiari a proposito di come gli Stati Uniti vedono Hezbollah, e sulle nostre aspettative rispetto al fatto che il destino del Paese debba dipendere dal controllo che Hezbollah esercita sul governo, perseguendo politiche che mettono a rischio il Paese stesso”, ha detto durante la sua visita a Gerusalemme.
Le ambizioni americane sembrano in ogni caso scontrarsi con la realtà, nella quale Hezbollah in Libano è parte di un “delicato equilibrio istituzionale che cerchiamo di mantenere”, per usare le parole del vice primo ministro (nonché esponente delle Forze Libanesi, il partito libanese più ostile al ruolo di Hezbollah, ndr) Ghassan Hasbani, rilasciate al quotidiano locale Daily Star.
Quello libanese è un governo di larghe intese, nel quale Hezbollah ha un peso rilevante: sono tre i ministeri assegnati dopo mesi di negoziazioni al partito filo-iraniano, compreso quello della Salute, che ha uno dei budget più alti: un aspetto che ha indispettito Washington, la quale teme che Hezbollah lo utilizzi per lenire gli effetti delle sanzioni imposte dagli Stati uniti contro di esso e contro il suo alleato iraniano.
In parlamento, sono 70 su 128 i seggi controllati dalla coalizione di cui Hezbollah è parte – insieme all’altro partito sciita Amal, al Tashnaq armeno e alla Corrente patriottica libera, il più grande partito cristiano del Libano, fondato dal presidente Michel Aoun e guidato dal suo genero Gebran Bassil.
Senza dimenticare ovviamente il peso militare di Hezbollah, superiore a quello dell’Esercito libanese (che Washington finanzia), sopratutto dopo la partecipazione al conflitto siriano. Un aspetto che si intreccia con la presenza di Hezbollah nei dintorni del Golan occupato dagli israeliani: proprio ieri Pompeo, durante i colloqui con Netanyahu, ha ribadito la volontà di riconoscere la sovranità de facto sul Golan da parte di Tel aviv.
Giovedì scorso, di fronte all’ambasciata americana poco fuori dalla capitale Beirut è andata in scena una protesta contro la visita di Pompeo a cui hanno preso parte circa 200 persone, organizzata dal Partito comunista libanese sotto al banner “Giù le mani dal Libano”, un chiaro riferimento al fatto che “Pompeo viene in Libano a imporre la volontà di Israele e degli Usa”, come aveva dichiarato un manifestante.
Secondo fonti vicine al segretario di Stato americano, Pompeo in Libano incontrerà il presidente Michel Aoun, il primo ministro Saad Hariri (un rivale politico di Hezbollah, ndr), lo speaker del Parlamento Nabih Berri (leader dell’altro partito sciita, Amal, “cugino” di Hezbollah ma non soggetto a sanzioni da parte di Washington, ndr) e il ministro degli Esteri – nonché già citato genero del Capo di Stato – Gebran Bassil. Previsti anche due incontri con Raya Al Hassan, il primo ministro dell’Interno di sesso femminile nella storia del mondo arabo, e il parlamentare Michel Mouawad.
Oltre al ruolo di Hezbollah, al centro dei colloqui di Pompeo ci sarà quindi la conferma del sostegno alle Forze armate libanesi e una disponibilità a mediare sulla contesa che il Libano ha con Israele, rispetto ad alcuni giacimenti di gas e petrolio a largo delle sue coste meridionali. Beirut conta di poter dare il via alle trivellazioni prima della fine dell’anno in corso.
Se quella in Israele ha avuto una funzione sopratutto promozionale, nella quale Washington ha voluto ribadire il sostegno a Netanyahu in vista delle imminenti elezioni, quella in Kuwait di tre giorni fa è stata la visita più sottovalutata dagli osservatori: sul tavolo non solo il rafforzamento della cooperazione nel campo della Difesa, del commercio e della cybersecurity, ma anche un punto sulle strategie di contrasto all’Iran e un tentativo di rafforzare il potere di mediazione del Kuwait nella crisi diplomatica che da quasi due anni divide Qatar – soggetto ad un embargo molto duro da giugno 2017 – e gli altri paesi del Golfo come Arabia Saudita, Bahrein e Emirati Arabi Uniti, insieme all’Egitto.
Washington, che in Qatar ha la base militare più importante della regione, aveva inizialmente appoggiato l’embargo, per poi considerarlo gradualmente in contrasto coi suoi interessi. La soluzione della crisi all’interno del GCC è utile a Washington anche per un altro motivo, del quale Pompeo ha discusso in Kuwait: il perseguimento del progetto di una “Nato araba”, la Middle east Strategic Alliance, un’alleanza che dovrebbe comprendere tutti i paesi del Golfo e il cui principale fine è, nemmeno a dirlo, il contrasto all’influenza regionale dell’Iran. (AGI) LBY

Arabia Saudita: il Re minaccia ritorsioni, Ue non inserirà Riad in lista nera anti-riciclaggio

(AGI) – Beirut, 1 mar. – Grazie ad una efficace azione di lobbying da parte delle autorità saudite, tra cui il Re Salman bin Abdul Aziz al Saud, è ormai certo che l’Arabia saudita non verrà più inserita nella lista nera dell’Unione europea sui paesi sospettati di favorire il riciclaggio di denaro (e quindi, potenzialmente, il terrorismo, ndr).
Due settimane fa la Commissione europea aveva proposto una mozione volta all’inclusione di sette paesi – tra cui l’Arabia Saudita – in questa lista nera, di cui fanno già parte altri sedici (tra cui Corea del Nord, Iran, Iraq, Pakistan Etiopia), e in base a cui non sono previste sanzioni ma un rafforzamento dei controlli sulle transazioni – dei privati e delle istituzioni – da parte delle banche europee.
Tuttavia, sarebbe stato addirittura l’ottantaquattrenne Re saudita a scrivere ad un certo numero di leader europei alcune lettere – una delle quali visionata dall’agenzia Reuters – in cui chiede, paventando velatamente ritorsioni, di riconsiderare l’approvazione in Parlamento europeo della mozione, alla quale già si opponevano in principio Francia e Gran Bretagna (tra i principali venditori di armi a Riad, ndr). “L’inserimento del Regno saudita da una parte danneggerà la sua reputazione e dall’altra creerà difficoltà nel commercio con l’Unione Europea”, recita una delle lettere.
Secondo fonti diplomatiche, l’azione di lobbying da parte di Riad era iniziata già nei giorni scorsi, a margine del summit di Sharm El Sheikh (Egitto) tra Unione Europea e Lega Araba. In quell’occasione ci sarebbe stato un incontro tra la prima ministra britannica Theresa May e lo stesso Re Salman, in cui si sarebbe ribadita l’intenzione di Londra di contrastare i propositi della Commissione europea.
Mercoledì 27 febbraio, quindi, tutti gli ambasciatori europei in Arabia saudita sono stati convocati dal ministero saudita delle Finanze. Nell’occasione, secondo un diplomatico europeo in condizione di anonimato, Riad avrebbe chiarito di essere pronta ad annullare diversi contratti commerciali dal valore di diversi miliardi di dollari.
La decisione definitiva sull’inserimento dell’Arabia saudita nella lista nera arriverà entro due settimane. Intanto, a Bruxelles oggi è previsto un incontro tra tecnici dei 28 paesi per chiarire la posizione di ogni Stato membro. Per bloccare l’inserimento di Riad, è necessaria la maggioranza di 21 Stati. (AGI) LBY

M.O: cosa succede in Algeria? Tra passato minaccioso, presente immobile e futuro ignoto

(AGI) – Beirut, 26 feb. – Un passato minaccioso, un presente immobile ed un futuro ignoto. Potrebbe essere riassunta così l’instabile situazione dell’Algeria, in cui lo scorso venerdì 22 febbraio sono esplose delle proteste di piazza contro la quinta ricandidatura dell’ottantunenne Abdulaziz Bouteflika a presidente della Repubblica. Prima ad Algeri e poi anche in altre città del Paese, dopo aver incontrato la solidarietà di una serie di accademici (che hanno indirizzato una lettera aperta ai manifestanti) e quella dell’ex presidente Liamine Zeroual.
Proteste inattese, che hanno in parte colto di sorpresa i profondi apparati di sicurezza algerini, i quali dapprima hanno cercato di ostacolare le comunicazioni internet tra i manifestanti – in diverse aree del paese si sono registrati blocchi nella rete – e poi hanno represso con gas lacrimogeni gli assembramenti di domenica scorsa nei pressi di Avenue Didouche Mourad, nel centro di Algeri, effettuando anche degli arresti. Si tratta delle più imponenti proteste nel Paese nordafricano dal 2011, quando il vento della primavera araba raggiunse anche Algeri.
A spiegare le differenze con otto anni fa c’è però un paradosso, che a sua volta introduce un futuro molto incerto: nel 2011 i manifestanti scesero in piazza al grido di “vogliamo la caduta del regime”, chiedendo a gran voce riforme economiche e sociali. Temendo un totale “contagio da primavera araba”, il presidente Bouteflika  promise riforme in diretta televisiva.
Contestualmente, il regime utilizzò le sue risorse per innalzare i salari, abbassare il costo dei beni alimentari importati e sovvenzionare l’acquisto di alcuni beni di consumo. Il paradosso sta nel fatto che oggi gli algerini – il 70% dei quali hanno meno di 25 anni – non sembrano protestare genericamente contro il regime (anche se le cose possono cambiare) ma più in particolare contro il suo immobilismo di matrice gerontocratica, che in vista delle elezioni presidenziali di aprile ha prodotto l’ennesima ricandidatura dell’unico presidente che i giovani algerini hanno visto nella loro vita.
Non ci sono, quindi, riforme da “promettere”, se non quella che imporrebbe ad Bouteflika di farsi da parte, anche se è tutt’altro che scontato che si trovi un accordo interno su un candidato alternativo. Inoltre, la crisi economica che sta attraversando il paese, accompagnata da una corruzione diffusa – l’Algeria è il 35esimo paese più corrotto al mondo – rende impossibile una manovra espansiva come quella messa in moto otto anni fa. Quasi un terzo dei giovani algerini non ha un lavoro ed è costretto ad arrangiarsi, oppure ad emigrare.
C’è quindi il rischio concreto – come già velatamente minacciato dal primo ministro Ahmed Ouhaya – che gli apparati di sicurezza possano usare la mano dura facendo leva sul passato minaccioso: è infatti ancora relativamente fresco il ricordo dei duecentomila morti della guerra civile degli anni ’90, già utilizzato dal regime nel 2011 come deterrente di fronte alle manifestazioni. Come riportato da Pierre Haski su France Inter, lo scorso 23 febbraio un sostenitore del governo si è rivolto ai manifestanti chiedendo: “volete tornare agli anni di lacrime e sangue?”.
Sebbene Bouteflika venga ancora guardato da molti come un il garante di una certa stabilità, l’immobilismo contro cui protestano i giovani algerini – che negli anni ’90 erano troppo piccoli per testimoniare le violente repressioni –  ha anche una declinazione simbolica: il presidente è infatti molto malato, tanto da non parlare in pubblico dal 2012 (ha persino mancato di annunciare personalmente la sua ricandidatura), e vive su una sedia a rotelle. Sui manifesti elettorali nelle città del Paese ci sono sue vecchie foto di repertorio che lo ritraggono ancora in salute, ma lo scorso 25 febbraio Bouteflika è volato con l’aereo presidenziale a Ginevra per alcuni controlli medici.
L’Algeria non è solo il decimo paese più esteso al mondo, a due passi dall’Italia, che è il suo primo importatore di gas. Il paese nordafricano si trova anche in posizione strategica, poiché confina con ben 6 paesi, alcuni dei quali in disfacimento – come la Libia, le cui prospettive di stabilizzazione sembrano poter essere pesantemente influenzate dagli sviluppi algerini – e altri al centro di diversi traffici, primo tra tutti quello delle armi, in un’area in cui proliferano i gruppi armati di diversa ispirazione.
Motivo per cui è necessario tener d’occhio gli sviluppi di questi giorni. A partire dalla grande manifestazione prevista per venerdì 28 febbraio, nella quale si avrà anche un saggio delle intenzioni degli apparati di sicurezza: aprire alla possibilità di un futuro diverso, oppure riproporre la minaccia del passato? (AGI) LBY

Siria: Suhail al Hassan, il generale siriano che divide Russia e Iran (e gli al Assad)

(AGI) – Beirut, 22 feb. – Se si vuole la pace in Siria, l’Esercito siriano deve essere ricostruito, e il suo nuovo capo dovrebbe essere il generale Suhail Al Hassan, conosciuto col nome de “La Tigre” (Al Nimr in arabo), sostenuto dai russi ma inviso all’Iran, l’altro alleato di Damasco. Questo è il contenuto di un recente report – a cui hanno collaborato esperti di affari militari russi – pubblicato lo scorso dicembre dall’Independent Center for Foreign economic policy (EDAM) di Istanbul, col titolo di “Le Tiger Forces: l’unica speranza per Damasco”, in riferimento al battaglione dell’Esercito siriano (“Quwwat al Nimr”) guidata dallo stesso Al Hassan.
Nel report si esprimono preoccupazioni sulla solidità del potere di Bashar Al Assad e sulle difficili condizioni dell’Esercito siriano, in particolare se rapportate all’ascesa delle milizie filo iraniane in Siria. Il presidente siriano con l’aiuto dei russi è stato in grado di riprendere il controllo di gran parte del paese in questi ultimi anni ma “l’apparente stabilità è ingannevole, perché l’Esercito è diventato debole e corrotto”. Dei circa 100mila membri dell’Esercito siriano, solo 20-30mila sarebbero in grado di combattere in prima linea in contesti “caldi”.
Secondo stime russe, il salario mensile dei soldati semplici dell’Esercito di Assad arriva al massimo a 81 dollari, a fronte dei circa 130 che guadagnano i membri delle milizie filo iraniane. Il protagonismo in Siria di queste ultime ha avuto l’effetto di limitare le perdite e le defezioni nello stesso Esercito, anche grazie al coinvolgimento dell’imprenditore Rami Makhlouf, cugino di parte materna del presidente Bashar Al Assad.
Nel report si consiglia la nomina di Suhail Al Hassan – descritto come il tramite tra i russi e i funzionari alawiti, oltre che con la Quinta divisione meccanizzata siriana – a capo dell’Esercito siriano, una sviluppo che potrebbe creare problemi anzitutto all’interno del sistema di potere siriano: Maher al Assad (fratello di Bashar) non sarebbe infatti disposto a sottostare agli ordini di Al Hassan. La nomina del famigerato Maher a capo della Quarta divisione, la scorsa primavera, era coincisa con la decisione russa di far guidare allo stesso Al Hassan l’offensiva su Damasco, generando già al tempo malumori nel primo.
Scontenti della possibile nomina di Al Hassan, come accennato, potrebbero essere anche gli iraniani, che in Siria stanno cercando di formare una milizia stabile – nata per sostenere l’Esercito siriano – sull’esempio di Hezbollah in Libano. Si tratta di un aspetto che divide concettualmente Mosca e Teheran: se la prima punta sulla ricostruzione di uno stato fortemente centralizzato, in grado di aver il monopolio della forza, la seconda vuole “istituzionalizzare” le milizie, come fatto in parte in Iraq, dove le Unità di Mobilitazione popolare (PMU) sono state inquadrate nell’Esercito iracheno, venendone a costituire le loro forze di elite.
Proprio a questo proposito, il report conclude che “la Russia deve lavorare affinché l’Esercito siriano venga ricostruito, attraverso la ricostituzione di una chiara catena di comando. Ciò richiede anche l’esercizio di una certa pressione nei confronti dei funzionari iraniani, in modo che questi ultimi limitino il potere delle milizie in Siria”.  (AGI) LBY

Siria, l’Isis verso la sconfitta: ma i vertici militari sono prudenti

Settecento metri quadrati. A sentire le parole del comandante delle Sdf (Syrian Democratic Forces) Jiya Furat, ai miliziani dell’Isis in Siria non rimane che una porzione di territorio ampia come una villa in campagna, in seguito all’offensiva lanciata sei giorni fa dalle truppe curdo-arabe – sostenute dagli Stati Uniti – sul villaggio di Baghouz, nella provincia di Deir Ezzor, vicino al confine iracheno.
Qui si erano asserragliati centinaia di uomini di Al Baghdadi, insieme ad un migliaio di civili, molti dei quali famigliari dei jihadisti. Le Sdf hanno inoltre  fatto sapere che la gran parte dei miliziani rimasti a Baghouz sarebbero foreign fighters. Solo tre anni fa, l’autoproclamato Stato Islamico controllava un territorio grande più o meno come la penisola italiana. Oggi, considerando anche parti di deserto siriano, non arriva a cinquemila metri quadrati, meno di un campo da calcio.
La notizia della ormai quasi totale disfatta dell’Isis in Siria è stata confermata anche dal vice presidente americano Mike Pence. “Mentre sono qui davanti a voi, sul fiume Eufrate l’ultimo tratto di territorio dove una volta la bandiera nera dell’Isis sventolava è stato catturato”, ha annunciato il vice di Donald Trump, intervenendo alla conferenza di Monaco. Il comandante Jiya Furat mantiene un margine di cautela: “nei prossimi giorni diffonderemo buone notizie al mondo sulla definitiva sconfitta militare di Daesh”, ha detto, utilizzando l’acronimo arabo per il gruppo jihadista.
Non è del tutto chiaro il destino dei civili intrappolati a Baghouz, che l’Isis tradizionalmente utilizza come scudi umani. Il portavoce delle Sdf Mustafa Bali ha riferito all’agenzia Reuters che le truppe curdo siriane hanno catturato alcuni jihadisti che tentavano di lasciare Baghouz, mimetizzandosi tra i civili in fuga. Altri – circa duecento, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani – si sarebbero consegnati spontaneamente.
Se è vero che i civili rimasti a Baghouz sarebbero sopratutto parenti dei foreign fighters, diviene urgente capire quale sarà il loro destino: le Sdf hanno più volte fatto sapere di non poter trattenere in eterno i combattenti stranieri catturati insieme ai loro cari; d’altra parte, sono pochi i governi occidentali disposti a rimpatriare i loro foreign fighters, anche perché nei confronti di un buon numero di essi – in particolare chi non ha preso parte ai combattimenti – sarebbe legalmente difficile formalizzare delle accuse e avviare un processo.
Vi è poi la questione del futuro concreto dello Stato islamico, anche alla luce della suo processo di trasformazione in Iraq. Da quando l’Esercito iracheno ha ripreso il controllo di Mosul – da cui Al Baghdadi aveva proclamato il Califfato nel giugno 2014 – i jihadisti sono tornati ad utilizzare con frequenza tattiche di guerriglia e attentati, perpetuando la ormai quasi ventennale instabilità del paese.
Da quando poi ad ottobre 2017 le Sdf hanno ripreso il controllo di Raqqa, la “capitale” del Califfato, gli attentati si sono intensificati anche nel nordest della Siria, come quello che il mese scorso ha ucciso quattro soldati americani. L’attacco era arrivato pochi giorni dopo l’annuncio di Donald Trump sul ritiro statunitense dalla Siria, motivato da quella che il presidente già definiva la “sconfitta definitiva dell’Isis”.
Che l’Isis possa tornare alla guerra asimmetrica, e che la sua imminente e totale disfatta militare non si tradurrà nel breve termine in una cessazione delle minacce poste dal gruppo terroristico, è chiaro anche al generale americano Joseph Votel, a capo delle forze statunitensi in Medioriente, il quale venerdì scorso ha ricordato che la fine dello Stato islamico come entità territoriale porterà ad una “dispersione” delle loro attività. Molto più difficili da prevedere, molto più difficili da contenere.

M.O: verso la Conferenza di Varsavia

(AGI) – Beirut, 12 feb. – Per gli Stati Uniti “non sarà un negoziato ma solo una discussione” la Conferenza sul Medio oriente prevista per il prossimo 13 e 14 febbraio a Varsavia, in Polonia, alla quale è prevista la partecipazione di circa 40 paesi, tra cui molti di quelli arabi come Arabia Saudita, Oman, Giordania, Kuwait, Marocco ed Emirati arabi Uniti.
Un meeting che, secondo le parole del segretario di Stato Mike Pompeo, mira alla “stabilità e alla pace regionale”: un abbassamento notevole dei toni rispetto ad un paio di settimane fa, quando la Conferenza veniva definita più apertamente un incontro per fare fronte comune contro l’Iran.
Perché il grande assente, ed allo stesso tempo l’oggetto principale di discussione, è proprio l’Iran – che ieri ha festeggiato i 40 anni dalla rivoluzione khomeinista, e attraverso il suo ministro degli Esteri Javad Zarif ha definito la conferenza un “disperato circo anti-iraniano”, ricordando alle autorità polacche l’assistenza fornita dagli iraniani a circa 100mila ebrei polacchi durante la seconda guerra mondiale -, ma nelle ultime ore è arrivata anche la diserzione dei rappresentanti palestinesi.
Abu Mazen ha fatto sapere che non andrà nella capitale polacca perché “gli Stati uniti non hanno un ruolo credibile dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele”. Anche la Russia ha declinato l’invito insieme ad un’altra decina di paesi, secondo quanto annunciato dal ministro degli Esteri polacco, Jacek Czaputowicz. Non solo: più o meno negli stessi giorni, nella cittadina russa del Mar Caspio di Sochi, si terrà un’altra conferenza sulla Siria, con la partecipazione del presidente iraniano Hassan Rouhani e di quello turco, Recep Tayyip Erdogan.
Ci sarà, invece, Benjamin Netanyahu, così come il segretario di Stato statunitense Mike Pompeo e il consigliere del presidente Donald Trump (nonché suo genero) per l’area, Jared Kushner. Ramallah ha inoltre chiesto ai paesi arabi invitati di boicottare la Conferenza, rimanendo fedeli all’iniziativa di pace araba del 2002, i base a cui una normalizzazione dei legami tra Israele e mondo arabo sarebbe possibile solo previo ritiro di Tel aviv dai confini precedenti la guerra del 1967.
Il portavoce di Fatah, Osama Qawassmeh ha definito “una pugnalata ai palestinesi” ogni eventuale incontro tra leader arabi e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, esprimendo il timore che la Conferenza abbia l’effetto di “cancellare la questione palestinese”.
Che il tema principale della Conferenza sia l’istituzione di un compatto fronte comune contro l’Iran emerge dalle parole dello stesso Netanyahu, che due giorni fa ha incontrato in via preliminare il vicepresidente statunitense Mike Pence e il segretario di Stato Mike Pompeo.
Netanyahu ha ribadito che in cima all’agenda c’è Teheran e la necessità di “impedire che si stabilisca in Siria, ponendo minacce alla regione, oltre a quella di evitare che ottenga armamenti nucleari”. Parole che fanno seguito a quelle di Mike Pompeo, che un paio di settimane fa, in visita nella capitale qatariota Doha, aveva annunciato l’intenzione di creare una “grande coalizione che mira a spingere l’Iran a comportarsi come un paese normale”.
Diversi paesi dell’Unione europea, alla prese con l’implementazione di un nuovo possibile veicolo finanziario per l’elusione delle sanzioni legate alla continuazione del commercio con Teheran, invieranno alla Conferenza rappresentanti di basso livelli anziché i loro ministri degli Esteri, con l’eccezione del britannico Jeremy Hunt, il quale ha fatto sapere di voler affrontare anzitutto la questione delle responsabilità dei sauditi nella crisi umanitaria in Yemen. Anche il capo della politica estera dell’UE, Federica Mogherini, non sarà presente, ma ha fatto sapere che incontrerà in privato nei giorni successivi il segretario di Stato americano Mike Pompeo.
I Paesi più decisi nei loro propositi di contenimento dell’influenza iraniana nell’area sono senza dubbio Israele, Emirati Arabi Uniti ed Arabia saudita, i quali invieranno rappresentanti di massimo livello. Ciò rafforza la sensazione che la questione israelo-palestinese, al centro di un piano di pace ideato da Jared Kushner, che lo aveva definito “l’accordo del secolo”, possa essere marginalizzata durante la due giorni di Varsavia, che verrà invece monopolizzata dalla questione iraniana, al centro delle preoccupazioni dei Paesi del Golfo e di Israele. (AGI) LBY